Alcune settimane fa, Thiago Ávila si è recato a Montevideo, in Uruguay, per una giornata molto intensa, con l’obiettivo di illustrare e promuovere la Global Sumud Flotilla che, nei giorni successivi, sarebbe partita da Barcelona, in Spagna, diretta verso Gaza.
Thiago è un attivista brasiliano che, come possiamo ricordare, aveva già partecipato a una precedente flotilla, durante la quale fu fermato in acque internazionali dall’esercito israeliano, maltrattato e privato della libertà personale. In quell’occasione, tuttavia, sia lui sia gli altri membri dell’equipaggio furono rilasciati nel giro di poche ore.
Fu proprio in quella circostanza che Thiago acquisì una maggiore notorietà a livello internazionale. A quella spedizione partecipò anche l’attivista Greta Thunberg che, come molti ricorderanno, fu separata dal resto dell’equipaggio, umiliata e sottoposta a trattamenti estremamente duri. Questa volta l’iniziativa è stata ampliata e alla nuova flotilla si sono uniti molti altri attivisti, tra cui Saif Abukeshek che, insieme a Thiago Ávila, è stato fermato in acque internazionali, più precisamente al largo delle coste della Grecia. In un primo momento furono condotti in una struttura detentiva all’interno di una nave, dove vennero sottoposti a maltrattamenti. Successivamente la maggior parte degli attivisti fu trasferita a terra, mentre Thiago e Saif furono portati con la forza in una prigione di massima sicurezza in Israele, dove rimasero per tredici giorni sottoposti a una costante tortura psicologica, oltre che a torture fisiche e a una comunicazione estremamente limitata con il mondo esterno.
Certamente il governo israeliano ha violato il diritto internazionale sotto ogni aspetto, ed è questo il primo elemento che occorre sottolineare. Innanzitutto perché gli attivisti sono stati fermati in acque internazionali e, in secondo luogo, perché il carico che la flotilla intendeva portare a Gaza consisteva in aiuti umanitari.
Tornando ai giorni precedenti alla partenza di Thiago da Barcelona, abbiamo avuto l’opportunità di ospitarlo a Montevideo, dove ha preso parte a una lunga giornata di incontri con la stampa e con diverse organizzazioni sociali. L’evento si è concluso con una conferenza pubblica presso la sede del Pit-Cnt, la centrale sindacale dell’Uruguay.
Ho avuto l’opportunità di parlare con lui al termine dell’incontro. Per alcuni minuti abbiamo scambiato idee e punti di vista, discutendo del mondo, della drammatica realtà vissuta dal popolo palestinese e delle enormi difficoltà legate a questa missione. Abbiamo parlato dell’importanza di rendere sempre più visibile ciò che il governo israeliano sta compiendo in quella parte del mondo, un fenomeno che, senza alcuna esitazione terminologica, può essere definito un genocidio.
Abbiamo parlato anche dei rischi che una missione di questo tipo comporta e della concreta possibilità di essere arrestati. Nonostante ciò, era più che necessario agire. Thiago mi ha detto che l’attivismo consiste nel rendere visibili le ingiustizie con ogni mezzo possibile, compreso il mettere in gioco il proprio corpo.
Ed è proprio su queste parole di Thiago che desidero soffermarmi. Mettere il proprio corpo come scudo, come simbolo, come bandiera, come forma di resistenza, esponendo la propria vita al pericolo. Sapendo che si lascia alle spalle una famiglia, una figlia, una moglie e molte persone che ti vogliono bene e ti stimano.
Poi tutti conosciamo ciò che è accaduto. I tredici giorni di detenzione, il fatto che sua madre abbia lasciato questo mondo mentre lui era in carcere, senza sapere quanto a lungo sarebbe potuta durare la sua prigionia.
L’aspetto positivo di tutta questa vicenda è che la pressione internazionale non si è mai fermata, soprattutto grazie all’attivismo globale. Anche alcuni governi, come quello spagnolo e quello brasiliano, hanno fatto sentire la propria voce. Sia Pedro Sánchez sia Lula da Silva hanno chiesto pubblicamente al governo israeliano la liberazione di Thiago e Saif.
Ma è altrettanto vero che lo Stato di Israele, proprio in questi giorni e in queste ore, alla luce del sole e con la stessa impunità dei pirati, continua ad assaltare le imbarcazioni della flotilla che prosegue il proprio viaggio verso Gaza, seguendo lo stesso schema delle occasioni precedenti, violando il diritto internazionale senza che nessuno intervenga per fermarlo.
Un solo Stato sembra porsi al di sopra di tutti gli altri: questa è la conclusione alla quale si può giungere. La domanda è: fino a quando? Fino a quando un singolo Stato potrà credere di essere il padrone del mondo? Fino a quando uno Stato genocida potrà continuare a commettere crimini senza che nessuno e nulla lo fermi?
Mentre tutto questo accade, aumentano continuamente le persone che mettono il proprio corpo a disposizione come scudo umano. Cresce il numero degli attivisti che alzano la voce. Cresce il numero degli artisti che prendono posizione pubblicamente. Vi sono Paesi che hanno promosso scioperi generali paralizzando l’intera nazione, come ha fatto l’Italia. Si moltiplicano le manifestazioni oceaniche in tutto il mondo. Ciò che ancora manca, tuttavia, è una presa di posizione ferma da parte della maggioranza degli Stati del mondo, accompagnata dalla rottura delle relazioni diplomatiche e dall’adozione di autentiche sanzioni economiche e commerciali.
In questo momento Thiago, Saif, Greta e molti altri attivisti provenienti da ogni parte del mondo seguono da vicino quanto sta accadendo all’equipaggio dell’attuale flotilla. Ancora una volta l’umiliazione, la detenzione illegale, il carcere e la tortura sono realtà che stanno vivendo proprio ora tutti i membri della flotilla sequestrati dal governo israeliano.
Ritengo, innanzitutto come cittadino di questo mondo, ma anche come artista e come essere umano dotato di sensibilità, che ama la vita e la natura e che crede nel principio del “vivere e lasciare vivere”, di non poter restare paralizzato dalla paura e dal terrore. Sostengo inoltre che ogni essere umano, in qualsiasi parte del pianeta, possa e debba fare qualcosa per esigere che tutto questo finisca, e che finisca al più presto. E non si tratta più di una questione ideologica; l’ideologia non basta più. Si tratta di una questione di sopravvivenza della specie umana.
E ora mi sento di porre una domanda: da quale parte della storia vogliamo stare?
(20 maggio 2026)
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In foto: Thiago Ávila insieme a Daniel Amaral














