Il congresso vota contro Trump, mentre in Libano va in scena la farsa dei negoziati
La Camera tenta di incatenare i poteri di guerra del presidente, il cessate il fuoco “garantito” da Washington viene smentito dalle bombe su Libano e Kuwait
La fronda anti-Trump cresce negli Stati Uniti che vivono una spaccatura sempre più insanabile.
La Camera dei Rappresentanti ha approvato, con un margine risicato di 215 voti contro 208, una risoluzione che limita i poteri di guerra del presidente sul conflitto con l'Iran. Il voto, reso possibile dal contributo decisivo di quattro deputati repubblicani dissidenti, rappresenta il primo successo del Congresso nel riaffermare la propria autorità costituzionale sulle operazioni militari all'estero, imponendo al presidente l'obbligo di ritirare le forze armate americane da qualsiasi azione contro Teheran “a meno che ciò non sia esplicitamente autorizzato dal Congresso, fatta eccezione per i casi di difesa dell'America, di un alleato o di un partner da un attacco imminente”.
Una risoluzione clamorosa che, tuttavia, rimane per ora più una dichiarazione politica che uno strumento giuridico vincolante. Infatti, senza l'approvazione del Senato, il suo impatto operativo immediato di questa votazione è pressoché nullo. Resta un segnale inequivocabile: una parte crescente dell'establishment americano non è disposta a seguire l'amministrazione lungo il sentiero di una guerra regionale senza confini definiti.
La base MAGA che si sente tradita da Trump si allarga ogni giorno di più e il tycoon ha bisogno di un piano per tornare a ricevere accredito nell’opinione pubblica.
Sembra a questo scopo che sono state divulgate da Axios, presunte invettive del presidente Usa contro Netanyahu al telefono. “Sei fuori di testa, cazzo. Se non fosse per me, saresti in prigione. Ti sto salvando il culo. Ora tutti ti odiano. Per questo tutti odiano Israele” avrebbe dichiarato Trump, definendo le azioni dell’esercito israeliano negli ultimi giorni come un “eccesso”, chiedendo la cessazione immediata dei bombardamenti contro il Libano e gli obiettivi di Hezbollah.
Detto fatto, il suo amico Bibi ha continuato a bombardare il Libano e nelle ultime ore ha portato a termine un accordo che, di fatto, ha il solo scopo di scaricare le responsabilità della prosecuzione dei bombardamenti, esclusivamente sull’asse della resistenza.
L'accordo farsa in Libano
In sostanza, gli Stati Uniti hanno annunciato un accordo di cessate il fuoco tra Israele e Beirut, condizionato al completo ritiro di Hezbollah a nord del fiume Litani e alla contestuale assunzione del controllo del territorio da parte dell'esercito libanese “sotto guida americana”. Il presidente libanese Joseph Aoun, dopo il quarto round di colloqui mediati da Washington, ha illustrato i termini dell'intesa presso il Palazzo di Baabda, definendola “l'ultima opportunità per un cessate il fuoco definitivo e globale» e annunciando che «Trump fungerà da garante diretto”.
L’ennesima colossale messa in scena: il principale attore armato del Libano meridionale è stato sistematicamente escluso dai negoziati. Il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, ha subito stroncato l’accordo, definendo i negoziati “vergognosi”, rifiutando categoricamente l'idea del disarmo della resistenza come condizione per un cessate il fuoco che, a suo avviso, “deve essere completo e prevedere il ritiro totale di Israele dal territorio libanese”.
Per l’appunto, nonostante l’apparente tregua, Israele ha lanciato diversi attacchi nel Libano meridionale. Si registrano forti bombardamenti alle abitazioni civili a Maarakah, vicino a Tiro con bombe di fabbricazione americana e fornite dagli Stati Uniti.
D’altro canto, Hezbollah ha continuato ad attaccare le posizioni israeliane nel sud del Paese, colpendo con droni un assembramento di soldati nei pressi di Yohmor al-Shaqif e di Rashaf, e rivendicando la distruzione di un carro armato Merkava con un missile nei pressi del castello di Beaufort — posizione strategica conquistata da Israele tre giorni fa e già teatro di pesanti perdite israeliane. Funzionari di Tel Aviv hanno nel frattempo dichiarato apertamente la propria intenzione di “rimanere al Castello di Beaufort” e di mantenere diverse altre posizioni strategiche nel Libano meridionale, rendendo ancora più vaga la già nebulosa geometria dell'accordo.
Il corrispondente di Al Jazeera da Beirut, Ali Hashem, ha sintetizzato con lucidità il vuoto giuridico dell'intesa: “L'accordo non menziona esplicitamente l'occupazione israeliana del Libano. È vago. L'esercito libanese sostituirà le forze israeliane, ma non sappiamo come si evolveranno le cose.” Il bilancio ufficiale del Ministero della Salute libanese parla di almeno 3.526 morti e 10.733 feriti dall'inizio delle operazioni israeliane il 2 marzo, mentre i raid continuano sui distretti di Nabatieh, Jebchit e Arnoun. 
Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha ribadito che la condizione di una vera pace in Libano sarà imprescindibile per ottenere una reale fine della guerra con annessa riapertura dello Stretto di Hormuz. “Non ci sarà pace nella regione” senza il ritiro completo di Israele dal territorio libanese, ribadendo che “il nemico deve cessare urgentemente gli attacchi contro il popolo libanese e ritirarsi immediatamente oltre i confini internazionali”. Il ministro degli Esteri Araqchi ha avvertito direttamente Washington: se Israele dovesse attaccare Beirut, il cessate il fuoco salterà e Teheran reagirà.
La prosecuzione della guerra ibrida
Il quadro sembra sempre più evidente agli occhi degli analisti e le parole dello stesso Trump non lasciano spazio ad equivoci.
"In quella parte del mondo, un cessate il fuoco è quando si spara in modo più moderato", ha dichiarato, a favore di telecamere, durante una conferenza stampa allo studio ovale.
In questo scenario, il discorso tenuto giovedì dalla Guida Suprema della Rivoluzione Islamica, l'Ayatollah Seyyed Mojtaba Khamenei, in occasione del 37° anniversario della scomparsa dell'Imam Khomeini, ha assunto un peso strategico di rilievo. Davanti a milioni di fedeli riuniti al mausoleo di Teheran, Khamenei ha affermato che «il nemico malvagio, sconfitto nello scontro con i vostri coraggiosi figli delle Forze Armate e avendo subito una profonda e significativa umiliazione sia sul campo di battaglia che nell'arena pubblica, ha concentrato i suoi sforzi su due obiettivi nel quadro della guerra ibrida: indebolire la resilienza del popolo e creare errori di valutazione tra i funzionari del Paese».
I fatti delle ultime ore danno conferma di una guerra a bassa intensità. La notte precedente, la Marina statunitense aveva condotto un attacco sull'isola iraniana di Qeshm, al quale l'IRGC ha risposto rivendicando colpi missilistici e di droni contro “la base aerea e la base di elicotteri in Kuwait, nonché il quartier generale della Quinta Flotta statunitense in Bahrein”, con l'avvertimento che “minare la sicurezza dello Stretto di Hormuz costerà caro”. A Manama sono risuonate le sirene; il Bahrein ha chiuso il proprio spazio aereo al traffico civile; in Kuwait i missili iraniani hanno squarciato il soffitto dell'aeroporto internazionale, provocando incendi e una densa coltre di fumo, con almeno un morto e una dozzina di feriti. I danni confermati includono quattro magazzini e un rifugio per droni distrutti a Camp Buehring, nonché un hangar alla base aerea di Ali Al-Salem.
Il CENTCOM aveva dichiarato il 2 giugno che tutti i missili e i droni diretti verso il Kuwait “non hanno raggiunto il bersaglio o si sono disintegrati a metà percorso”. Nuove immagini satellitari pubblicate da Soar Atlas mostrano invece evidenti danni a un hangar per aerei presso la base di Ali Al-Salem, smentendo in modo diretto la versione ufficiale americana. Dall'inizio della Terza Guerra del Golfo, gli Stati Uniti avrebbero imposto alle aziende satellitari di ritardare la pubblicazione delle immagini o di diffondere solo fotografie a bassa risoluzione delle basi militari americane, e più recentemente avrebbero avviato la procedura di oscuramento sistematico di tutte le installazioni in Kuwait sui servizi di mappe commerciali come Google Maps e Apple Maps.
Verso una futura nuova escalation con le truppe di terra
In questo caos, secondo l’analista cinese Jiang Xueqin, la strategia americana è intrappolata in una dinamica che rende l’escalation quasi inevitabile: Washington non può ottenere una pace stabile perché “qualsiasi accordo sarà solo provvisorio”, sia per l’impossibilità di imporre a Israele il rispetto di un’intesa — “Israele è come un pitbull che gli americani non riescono più a tenere al guinzaglio” — sia per i vincoli politici interni, dove “la lobby sionista ha un’enorme influenza” e punisce chi devia dalla linea.
A questo si aggiunge il fattore economico, decisivo nella lettura dell’analista: un ritiro dall’Iran trasformerebbe gli Stati Uniti in una “tigre di carta”, minando il ruolo del dollaro e la capacità di sostenere un debito colossale, mentre l’Iran, grazie allo Stretto di Hormuz, potrebbe “smantellare il petrodollaro” e colpire direttamente l’architettura finanziaria americana.
Per evitare questo scenario, gli Stati Uniti sarebbero spinti verso un’escalation militare sempre più ampia, fino all’ipotesi estrema di un intervento diretto su larga scala, preceduto da “un falso attentato” utile a mobilitare l’opinione pubblica, con l’obiettivo di schierare “almeno mezzo milione di soldati” e chiudere rapidamente il conflitto prima che “l’intera economia possa crollare”.
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