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Le domande ancora aperte sulle stragi: ''La pista nera continua a fare paura''

A Capaci il dibattito con i giornalisti Stefania Limiti e Paolo Mondani: “Dietro il rifiuto di De Luca di percorrere quella pista investigativa penso ci sia un fine politico evidente”

Karim El Sadi

Bombe di mafia e pista nera, quali legami e quali sono le domande a cui ancora l’Italia attende una risposta? Alla vigilia del 34° anniversario della strage di via d’Amelio, a Capaci, a poche centinaia di metri da quel pezzo di autostrada sventrato dal tritolo che strappò la vita al giudice Falcone, alla moglie e alla scorta, sono i giornalisti Stefania Limiti e Paolo Mondani a riavvolgere il nastro della storia e a provare a dare delle risposte. Una è la certezza condivisa sia dai relatori, che dal pubblico venuto al MuST23 - Museo Stazione 23 Maggio di Capaci: Cosa nostra non era da sola mentre scatenava il terrore negli anni '90. Checché ne dica la compagine di governo.
La cosiddetta pista nera è il filo conduttore dell'incontro Le domande ancora aperte – dalla strage di Capaci alle piste nere. Un'ipotesi investigativa che, spiegano entrambi i giornalisti, non nasce da ricostruzioni giornalistiche, ma da atti giudiziari, dichiarazioni di collaboratori di giustizia e documenti rimasti per anni ai margini delle indagini. Il punto di partenza è sempre lo stesso: le stragi del biennio 1992-1994 non possono essere comprese se lette esclusivamente come un'offensiva militare di Cosa nostra.
"La teoria che vuole rivendicare ancora oggi l'esclusiva paternità mafiosa delle stragi è infondata", afferma Stefania Limiti. "Le stragi di mafia si inseriscono pienamente dentro la strategia della tensione che ha caratterizzato tutta la nostra storia repubblicana. Sono la prosecuzione della politica della strage che ha accompagnato il Novecento italiano". Per la giornalista, dietro gli attentati non ci sarebbe stata soltanto l'organizzazione guidata da Totò Riina, ma un intreccio tra mafia, ambienti dell'eversione neofascista e altri centri di potere interessati a determinare un nuovo equilibrio politico nel Paese.
Una lettura che, sottolinea, non riguarda soltanto il passato. "Stiamo parlando di qualcosa che è estremamente attuale. La posta in gioco è estremamente alta", dice Limiti. "Ci sono filiere di apparati e figli e figliastri politici che difendono la propria eredità. Le stragi non sono un tema confinato ai libri di storia, ma qualcosa che ancora oggi tocca uomini, interessi e assetti di potere".
È proprio questo, secondo la giornalista, il motivo degli attacchi rivolti negli ultimi mesi a magistrati e giornalisti che continuano a occuparsi di quei fatti. "Questa destra al potere non vuole avere nessuna responsabilità e non vuole che uomini che fanno parte integralmente della propria storia siano coinvolti. È questo il motivo per cui è stata scatenata una campagna delegittimante contro tutte quelle personalità che stanno facendo semplicemente il proprio lavoro e stanno portando elementi in direzione contraria".
Paolo Mondani ripercorre invece il lavoro svolto negli ultimi anni da Report, che ha dedicato numerose inchieste televisive alle stragi e ai loro possibili mandanti esterni. Il giornalista ricorda come tutto sia ripartito nel 2022, quando Roberto Scarpinato, alla conclusione della sua carriera in magistratura, trasmise alle procure di Palermo, Firenze, Caltanissetta e Reggio Calabria un documento che riassumeva gli elementi emersi negli anni sulla cosiddetta pista nera.
"Già nel 1994 Scarpinato aveva indagato Stefano Delle Chiaie insieme a Licio Gelli e altri protagonisti nell'inchiesta Sistemi criminali", ricorda Mondani. "Quell'indagine ipotizzava che Cosa nostra, nel biennio 1992-1994, avesse partecipato a una vera e propria strategia della tensione per favorire un cambiamento della direzione politica dell'Italia".

Il cuore della ricostruzione riguarda le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero. Secondo il giornalista di Report, Lo Cicero raccontò già nel 1992 ai carabinieri di avere visto Stefano Delle Chiaie a Capaci nei giorni che precedettero la strage. "Nel colloquio con il magistrato Donadio, Alberto Lo Cicero dice una cosa precisissima: nel momento in cui veniva imbottito il cunicolo sotto l'autostrada c'era Stefano Delle Chiaie all'interno di una macchina blu, quasi a sovrintendere quel lavoro. Lo riconosce nettamente".
Dichiarazioni che, insieme all'informativa redatta il 5 ottobre 1992 dal capitano dei Carabinieri Gianfranco Cavallo, secondo il giornalista finirono per scomparire dai radar investigativi per molti anni. "Quelle dichiarazioni e quella nota spariscono per oltre quindici anni", osserva, sostenendo che soltanto negli ultimi tempi siano tornate al centro dell'attenzione giudiziaria.
Tra gli elementi richiamati durante la serata c'è anche la figura di Paolo Bellini, ex esponente di Avanguardia Nazionale e oggi condannato in via definitiva come concorrente nella strage alla stazione di Bologna del 1980. "Bellini arriva in Sicilia già nell'autunno del 1991. Quando Bellini si muove non è mai per caso", afferma Limiti. Per la giornalista, la sua presenza nell'Isola mesi prima delle stragi costituisce uno degli indizi che rendono insufficiente una ricostruzione fondata sulla sola responsabilità mafiosa.
"Coloro che stanno facendo questa battaglia per negare l'esistenza della pista nera sostanzialmente si autodenunciano. Stanno dicendo che, nella loro azione, stanno coprendo qualcos'altro", aggiunge.
Il dibattito si sposta quindi sull'attualità politica e sul lavoro della Commissione parlamentare Antimafia. Mondani ricorda la proposta di decreto legge per dichiarare incompatibili con la Commissione gli ex magistrati Roberto Scarpinato (presente alla serata) e Federico Cafiero de Raho, oggi parlamentari. "L'incompatibilità dovrebbe essere dei mafiosi, non di chi ha indagato sui mafiosi", afferma. E aggiunge: "Oggi la Commissione parlamentare Antimafia è guidata da un esponente di Fratelli d'Italia e non può che negare la pista nera. Non credo sia difficile capire il perché".
Il giornalista cita anche alcune delle audizioni svolte davanti alla Commissione. Nel mirino finisce il procuratore capo di Caltanissetta, Salvatore De Luca. "De Luca ha riferito alla Commissione parlamentare Antimafia che la pista nera era "zero tagliato" e che Alberto Lo Cicero non aveva mai fatto rivelazioni sulla presenza di Stefano Delle Chiaie. In realtà gliele abbiamo fatte ascoltare e ha dovuto fare un passo indietro", racconta Mondani, rivendicando il lavoro svolto da Report.
Ma il giornalista va oltre e individua una precisa ragione dietro il rifiuto di percorrere quella pista investigativa. "Io credo ci sia un fine politico evidente, mi dispiace doverlo dire. Al fine politico di respingere la pista nera si è affermata un'altra pista, quella cosiddetta mafia-appalti, che la Procura di Caltanissetta considera il movente dell'omicidio di Paolo Borsellino", sostiene. Una ricostruzione che Mondani contesta apertamente: "È una pista che, secondo il mio punto di vista, non porta da nessuna parte. Non abbiamo elementi che ci permettano di dire che Borsellino avesse concentrato la propria attenzione sul rapporto mafia-appalti. Al contrario, abbiamo molti dati che ci spingono a pensare che in quelle settimane fosse impegnato soprattutto a capire come e perché era stato ucciso Giovanni Falcone".
A sostegno della sua tesi, il giornalista richiama anche le risultanze processuali sull'organizzazione della strage di via d'Amelio. "Giuseppe Graviano è indicato come uno degli organizzatori dell'attentato e non ha mai avuto nulla a che fare con la pista mafia-appalti. Delle due l'una: o non è stato lui a far saltare Borsellino, oppure la pista mafia-appalti non ha alcun senso", afferma.
Per Mondani, gli sviluppi più significativi degli ultimi mesi sono però arrivati sul piano giudiziario. Richiama la decisione della giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta, Graziella Luparello, di respingere la seconda richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura nell'inchiesta sui mandanti esterni della strage di via d'Amelio, decisione successivamente confermata dalla Cassazione. "La giudice Luparello ha indicato in quarantatré punti tutto quello che la Procura dovrebbe ancora fare. È anche per questo che abbiamo intitolato la nostra ultima puntata 'Le piste nere': perché oggi non c'è soltanto la pista Delle Chiaie, ma anche quella Bellini", spiega.
Proprio Paolo Bellini, già esponente di Avanguardia Nazionale e condannato in via definitiva per la strage di Bologna, rappresenta per Limiti un altro tassello fondamentale. "Quando Bellini arriva in Sicilia nell'autunno del 1991 non lo fa per caso. Si muove nelle campagne di Enna, incontra personaggi legati al mondo mafioso e la sua presenza prima delle stragi ci dice moltissimo", osserva la giornalista, convinta che quel dato contribuisca a incrinare definitivamente la tesi dell'esclusiva matrice mafiosa.
L'attualità irrompe anche attraverso la polemica politica delle ultime ore. Alla vigilia della commemorazione di via d'Amelio, Gioventù Studentesca, organizzazione giovanile di Fratelli d'Italia, ha annunciato uno striscione con la scritta "Pista nera, depistaggio rosso". Un messaggio che Mondani commenta dal palco con una battuta accolta dagli applausi della sala: "'Pista nera, depistaggio rosso'. 'Pista nera, incubo vostro', diremmo noi".
Per Limiti, del resto, il tentativo di archiviare definitivamente la pista nera risponde a una precisa esigenza politica. "Questa destra al potere non vuole avere nessuna responsabilità e non vuole che gli uomini che fanno parte integralmente della propria storia siano coinvolti. È questo il motivo per cui hanno scatenato una campagna delegittimante nei confronti di tutte quelle personalità e di quei professionisti che stanno facendo il proprio lavoro e portando molti elementi in direzione contraria", conclude.
A oltre trent'anni dalle stragi, il confronto resta dunque aperto. Non soltanto sul piano processuale, ma anche su quello storico e politico. Per i due giornalisti, continuare a indagare sulla pista nera non significa mettere in discussione le responsabilità di Cosa nostra, ma cercare di comprendere se dietro la stagione delle bombe abbiano agito anche altri protagonisti. "La pista nera continua a fare paura", è il messaggio che attraversa l'intera serata di Capaci. Un'affermazione che, a giudicare dal dibattito e dalle polemiche ancora in corso, resta tutt'altro che consegnata al passato.

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Foto © Karim El Sadi