La diplomazia degli accordi nel vuoto. Nuovo attacco statunitense contro l’Iran
Dopo l’Apache precipitato, gli Stati Uniti colpiscono Sirik, Jask, Bandar Abbas e Qeshm mentre Teheran prepara la rappresaglia
Ormai il teatrino mediorientale inscenato dall’amministrazione Trump lo conosciamo troppo bene: annunci di accordi imminenti, accompagnati da un millantare un controllo totale della situazione, proclami di vittoria totale e nuovi attacchi sorpresa.
Ebbene, ancora una votla, nelle ultime ore era giunta notizia di una bozza di accordo inviata dall'Iran agli Stati Uniti, "preliminarmente accettabile" dall'amministrazione americana.
Il vice presidente JD Vance ha alimentato ulteriormente i toni ottimisti parlando a Fox News: "Teheran e Washington sono vicini a un accordo che potrebbe non piacere a Israele, ma è nel miglior interesse degli Stati Uniti." Una dichiarazione dal doppio registro: da un lato, l'annuncio rassicurante destinato ai mercati finanziari e all'opinione pubblica americana; dall'altro, un segnale sottile alle cancellerie regionali che qualcosa di grande si sta muovendo.
"Israele e Stati Uniti hanno molti interessi in comune, ma ci sono anche situazioni in cui i nostri interessi divergono", ha precisato Vance, aggiungendo che "nell'ultimo anno e mezzo abbiamo creato lo spazio necessario affinché il presidente creda che possiamo raggiungere una soluzione a lungo termine sul nucleare iraniano".
È la CNN a mettere i conti in chiaro. Donald Trump ha dichiarato almeno 37 volte che un accordo con l'Iran era imminente, o che Teheran era "disperata" di raggiungerlo. Il conteggio parte dal 23 marzo, quando il presidente annunciava che "quasi tutti i punti di accordo" erano stati raggiunti.
La Grammatica della "Vittoria Totale"
Ed ecco che mentre il prezzo del petrolio ancora una volta precipitava sulla scia di buone novelle energetiche, Trump telefonava al guerrafondaio senatore repubblicano Lindsey Graham — suo alleato organico e figura chiave nell'architettura politica di questa guerra — per recitare il mantra della resa dei conti finale: "Siamo stati una squadra molto agguerrita e credo che stiamo vincendo questa battaglia, ma la vittoria definitiva arriverà nelle prossime due settimane, quando dichiareremo la vittoria totale. Sarà una vittoria totale. Accadrà molto presto e i prezzi del petrolio crolleranno."
Ovviamente la strategia comunicativa serve a contenere le aspettative dei mercati finanziari in un momento in cui il greggio è alle stelle, l'inflazione è risalita (3,8%) e l'America ospita i Mondiali di calcio.
Sina Azodi, professore associato di politica mediorientale alla George Washington University, ha messo a fuoco la dinamica con chirurgica precisione: "La guerra è molto impopolare qui negli Stati Uniti. I prezzi della benzina sono aumentati, l'inflazione è salita e, allo stesso tempo, abbiamo i Mondiali di calcio, e non si vuole certo essere il paese ospitante dei Mondiali e bombardare un altro paese". 
L'Apache come nuovo detonatore
Ed ecco che la nuova miccia dell’escalation è prontamente arrivata.
Un elicottero d'attacco AH-64 Apache dell'esercito statunitense è precipitato nei pressi delle coste dell'Oman, mentre pattugliava le "acque regionali" dello stretto di Hormuz. I due piloti sono stati tratti in salvo nel giro di due ore da un drone navale di superficie — prima operazione di questo tipo condotta dalle forze Usa — e trasportati a terra in condizioni stabili.
Trump ha scelto di non lasciare che l'episodio si consumasse in sede tecnica. Sul suo profilo Truth ha rotto il silenzio con il tono dell'ultimatum:
"Sono appena stato informato dalle nostre grandi forze armate che, la scorsa notte, gli iraniani hanno abbattuto uno dei nostri sofisticatissimi Apache mentre pattugliava lo Stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti devono necessariamente rispondere a questo attacco." Al Wall Street Journal, in parallelo, minimizzava: "Non è stato un grosso problema," aggiungendo che "il pilota sta bene." Le due comunicazioni, lanciate in contemporanea a pubblici diversi, rivelano la struttura portante della strategia retorica presidenziale: allarmare l'elettorato nazionalista, rassicurare i mercati.
La versione iraniana è stata totalmente opposta nei toni.
"L'elicottero Apache americano non stava sorvolando acque internazionali. Lo Stretto di Hormuz è acque iraniane. Risponderemo con decisione e immediatamente a qualsiasi attacco statunitense contro l'Iran", ha dichiarato un alto funzionario di Teheran ad Al-Jazeera.
La Risposta Americana: attacchi su Sirik, Bandar Abbas, Minab
Poche ore dopo l'incidente, la risposta americana è arrivata puntuale e coordinata. Secondo un elenco preliminare degli obiettivi diffuso da fonti iraniane, i raid hanno colpito: la base navale di Sirik, la base navale di Jask, postazioni di difesa aerea nei pressi di Bandar Abbas, un sito missilistico costiero vicino a Minab, un sito missilistico costiero sull'isola di Qeshm e — non ancora confermato ufficialmente — il porto commerciale di Qeshm. 
Donald Trump
Mentre i funzionari americani confermavano i raid in forma anonima e il Pentagono attendeva la valutazione dei danni, le prime segnalazioni provenienti dalla regione indicavano che Teheran stava già preparando la risposta. Fonti di intelligence aperta segnalavano che "la rappresaglia iraniana è imminente" e che "gli equipaggi dei droni e dei missili si stanno già posizionando per il lancio". Il cerchio della escalation si chiudeva sulla stessa geografia che avrebbe dovuto essere neutralizzata: lo stretto di Hormuz tornava ad essere un campo di battaglia attivo.
Rubio, Netanyahu e il Consenso Silenzioso
Nel mentre, fietro la facciata della "gestione della pace" e delle telefonate rassicuranti ai media, un rapporto di Israel Hayom getta luce su una geometria di potere molto più infida.
Quando l'Iran ha attaccato Israele domenica 8 giugno — in rappresaglia per il Libano — e Netanyahu ha risposto colpendo Teheran, l'immagine pubblica era quella di un'America che invitava alla moderazione. La realtà, stando alle fonti citate dal quotidiano israeliano, era differente: "Israele ha lanciato l'attacco dopo coordinamento e con il consenso americano — in pratica, con il consenso dello stesso Trump. Anche gli obiettivi sono stati concordati."
Il meccanismo che ha permesso questo "consenso silenzioso" porta la firma di Marco Rubio. Secondo Israel Hayom, l'influenza del Segretario di Stato su Trump avrebbe "silenziosamente modificato gli equilibri", convincendo il presidente che "non lanciare un attacco avrebbe dato all'Iran un vantaggio e avrebbe potuto indurire le sue posizioni" al tavolo negoziale. Trump ha poi commentato l'escalation con quella che, a posteriori, suona come una legittimazione retroattiva: "Netanyahu è stato colpito e ha reagito, e non posso biasimarlo per questo." E poi, togliendo ogni ambiguità residua: "Se gli dico di fare qualcosa, lui la fa." — una frase che, a seconda del contesto in cui la si legge, può essere un vanto di controllo o la confessione di un accordo implicito.
Israele continua a colpire il Libano
In questo contesto, Tel Aviv prosegue indisturbata a violare il cessate il fuoco. Mentre la diplomazia si interroga sulla tenuta dell'ennesima tregua, Israele porta avanti la sua guerra in Libano con una sistematicità che ignora ogni appello alla moderazione — da Washington, da Bruxelles, dall'ONU.
I raid su Tiro del 9 giugno hanno ucciso almeno otto persone in una zona residenziale, secondo quanto riferito dalla Protezione civile del Libano meridionale ad Al Jazeera. I bombardamenti israeliani in Libano nelle ultime 24 ore hanno complessivamente causato 29 morti e 133 feriti, riporta il ministero della Sanità libanese. Tiro, sito Patrimonio UNESCO, ha subito danni a colonne e mosaici. L'Unione Europea ha chiesto formalmente a Israele di ritirare le proprie truppe dal Libano e di onorare gli accordi vigenti. Netanyahu ha risposto continuando a bombardare.
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