I giudici: il medico-massone Tumbarello era “consapevole di curare Matteo Messina Denaro”
Le motivazioni della condanna a 15 anni per concorso esterno e falso: “Un latitante di questo calibro non può esporsi al rischio di affidarsi a soggetti ignari”

E’ considerata “raggiunta la prova, oltre ogni ragionevole dubbio, che l'imputato ha consapevolmente posto in essere una condotta funzionale a garantire l'accesso del latitante alle cure sanitarie sotto falsa identità”. E’ uno dei passaggi salienti delle motivazioni di sentenza della condanna pronunciata dal tribunale di Marsala (presidente Vito Marcello Saladino, a latere l'estensore Francesca Maniscalchi e Massimiliano Alagna) contro il medico-massone Alfonso Tumbarello, accusato di aver assistito il capo mafia di Castelvetrano Matteo Messina Denaro durante la sua latitanza. Tumbarello si è sempre difeso sostenendo che non conosceva la vera identità del latitante. Ma i giudici non gli hanno creduto e lo scorso 10 dicembre lo hanno condannato a 15 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa e falso. Il medico avrebbe assicurato al boss, che si presentava da lui personalmente oppure facendogli avere le certificazioni a nome del suo alias, Andrea Bonafede, classe 1963, ogni possibilità di assistenza e di cura a carico del Servizio sanitario nazionale, nella piena consapevolezza che la persona colpita da una gravissima forma di tumore non fosse Bonafede, ma il latitante condannato per le stragi di mafia. Per i giudici, proprio per questo motivo, la consapevolezza del medico massone è chiara, oltre che logica: “Un latitante della caratura di Matteo Messina Denaro non può esporsi al rischio di affidarsi a soggetti ignari”. Il Tribunale di Marsala ha accolto il mosaico investigativo ricostruito dal sostituto procuratore della Dda di Palermo Gianluca De Leo che aveva chiesto 18 anni di carcere nei confronti dell’ex medico di base di Campobello di Mazara. L’accusa è riuscita infatti a “escludere radicalmente”, secondo il Tribunale di Marsala, “l'ipotesi di una inconsapevole adesione a dinamiche fraudolente altrui”, come se cioè il medico fosse stato ingannato dal paziente e dalla cerchia di persone che gravitavano attorno a lui: risulta così “accertata, al di là di ogni ragionevole dubbio, la piena consapevolezza da parte di Tumbarello della reale identità del paziente che si celava dietro il suo assistito Andrea Bonafede classe 1963, ossia il latitante Matteo Messina Denaro”, ma anche “la cosciente e volontaria falsificazione dell'intestazione delle prescrizioni sanitarie emesse, così concorrendo, in modo non certo occasionale ma continuativo e ripetuto per ben due anni, alla cura in tutta sicurezza di Messina Denaro, permettendogli di fatto di continuare a sottrarsi alle ricerche e restare al vertice di Cosa Nostra trapanese”.
“L'imputato, pur privo di stabile inserimento nell'organizzazione mafiosa - conclude la sentenza - ha consapevolmente contribuito alla realizzazione e al mantenimento dell'evento tipico del reato associativo, consentendo al suo vertice di proseguire la latitanza e di continuare a esercitare le proprie funzioni di direzione e coordinamento del sodalizio”.
Tumbarello dunque non ha dato un “apporto” tale da “potersi ricondurre a un mero favore personale”, ma “ha inciso direttamente sulla capacità operativa e sulla continuità dell'associazione mafiosa, integrando un contributo causale pienamente rilevante ai fini della configurabilità del concorso esterno, in quanto funzionale al mantenimento in vita dell'organizzazione criminale nel suo momento di massima vulnerabilità”.
Respinta così la tesi della difesa, secondo cui il superlatitante si sarebbe affidato “a un medico inconsapevole, esposto in modo costante e non controllato al rischio di accorgersi della sostituzione soggettiva: evenienza che, per la sua intrinseca instabilità, si pone in radicale contrasto con le modalità di gestione della latitanza di un soggetto del livello di Matteo Messina Denaro”.
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