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Israele bombarda Beirut, l’Iran lancia i missili. Medio Oriente sull’orlo del baratro

Raid su Dahieh, missili iraniani e Trump umiliato da Netanyahu: la guerra ibrida entra in una nuova fase

Francesco Ciotti

Una nuova scossa tellurica sta facendo tremare ancora una volta il golfo persico dove lo scontro di Usa-Israele contro l’Iran assume i contorni di una guerra ibrida senza fine a medio-bassa intensità.

Nel primo pomeriggio di domenica di ieri, i caccia israeliani hanno colpito il quartiere di Dahieh, nei sobborghi meridionali di Beirut, storica roccaforte di Hezbollah. Secondo i media israeliani, l'attacco avrebbe preso di mira un centro di comando del gruppo sciita — non una figura specifica — in risposta a nuovi lanci di razzi e droni da parte di Hezbollah verso il nord di Israele. Si tratta del primo raid significativo su quella zona dopo diverse settimane di relativa calma.

Il premier Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno diramato un comunicato congiunto confermando l'ordine di colpire "obiettivi terroristici" a Dahieh, ribadendo la dottrina che guida ogni risposta israeliana: "Se non c'è calma nel nord di Israele, non ci sarà calma a Beirut". L'esercito israeliano aveva inoltre informato preventivamente gli Stati Uniti prima dell'operazione. 

Secondo l'agenzia di stampa nazionale libanese, il bilancio delle vittime è salito rapidamente: almeno 20 feriti, tra cui quattro bambini, e almeno due persone uccise nell'area di Mreijeh-Tahwita al-Ghadir. I rapporti iniziali indicano che l'attacco ha preso di mira "due appartamenti in due edifici".

La reazione iraniana non si è fatta attendere. Poche ore dopo il raid su Dahieh, Teheran ha convocato una riunione d'emergenza del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale. Il ministro degli Esteri aveva già avvertito, nei giorni precedenti, che un attacco su Dahieh sarebbe stato considerato una violazione del cessate il fuoco e avrebbe potuto scatenare una risposta entro 24-48 ore.

"Questi cani rabbiosi devono essere disciplinati e rimessi al loro posto. Guardate il cielo sopra le terre occupate stasera", ha subito commentato in tono colorito il parlamentare Ebrahim Rezaei, portavoce della commissione per la sicurezza nazionale del Parlamento iraniano.

Il Comando centrale delle Guardie Rivoluzionarie (IRGC) ha emesso un comunicato ufficiale accusando Israele di aver commesso crimini di guerra, incluso l'uso di bombe al fosforo bianco, e ha ricordato che aveva già avvertito che un attacco ai sobborghi di Beirut avrebbe comportato attacchi su obiettivi nei territori occupati.

Il presidente del parlamento iraniano Ghalibaf ha alzato ulteriormente la posta, dichiarando che il blocco navale contro l'Iran e il sostegno di Washington a Israele hanno reso gli obiettivi americani e israeliani nella regione "bersagli legittimi", e che le forze armate iraniane hanno piena libertà di azione per rispondere.

L'Iran spara: venti missili in cinque ondate

Detto fatto. Nel corso della serata, l'escalation ha raggiunto un livello di intensità senza precedenti: l'Iran ha lanciato circa 20 missili balistici verso Israele in almeno cinque ondate successive. I lanci sono avvenuti da diverse basi distribuite sul territorio iraniano — Tabriz, Kermanshah, Isfahan, Qom, Karaj, Kashan e Urmia — con piccoli gruppi di sei-sette missili per ondata. Una dispersione geografica pensata appositamente per sopravvivere a eventuali contro-attacchi preventivi.

Almeno due impatti sono stati confermati nel nord di Israele, descritti come esplosioni a bassa potenza, possibilmente con submunizioni. L'IRGC stesso ha definito l'operazione un "avvertimento", non un attacco massivo: "Se le aggressioni si ripeteranno, le risposte saranno più ampie". Un segnale politico-militare calibrato, pensato per dimostrare capacità operative senza aprire una guerra totale. 

Il cessate il fuoco mai realizzato

L’ennesimo episodio che testimonia la colossale beffa della tregua stipulata tra Libano e Israele entrata in vigore il 17 aprile –– un accordo mediato dagli Stati Uniti che prevedeva un cessate il fuoco di dieci giorni, poi prorogato di ulteriori tre settimane. Ma fin dall'inizio, il testo è rimasto lettera morta.

Israele ha sempre sostenuto che l'accordo Iran-USA non includesse il Libano, continuando i raid nel sud del paese e, ora, a Dahieh stessa. Dal momento dell'entrata in vigore della tregua, secondo i dati disponibili, 380 persone sono morte — tra cui 22 bambini — negli attacchi israeliani, su un totale di circa 2.900 vittime dall'inizio del conflitto. Hezbollah, dal canto suo, ha dichiarato esplicitamente di non riconoscere il cessate il fuoco negoziato dal governo di Beirut. 


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L'IRGC ha accusato gli Stati Uniti di aver mantenuto il blocco navale dei porti iraniani e di aver condotto una serie di attacchi contro Iran nello Stretto di Hormuz, nel Mar d'Oman e nell'Oceano Indiano, in palese violazione degli impegni assunti.

Trump, ancor una volta umiliato e scavalcato da Netanyahu

Dalla Casa Bianca, il presidente Usa Trump ha braccia conserte ha dichiarato a Fox News di non essere contento degli attacchi israeliani contro Beirut avvenuti nelle ore precedenti, esortando l'Iran a tornare al tavolo delle trattative. 

"Avete lanciato i vostri missili, basta così, tornate al tavolo e trovate un accordo", ha dichiarato, riconoscendo che l'escalation "certamente non aiuterà i negoziati".

Eppure, in un'intervista registrata venerdì e trasmessa domenica da NBC, lo stesso Trump aveva invocato "attacchi più chirurgici" contro Hezbollah in Libano, inquadrando la richiesta di maggiore violenza come una "preoccupazione per il popolo libanese".  Nel mentre, un funzionario statunitense ha dichiarato ad Al Jazeera che Washington "sostiene il diritto di Israele all'autodifesa", aggiungendo che un nuovo ciclo di colloqui israelo-libanesi è previsto per la settimana del 22 giugno.

Che dire dell’immane montatura mediatica su una presunta rottura tra Trump e Netanyahu circolata nelle ultime settimane tra diversi media occidentali, in particolare Axios, che ha ricostruito la telefonata avvenuta tra i due leader il 1° giugno, pochi giorni prima dei fatti odierni.

"Sei un fottuto pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando il c**. Tutti ti odiano adesso. Tutti odiano Israele per questo", aveva urlato il tycoon furioso per redarguire l’alleato su un possibile attacco su Beirut che sarebbe già dovuto avvenire nei giorni scorsi.

Dopo l’incidente di oggi, da buon capobranco che ha il pieno controllo della situazione, Trump ha ovviamente intimato Teheran di rispettare il cessate il fuoco, non chi l’ha violato per l’ennesima volta.

Il quadro clinico di Washington è tutt’altro che roseo per quanto riguarda la compromissione con Israele, oramai è sotto gli occhi di tutti.

Giusto per rispolverare la memoria, ricordiamo che Miriam Adelson, la miliardaria israelo‑statunitense Miriam Adelson, una delle maggiori donatrici del Partito repubblicano e delle cause pro‑Israele, ha donato a Trump ben 250 milioni di dollari per indirizzare la presidenza al suo giusto corso.

Ed ecco che la telefonata "furibonda" di Trump, ben lungi dal rappresentare una rottura strategica, appare più come una performance calibrata, utile a riabilitare l'immagine del tycoon presso un'opinione pubblica sempre più a disagio con il sostegno incondizionato a Tel-Aviv, senza modificare di un millimetro la sostanza della politica americana nella regione. 

Netanyahu non accetterà mai una pace duratura negoziata tra Washington e Teheran senza aver raggiunto almeno uno dei suoi obiettivi che convergono verso il grande Israele.  

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