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Ingroia: ''Cosa nostra condivise ed eseguì la sua strategia stragista con la 'Ndrangheta''

L’avvocato dei familiari dei carabinieri Fava e Garofalo: “Per il processo ’Ndrangheta stragista ci sono state resistenze in Cassazione come per il processo Trattativa”

AMDuemila

La condanna dei due capimafia Graviano e Filippone costituisce un ulteriore passo in avanti nella ricostruzione delle dinamiche della strategia stragista del ’92-’94”. A dirlo, intervistato da WordNews.it, è l’avvocato Antonio Ingroia, legale di parte civile nel processo contro il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano e il mammasantissima di Melicucco Rocco Santo Filippone, nuovamente condannati una settimana fa in appello a Reggio Calabria per l'omicidio degli appuntati dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo (assassinati il 18 gennaio 1994 sulla Salerno-Reggio Calabria). “Già nell’indagine della Procura di Palermo, Sistemi criminali, e poi anche nell’indagine Trattativa, che è nata dopo, avevamo evidenziato che ci fosse una concertazione nella strategia che andava al di fuori di Cosa nostra e ci fossero stati contatti sia con la Camorra, sia con la ’Ndrangheta, sia con la Sacra Corona Unita”, spiega Ingroia.
In questo processo si è messo ormai definitivamente a fuoco che era una strategia certamente condivisa con la ’Ndrangheta ed eseguita sostanzialmente insieme, di concerto tra Cosa nostra e ’Ndrangheta, con un ruolo di protagonista apicale di Giuseppe Graviano, che nelle indagini che si erano fatte un decennio fa sui Sistemi criminali e la Trattativa non si era evidenziato bene. Qui credo - aggiunge - che una delle componenti più importanti di questa indagine, di questo processo, sia che si evidenzia sempre di più che non c’erano solo degli accordi fra organizzazioni criminali diverse, ma che il sistema criminale mafioso si muoveva in modo unitario, come si è scritto nelle motivazioni delle sentenze di questo processo, con una Cosa Unica. Quindi, accanto a Cosa nostra, abbiamo la Cosa Unica, dove Cosa nostra e ’Ndrangheta sono diventate un tutt’uno in quella stagione”. Secondo l’avvocato, già procuratore aggiunto di Palermo, l’attentato ai due appuntati avvenne perché “bisognava lanciare un messaggio all’Arma dei Carabinieri”. “La stessa Arma e la stessa uniforme - prosegue - che erano indossate dal colonnello Mario Mori e dal capitano Giuseppe De Donno, i due ufficiali del ROS che avevano avviato la trattativa con Cosa nostra. Quindi, a distanza di quasi due anni dall’inizio della trattativa, sempre rivolgendosi a chi si era presentato come ambasciatore dello Stato per avviare la trattativa, il sistema criminale mafioso vuole mandare un messaggio fortissimo, battendo un pugno sul tavolo della trattativa, a suo modo, con l’omicidio di due carabinieri e con la strage di decine di carabinieri. Sarebbero stati coinvolti anche tifosi, in una domenica di calcio”. Per Antonio Ingroia è cristallino che tutto ciò “si spiega solo nella cornice della Trattativa, perché si trattava di dare la spallata finale per chiudere l’accordo che era già in fase avanzata”. Non a caso, ricorda, “nello stesso gennaio del ’94 Graviano comunica in modo trionfalistico a Gaspare Spatuzza che l’accordo si è chiuso, e l’accordo si è chiuso con Marcello Dell’Utri, che in quei giorni del gennaio ’94 si trova a Roma, alloggiando in un hotel di via Veneto, a pochi passi dal bar Doney, dove Giuseppe Graviano comunica la conclusione, il successo per Cosa nostra, perché ha chiuso l’accordo che chiuderà la Trattativa Stato-mafia, Stato-Seconda Repubblica-mafia e l’inizio di un nuovo corso che infatti avrà come immediato effetto la rinuncia agli attentati da parte di Cosa nostra”. In quel momento “si avvia una tregua dove, ovviamente, l’accordo è che Cosa nostra e la ’Ndrangheta smettono omicidi e attentati e lo Stato, nella nuova Seconda Repubblica, allenterà la morsa della legislazione antimafia e dell’impegno antimafia”. Questo, per Ingroia, “è il senso del processo, uno dei processi chiave che può far ricostruire la storia di quella stagione di sangue e che però, per concludersi, dovrà ottenere un nuovo sigillo dalla Corte di Cassazione”. Ingroia, che difende le vedove e i figli dei due carabinieri assassinati sulla Salerno-Reggio Calabria 32 anni fa, applaude quella “parte dello Stato che vuole rispondere a questa esigenza di verità e giustizia che viene da più parti del Paese, che viene dai familiari delle vittime”.

Le resistenze della Cassazione come per il processo Trattativa

Venendo al cuore del processo e alla battuta d’arresto in Cassazione (che aveva annullato con rinvio la sentenza), secondo Ingroia “va dato atto al procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, che ha fatto un lavoro immane di ricostruzione dettagliata, meticolosa, molto rigorosa anche sul piano delle prove e dei riscontri alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, costruendo il quadro di ciò che è accaduto in quella stagione stragista terribile, la stagione delle stragi e della trattativa Stato-mafia che si è sviluppata fra il ’92 e il ’94, e l’omicidio dei due carabinieri avviene in un momento cruciale”. I giudici di merito altrettanto hanno “dimostrato di voler fare chiarezza con delle esemplari sentenze di condanna: in primo grado dalla Corte d’Assise di Reggio e poi in appello con ben due sentenze, questa è la seconda, della Corte d’Assise d’Appello”. La Cassazione, però, ricorda, ha avuto delle resistenze. “Sono le stesse resistenze che ci sono state sul processo Trattativa Stato-mafia”, secondo Ingroia. “Però va detto che nel processo ’Ndrangheta stragista l’annullamento che c’è stato in Cassazione e che ha costretto a fare un altro processo d’appello non è stato un annullamento totale come per la Trattativa, ma un annullamento parziale. È stata una sentenza che ha confermato però la ricostruzione complessiva che avevano fatto la Procura di Palermo, la Procura di Reggio Calabria e le Corti d’Assise. La Cassazione ha evidenziato - prosegue l’avvocato - che non era completo, coerente, organico e adeguatamente robusto il quadro probatorio di riscontro che individuava nei due imputati, Graviano e Filippone, i mandanti di quell’omicidio e, soprattutto, ha ritenuto che non fosse adeguatamente accertata la partecipazione di Giuseppe Graviano alle riunioni che hanno determinato il duplice omicidio Fava-Garofalo. È questo il punto, ma su questo leggeremo le motivazioni. È importante che la Corte d’Assise d’Appello, anche come giudice di rinvio, abbia tenuto il punto”. Ora, conclude, “ci si aspetta un nuovo capitolo in Cassazione”.

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Foto © Paolo Bassani