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Il sole d'Italia in concessione a Israele

La transizione verde come nuova frontiera della finanziarizzazione del suolo italiano. Il caso dei fondi israeliani nel fotovoltaico, garantiti da denaro pubblico europeo, e il silenzio del controllo statale sugli investimenti esteri

Margherita Furlan

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La transizione ecologica viene raccontata come un atto di liberazione: dal fossile, dalle Sette Sorelle, dalla dipendenza. Sul suolo italiano sta diventando, in più di un caso, il suo rovescio: un canale di finanziarizzazione della terra e dell’energia che cede a capitali esteri opachi il controllo di nodi strategici, talvolta con la garanzia di denaro pubblico europeo. La penetrazione di fondi israeliani nel fotovoltaico è la prova documentale di questo meccanismo, non la sua causa unica.

Un produttore italiano, soci israeliani

A Milano ha sede Sunprime, produttore indipendente di energia rinnovabile specializzato nel fotovoltaico commerciale e industriale, negli impianti a terra e nei sistemi di accumulo. La società è italiana per costituzione e gestione, ma il suo capitale racconta un’altra geografia. Dal 2021 i soci di riferimento sono due attori israeliani: Nofar Energy, quotata alla Borsa di Tel Aviv, e Noy Fund, il maggiore fondo infrastrutturale di Israele, con quasi tre miliardi di euro di masse gestite.
La struttura di Noy Fund è la parte più rivelatrice. Il fondo non è un investitore qualsiasi: aggrega i principali istituzionali israeliani, dalle compagnie assicurative Clal, Migdal, Menora e Phoenix al gestore Altshuler Shaham. Nel febbraio 2021 Noy, Nofar e Sunprime hanno siglato una joint venture per sviluppare fino a cento megawatt di impianti fotovoltaici sul territorio italiano. Da allora i due soci israeliani hanno immesso oltre novanta milioni di euro di capitale di rischio nella piattaforma italiana.
Il resto è una scalata finanziaria documentata passo per passo. Nel dicembre 2022 Sunprime chiude un finanziamento di progetto da centocinquanta milioni di euro per oltre duecentocinquanta impianti. Nell’agosto 2024 l’operazione, denominata "progetto Solomon", sale a duecentoquattro milioni, con la Banca Europea per gli Investimenti e Natixis. Nel marzo 2026 il salto è netto: cinquecentosette milioni per il "progetto Sophocles", ancora con la BEI e Natixis. La società punta a settecentocinquanta megawatt di picco in esercizio entro il 2027 e dichiara una riserva di progetti superiore al gigawatt.
Qui si annida il primo paradosso, e merita di essere isolato con nettezza. Il denaro pubblico europeo, attraverso la BEI e la garanzia comunitaria, sta facendo da scudo a portafogli energetici italiani la cui proprietà ultima risiede in fondi israeliani che raccolgono capitale dagli istituti assicurativi di quel Paese. Non è un’operazione clandestina: è una catena legittima, trasparente nei suoi atti, persino virtuosa nella retorica della decarbonizzazione. Ed è proprio per questo che racconta qualcosa di più scomodo di uno scandalo.

Il rischio è pubblico, la rendita è privata
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Immagine di copertina by Paolo Bassani. Realizzata con supporto IA