
Nel libro di Raul Pantaleo la realizzazione dell’utopia di Gino Strada
E’ un anniversario della liberazione segnato da profonde ingiustizie, e soprattutto da guerre, tante. Il genocidio a Gaza prosegue indisturbato mentre il nostro governo continua ad esserne complice. Il ricatto di Netanyahu, che tiene Trump sotto scacco, continua attraverso gli Epstein files, mentre i conflitti in Iran e Libano imperversano. E poi ancora: l’accanimento del procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca, che insiste sulla pista Mafia-Appalti mentre viene ammonito dalla Cassazione che gli impone di proseguire su quelle ipotesi investigative che lui vorrebbe gettare alle ortiche. Sullo sfondo i soliti servi e lacchè che insistono nel diffondere menzogne per screditare magistrati come Nino Di Matteo. Utili idioti del mainstream che, per coprire le proprie miserie umane, attaccano chi fa vera informazione in un mondo di pavidi.
E in tutto questo delirio il decreto sicurezza diventa legge: benvenuti nel Paese dell’impunità dei colletti bianchi, degli 007 che possono infiltrarsi e compiere stragi, e degli studenti che vengono manganellati in piena criminalizzazione del dissenso. A leggerlo tutto d’un fiato verrebbe da dire che siamo in attesa di una nuova liberazione. E che quella di 81 anni fa è stata calpestata a livello mondiale da un potere criminale a tutti i livelli. Ma proprio quando l’imbarbarimento sembra prendere il sopravvento il genere umano tira fuori il meglio di sé. E lo fa attraverso donne e uomini che vanno controcorrente.
Architetture del noi
Tra coloro che vanno controcorrente c’è sicuramente l’architetto Raul Pantaleo, che dal 2004 collabora con Emergency costruendo ospedali nelle zone di guerra. Nel suo libro “Architetture del noi” lo spiega benissimo. Lo aveva in parte già fatto in occasione della venuta di don Ciotti a Trieste.
Quella volta aveva ribadito l’importanza di “lavorare tutti affinché il diritto internazionale torni ad essere centrale contro questa barbarie che sta avanzando”. Ed è riprendendo alcune analisi contenute nel suo libro che si ritrova la speranza. Pantaleo parla di “un'idea di bellezza che ha radici lontane, che affondano in quella bellezza utile e razionale, che per il mondo occidentale si riconosce nella classicità dove la parola Kalòn comprendeva il forte legame fra bello e buono. È un'idea che nel nostro lavoro si ritrova in quegli edifici ‘scandalosamente belli’ voluti da Gino Strada”. L’autore spiega che si tratta di “luoghi di pace nel frastuono della guerra o nella desolazione. Che dimostrano come l'architettura possa essere uno strumento di bellezza anche alla periferia fisica e sociale del mondo”. L'idea di una bellezza “eccentrica, sporca e imperfetta che preferiamo chiamare ‘bellitudine’, parte dal presupposto che stare in un luogo curato armonioso sia un diritto, una medicina. Che aiuta a traghettarci in un futuro dove la cura delle cose, dei dettagli, delle proporzioni possa diventare semplicemente strumento di rispetto per tutti, e non solo per pochi privilegiati”.
L’idea di “bellitudine”
Pantaleo evidenzia che la sublimazione dell'idea di “bellitudine” sta tutta “in quel minuscolo edificio di meditazione e preghiera voluto da Gino Strada all'interno del centro di Cardiochirurgia Salam (situato alla periferia di Khartoum, in Sudan, ndr). Un'utopia concepita durante una delle nostre esplorazioni concettuali del venerdì”. Mentre l’ospedale era ancora in costruzione si faceva strada quello che rappresentava “un gesto rivoluzionario voluto da Gino Strada, un luogo aperto a credenti e non credenti, pensato per ospitare la complessità spirituale del Sudan. Una provocazione: costruire uno spazio interreligioso nel mezzo di una guerra religiosa”. Un luogo dove estetica ed etica “si fondono dando forma all'estrema utopia immaginata da Gino Strada nel concepire la bellezza come strumento di cura, come diritto anche dei più poveri”. 
Pantaleo chiarisce che guardare a questo passato “nella solitudine dell'oggi, significa cercare quei legami che rifuggendo il vociare del presente ci conducono a una ritrovata comunità, a una nuova naturalità”. Perché se proviamo a immaginare un futuro dominato da macchine, computer, intelligenza artificiale, agli umani – per rimanere umani – “non resterà che cercare una ragion d'essere nella naturalità delle imperfezioni della vita. E’ dove c'è un'imperfezione che possiamo trovare ancora l'umanità e una possibilità di miglioramento”.
Architettura terapeutica sotto le bombe
“Homs è una città fantasma distesa tra ruderi spettrali – racconta Pantaleo –, ho attraversato questo nulla stordito dalla brutalità disumana degli umani, con gli edifici crivellati in questa Siria dimenticata”. L’architetto milanese, che da diversi anni vive a Trieste, evidenzia come quegli scheletri di edifici siano “un monito che ci ricordano di come l'inganno di pochi fu sufficiente al precipizio di tanti”. Ed è in quel nulla che l'architettura offesa e ferita troppe volte nella storia “è anch'essa muta testimone della barbarie, semplicemente vittima di guerra tra le vittime di guerra. Possiamo parlare di urbicidio, perché come in mille altre guerre sono stati colpiti irrimediabilmente i valori identitari sociali e culturali di un'intera comunità di cui l'architettura era interpretata in rappresentazione”. Mentre vaga per questi inferni Pantaleo si chiede quale sia il senso di fare architettura. “Me lo chiedo spaesato, aggirandomi in questo grado zero dell'umanità. Come sempre mi viene in soccorso la risposta più semplice forse la più banale: la risposta sta tutta nell'azione. Nel fare spazio al futuro dando forma all'utile e al bello. Sì, non possiamo far altro che costruire, è nella nostra natura. Ed è proprio in queste condizioni estreme che l’architettura sa essere terapeutica, sa curare le cicatrici della guerra. Perché un nuovo tetto che protegge, un intonaco che profuma di fresco, parla di futuro, della voglia di vivere, della banalità dell’abitare. Sta qui la straordinaria forza dell’architettura”. “Così, seduto di fronte a questa distesa di rovine, riesco a vedere con indescrivibile chiarezza le tante verità relative del nostro fragile tempo. Tutto diventa maledettamente evidente: la banalità della vita, l'evidenza della morte, la paura del nulla, l'assurdità della violenza, ma anche la bellezza della natura che rinasce, la bellezza della creazione degli umani e l'immensità della solidarietà che guarisce”.
Un altro mondo possibile
Per Raul Pantaleo è quanto mai urgente “la ricostruzione di un patto sociale fatto da tanti puntini che uniti possono dare vita a una società che si basa sul riconoscimento dei diritti umani”. “Come architetti non possiamo che plasmare la nuda materia che abbiamo tra le mani cercando di dar forma ai tanti puntini dispersi. Immaginando l'utopia di potere coabitare più pacificamente ed equamente il pezzo di mondo che abbiamo avuto in sorte di condividere”. La tragedia siriana di Homs, così come di tante altre guerre oggi “è un monito e uno sprone per il futuro, perché è da questa desolazione che possiamo immaginare una traiettoria per quell'utopia che ci piace ancora chiamare: ‘un altro mondo possibile’”.
Costruire luoghi di umanità
“Guardavo sgomento i quadretti colorati del foglio Excel che avevo tra le mani – continua Pantaleo –. Rappresentavano i progetti di cliniche prefabbricate destinate ai campi profughi di Arbat (nel Kurdistan iracheno, ndr). E altre zone di guerra in Iraq. Guardavo e riguardavo le stampe dei progetti. Avevo un solo pensiero: sono semplicemente brutti! Com'era possibile fare architettura usando Excel? Mi sconcertava l'idea che persone già afflitte da guerra, disagi e freddo potessero trovare conforto in aggregati di grigi container assemblati su fogli elettronici. Questa era l'evidenza di quella che ho spesso definito ‘l'ingegnerizzazione del dolore’. Azioni di supporto ai bisogni primari, ignorando però quelli dovuti alle sofferenze psicologiche patite a causa della guerra”. L’autore spiega che l’intervento nei campi era “certamente meritevole” e che le autorità locali lo avevano definito “d'eccellenza”. “Ma quel freddo grigiore era senza speranza, senza futuro, eppure sarebbe bastato poco per umanizzare quegli ambienti, bastava usare colori, alberi, creare spazi aggregativi, luoghi che ispirassero una parvenza di normalità. Non erano certo interventi costosi, interventi che avrebbero potuto influire sul budget. Era semplicemente un approccio diverso all'uso del budget”. “Dopotutto eravamo lì, a un soffio dalla guerra, per costruire luoghi di umanità, cliniche prefabbricate, efficienti e belle. Non si trattava certamente di costi, ma di immaginazione, di porre al centro le persone e i loro bisogni. Tutti i bisogni. Anche quelli psicologici”. Ed il grande successo di quel progetto è stato quello di diventare “un modello che le autorità locali hanno adottato e replicato. Dimostrando come architetture parsimoniose possono addomesticare e arricchire le logiche funzionaliste e i limiti di budget”. “Colui che mi ha mostrato il significato più profondo della parola parsimonia è certamente Erri De Luca – uno dei miei maestri d'architettura insieme a Gino Strada – che attraverso la sua scrittura misurata mi ha introdotto una visione parsimoniosa dell'architettura e della vita”. 
Raul Pantaleo © Imagoeconomica
Chi salva un essere umano salva il mondo
Il racconto di una sua missione a bordo della nave “Life support” nel maggio del 2023 è come sempre senza alcun filtro. Cronaca asciutta della metafora di Oskar Schindler: chi salva un essere umano salva il mondo. “La situazione è assurda: da un lato uno stato, la Libia, finanziato dall'Italia, che favorisce le partenze clandestine per poi fermarle in mare riportando i fuggitivi nei campi di detenzione. Dall'altro la società civile fatta di tante piccole ONG che cercano di dare un futuro a persone disposte a tutto pur di partire”. Pantaleo lo definisce “un gioco assurdo, una spirale di disperazione per i più disperati, una rendita lucrosa per il sistema criminale connivente con quello che è rimasto dello stato libico”. Per l’architetto, l’equazione è semplice: “non si possono risolvere i problemi della migrazione, in mare o a terra, come viene fatto anche sulla rotta balcanica, semplicemente respingendo. Noi siamo qui perché ci sono persone innocenti che muoiono in mare, tanto basta. Come evitare che questo avvenga è compito della politica, della buona politica”. Per poi ribadire una considerazione che brucia: “ho l'amaro in bocca sapendo di poter fare poco o nulla per i tanti che si stanno giocando tutto in questo fazzoletto di mare. La frustrazione di assistere allo scippo del loro futuro…”.
L’utopia di fare il proprio mestiere
Quel diario della missione a bordo della “Life support” si conclude con il salvataggio di 29 migranti. “Arrivati al porto di Marina di Carrara a riceverci c'è una piccola moltitudine: Croce Rossa, Forze di polizia costiera, Frontex, Autorità Sanitaria. Prima sbarcano le donne e i bambini, poi tutti gli altri, per finire i tre con la scabbia. Li guardo scendere, il tempo di un saluto, qualche abbraccio. Grazie. I loro sguardi sono ormai rivolti al futuro, sono incuriositi. L'incosciente allegria dei primi giorni rimane a bordo, è nei nostri ricordi. Buon viaggio, che la fortuna vi accompagni come vi ha accompagnato in questo tratto di mare, 2000 miglia, 336 ore di navigazione, 29 naufraghi salvati. Sono i numeri che mi porterò nei ricordi e nelle mani”. Il racconto di Pantaleo parla di “umani in transito, di mare, di futuro, di guerra, ma soprattutto di confini, di chi cerca di superarli, di chi ne subisce le regole, di chi è cittadino minore di questo pianeta”. Quelli che poi vengono definiti “trasgressori”. Ed è un diario che narra “del loro coraggio e disperazione, della crisi dell'idea di Stato-nazione, della sua assurdità storica”. “Questo racconto – sottolinea Raul Pantaleo – parla di una diversa idea di confine, perché è un confine oltre a essere un cum-finis, ciò che separa limita, è anche ciò che unisce con uno stesso fine. Ed è questo secondo significato che abbiamo voluto esplorare: non lo spazio fisico di separazione, oggi nuovamente luogo di scontro, ma lo spazio mentale d'incontro e di scambio. Questa nave vuole essere quello spazio; punto franco liquido che diventa un modo diverso di vivere il nostro futuro cum-finis con un fine comune”. Ed è citando le parole del prof. Shahram Khosravi, docente di sociologia antropologica all'Università di Stoccolma, che riaffiora ulteriormente il senso di un’utopia che vale la pensa perseguire. «La sopravvivenza dell'umanità – scriveva Khosravi – è concepibile solo in un mondo in cui lo spazio dello Stato-nazione venga decostruito e i cittadini sappiano riconoscere e accettare i non-cittadini, i profughi, gli apolidi e i clandestini. […] L'ospitalità non è un'opzione, ma una necessità urgente se vogliamo che gli esseri umani abbiano ancora un futuro». “Questa nave – conclude Pantaleo – vuole essere questo nuovo mondo alla ricerca di un fine comune, e poiché le utopie nel nostro lavoro di architetti diventano luoghi, questo vascello è la dimostrazione che anche un oggetto galleggiante può diventare soggetto politico di difesa e pretesa di diritti e di cura”.
Foto di copertina © Imagoeconomica
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