La NATO lancia la banca del riarmo globale e punta sulla massima pressione a Mosca
Nasce la Defence, Security and Resilience Bank per canalizzare capitali privati verso il complesso militare occidentale. Lavrov: non crederemo più all’Occidente
Si prospetta un futuro tenebroso per l’Europa del prossimo futuro e il vertice NATO ad Ankara ha suggellato quello che sarà il mantra ispirato dall’élite all’uso e consumo dei popoli del vecchio continente: riarmo, riarmo e ancora riarmo.
L’Alleanza investirà altri 140 miliardi in due anni per l'Ucraina, nonostante Trump afferma che "la guerra sta per finire".
Ma non ci sarà via d’uscita da questa dottrina, dato che Mosca è stata ormai etichettata come "minaccia a lungo termine" per la sicurezza e la stabilità dell'area euro-atlantica.
"La Russia, anche dopo la fine della guerra in Ucraina, continuerà a rappresentare una minaccia di lungo periodo alla sicurezza euro-atlantica”, ha dichiarato il segretario generale della NATO, Mark Rutte.
Eppure il generale americano Alexus Grynkewich, comandante supremo delle forze NATO in Europa, ha affermato di ritenere che "la Russia non cerca un conflitto" e "comprende il concetto di alleanza difensiva." Gli Stati Uniti stanno anzi riducendo le risorse militari in Europa, reindirizzandole verso il Golfo e il Pacifico, convinti che una minaccia russa diretta non sia credibile.
Ma ovviamente sono considerazioni inascoltate, troppo ponderate e saggie che non fanno bene agli affari dell’industria degli armamenti.
In questo settore al primo posto ora figura curiosamente il Lussemburgo. Un paese di 700.000 abitanti, privo di un esercito significativo e al sicuro nel cuore dell'Europa occidentale, ma che si è posizionato al vertice di Ankara come uno dei più accesi sostenitori del riarmo. La ministra della Difesa Yuriko Backes ha esplicitato senza reticenze la logica: "Con ogni voce di spesa, dobbiamo anche considerare il ritorno economico per il Lussemburgo."
Il Granducato, con ben 8,2 trilioni di euro in gestione nei propri fondi a fine 2025 e il 58% di tutti i fondi cross-border globali domiciliati sul proprio territorio, non ragiona in termini di sicurezza nazionale ma di rendimento finanziario.
Bisogna investire in armi senza indugi! La guerra oramai è l’unica voce di bilancio che rende bene.
Il contributo più concreto del Lussemburgo al vertice è stato dunque il sostegno alla nuova Defence, Security and Resilience Bank (DSRB), istituzione multilaterale progettata per canalizzare capitali privati verso progetti di difesa, con sede in Canada. Il progetto vede già coinvolte JPMorgan, Deutsche Bank, Commerzbank, ING e le principali banche canadesi come RBC, BMO e TD Bank.
Un tempo propizio per l’industria delle armi: gli ETF europei sulla difesa hanno registrato rendimenti tra il 60 e il 75% tra il 2025 e la metà del 2026, e solo nei primi cinque mesi del 2025 gli investitori hanno riversato oltre 2,7 miliardi di dollari in questi strumenti. I sei maggiori gruppi bancari francesi hanno aumentato i finanziamenti alle aziende della difesa del 25% entro fine 2025, raggiungendo oltre 46,6 miliardi di euro, il 75% in più rispetto al 2021. BNP Paribas ha abbandonato la policy che vietava di finanziare la produzione di "armi controverse"; BPCE ha emesso un bond per la difesa da 750 milioni sottoscritto quasi quattro volte.
Intanto, gli europei si sono impegnati a spendere per la difesa il 5% del PIL, mentre gli Stati Uniti si attestano al 3,1%. Nel 2026 la spesa europea per la difesa sale da 418 miliardi del 2025 a 454 miliardi, pari al 2,4% del PIL dell'UE, mentre la Russia ne spende circa 150 — un terzo dell'Unione Europea e un decimo dell'intera NATO — per difendere il territorio più vasto del mondo oltre a sostenere le operazioni in Ucraina. Rutte ha peraltro rivelato con orgoglio al Financial Times che Europa e Canada si sono impegnati ad acquistare armi statunitensi per 300 miliardi di dollari, sostenendo circa 195.000 posti di lavoro negli USA: una confessione involontaria del fatto che la NATO funge anche da meccanismo di redistribuzione di spesa pubblica europea verso l'industria militare americana.
Pace con Putin? No, meglio la Russia resti una minaccia a tempo indeterminato, meglio se collassi e si disgreghi in tanti staterelli. Per questo motivo si sta premendo l’acceleratore sugli attacchi a lungo raggio.
La nuova dottrina: pressione a Mosca come strumento diplomatico
Il presidente ceco Petr Pavel ha sintetizzato con chiarezza la logica sottostante: “se l'Ucraina continuerà a colpire in profondità nel territorio russo, la Russia sarà più propensa a negoziare”, ha dichiarato indicando come scadenza politica settembre 2026, quando si terranno le elezioni regionali in Russia, e “Putin non annuncerà alcuna nuova mobilitazione prima di quella data”. Dopo le elezioni, tuttavia, la finestra si restringerà considerevolmente. Da qui l'urgenza di intensificare la pressione militare adesso, prima che il calendario politico russo cambi le condizioni.
Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha tradotto questa logica in termini operativi, dichiarando che "stiamo discutendo della capacità dell'Ucraina di colpire in profondità il territorio russo, così che la Russia possa rendersi conto di quanto sia difficile difendere il proprio spazio aereo." Rubio ha riconosciuto apertamente che si tratta di una dinamica già mutata: "è diventato più difficile per i russi difendere il proprio spazio aereo", e questa vulnerabilità — nelle intenzioni americane — dovrebbe "creare le condizioni per i negoziati che pongano fine a questa guerra."
Ovviamente Donald Trump, celebrando definitivamente la morte degli accordi di Anchorage, ha scelto di sposare in toto questa linea senza indugi, annunciando che gli Stati Uniti concederanno all'Ucraina la licenza per produrre autonomamente missili Patriot.
"Non è stato un uccello a dirmi che avremmo dato loro il diritto di produrre missili Patriot; mostreremo loro come produrli. Così non potrete lamentarvi che non ve ne diamo abbastanza: fateli da soli." L'obiettivo dichiarato è trasformare Kiev da destinatario passivo di aiuti militari a produttore autonomo di sistemi d'arma avanzati. Trump ha poi aggiunto, a proposito degli attacchi in profondità: "Questa è un'escalation. Ma questa escalation potrebbe porre fine alla guerra", ha detto con la sua solita saggezza.
Dmitry Peskov © Imagoeconomica
Trump ha anche evocato la possibilità che Washington chiuda lo spazio aereo sopra l'Ucraina come garanzia di sicurezza, lasciando all'Europa il compito di monitorare il rispetto degli accordi. Una dichiarazione che il Cremlino ha definito "nuova e senza precedenti": il portavoce Dmitry Peskov ha sottolineato che la questione "non era mai stata discussa in precedenza" e che qualsiasi coinvolgimento diretto della NATO sarebbe in contrasto con gli interessi russi. Peskov ha ribadito che Mosca continuerà a rafforzarsi: "Questo ci obbliga a essere forti, fiduciosi in noi stessi e a proseguire con la nostra politica coerente", adottando tutte le misure necessarie per contrastare anche l'efficacia dei sistemi Patriot.
Ricordiamo che il nodo di Anchorage, secondo quanto riferito da fonti diplomatiche citate dalla BBC e da ABC News, aveva al centro il Donbass: Putin aveva proposto il ritiro delle forze ucraine dalle regioni di Donetsk e Lugansk in cambio di una cessazione delle ostilità, con il territorio occupato configurato come "zona demilitarizzata" sotto controllo russo. Sul tavolo figuravano anche il veto definitivo all'ingresso dell'Ucraina nella NATO, la riduzione del potenziale militare di Kiev e la questione delle elezioni ucraine come premessa a qualsiasi firma.
La risposta europea non si era fatta attendere: la cosiddetta "Coalizione dei Volenterosi" aveva pubblicato un comunicato in cui dichiarava che "non dovrebbero essere imposte limitazioni alle forze armate ucraine" e che "la Russia non può avere diritto di veto al percorso dell'Ucraina verso l'UE e la NATO". Punti riconfermati dal G7 e a Downing Street con la presenza di Zelensky, sabotando nei fatti il possibile accordo.
La risposta di Mosca: scetticismo e controffensiva narrativa
La risposta russa Russia non si è fatta attendere.
Secondo il viceministro degli Esteri Mikhail Galuzin, i Paesi europei non considererebbero i negoziati come uno strumento per avvicinare le posizioni e favorire una soluzione condivisa, bensì come una copertura politica utile a preparare una nuova fase di escalation del confronto con la Russia. "Oggi, gli europei considerano i negoziati ipotetici non come un'opportunità per restringere le posizioni e trovare soluzioni reciprocamente accettabili alla crisi ucraina, ma come un pretesto per preparare una nuova fase di escalation del confronto con il nostro Paese", ha dichiarato, aggiungendo che si tratterebbe di "uno strumento per imporre le proprie richieste ultimatum, che sono ovviamente inaccettabili per noi".
Galuzin ha indicato come prova concreta di questo approccio l’incontro di giugno con gli ambasciatori di Regno Unito, Germania e Francia, durante il quale — secondo la versione russa — non sarebbero emerse proposte innovative o costruttive per la risoluzione del conflitto, rafforzando così la percezione di un dialogo privo di reale apertura negoziale.
Una posizione ancora più netta è stata espressa dal ministro degli Esteri Sergey Lavrov, che ha dichiarato terminata ogni residua fiducia nella disponibilità dell’Occidente a negoziare seriamente. Intervenendo a Maputo, Lavrov ha affermato: "Questa riserva di buona volontà e speranza si è completamente esaurita", accusando i partner occidentali di aver sostituito il dialogo con una strategia basata su ultimatum espliciti. In questo contesto, Mosca sostiene che l’Occidente "finge di essere disposto a dialogare", mentre in realtà intensifica la pressione politica e diplomatica.
Il fronte: la realtà delle perdite ucraine
Mentre si discute di strategie negoziali, la situazione militare sul terreno accelera. Il 3 luglio le forze russe hanno preso il pieno controllo di Kostiantynivka, un evento che Putin ha definito la chiave per la liberazione dell'intero Donetsk, aprendo una via diretta verso Sloviansk e Kramatorsk. La caduta di Kostiantynivka ha trasformato radicalmente la tratta Druzhkovka–Kramatorsk, diventata una vera "strada della morte" per i convogli ucraini: le unità russe impiegano droni UAV con portata superiore ai 30 km e colpiscono sistematicamente qualsiasi movimento di truppe o rifornimenti. Con anche la strada Slaviansk–Kramatorsk sempre più sotto fuoco, l'intero agglomerato urbano risulta ormai privato di qualsiasi capacità di manovra rapida su asfalto.
Fonti militari ucraine citate da Ukrainska Pravda hanno smentito le affermazioni governative di aver "ripreso l'iniziativa": "È il nemico a decidere dove, quando e con quali forze attaccare", ha dichiarato una fonte nelle direzioni di Kramatorsk e Sloviansk. La pubblicazione ha definito le affermazioni di una svolta "probabilmente premature ed esagerate". Secondo alcune analisi, l'Ucraina avrebbe già superato il punto di non ritorno in termini di risorse umane, perdendo un numero enorme di effettivi per la scelta di privilegiare la difesa del territorio a ogni costo rispetto a ritirate tattiche che avrebbero avuto senso militarmente.
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