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Guffanti: ''La resistenza boliviana è la lotta per la liberazione dell'America Latina''

Il racconto dell’attivista di Voces Insurgentes sulle mobilitazioni nel Paese: “La situazione era di estrema tensione”

Jean Georges Almendras
antimafiaduemila

Nel popolo boliviano non c'è nulla di remissivo. Non vi si coglie neppure la minima traccia di sottomissione: è bene ribadirlo e sottolinearlo. È esattamente il contrario. Si tratta di un popolo nella cui storia la mobilitazione è sempre stata il tratto distintivo ogni volta che i suoi diritti e le sue libertà sono stati violati.

Oggi come ieri, e da molte generazioni, contadini, minatori e comunità indigene – colla, quechua e aymara – marciano fianco a fianco con i lavoratori, gli studenti e, in questi tempi, con i movimenti sociali, comunitari e femministi. Continuano a compiere grandi passi di lotta, uniti sotto un unico slogan: resistere e non cedere terreno agli autoritarismi alimentati da venti di fascismo oltranzista; quel fascismo che ricorre alla violenza protetta dall'impunità, senza alcun pudore; violenze esercitate con un cinismo quasi sacrale; violenze rivolte – si potrebbe dire esclusivamente – contro chi manifesta, come se si trattasse di una pratica abituale, ormai normalizzata, incoraggiata e ordinata dalle sfere del potere di turno. Un potere che oggi ha un nome e un cognome: Rodrigo Paz, servitore degli interessi del potere statunitense; un dettaglio tutt'altro che marginale, bensì determinante.

Nel mezzo di questo scenario più che oscuro, nelle mie amate terre boliviane, che lasciai da bambino, lo scorso giugno una commissione internazionalista di solidarietà con la Bolivia, composta da attiviste femministe dell'Abya Yala e da attivisti tra i quali il mio amico e collaboratore della redazione di Antimafia Dos Mil, Matías Guffanti, si è recata in territorio boliviano.


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Matías Guffanti e Jean Georges Almendras © Davide Bonfigli, Antimafia Dos Mil


Proprio insieme a Matías, circa sei anni fa, per le strade di Santiago del Cile abbiamo vissuto insieme le tensioni scatenate dalle forze repressive, che ci lanciarono gas lacrimogeni e ci colpirono con i manganelli nei giorni precedenti a un nuovo anniversario dell'attacco al Palazzo della Moneda, l'11 settembre 1973, quando il colpo di Stato fascista guidato da Pinochet bombardava la democrazia cilena, spezzando la vita di Salvador Allende.

L’intenzione era raccogliere informazioni e testimonianze sulle molteplici violazioni di ogni diritto e sull'esistenza di un ripugnante assedio mediatico, tra altre situazioni riprovevoli e indignanti perpetrate dal governo e dalla repressione durante la vasta resistenza popolare contro l'esecutivo e, in particolare, contro il suo presidente, al quale sono chieste con forza le dimissioni nel corso di oltre cinquanta giorni di conflitto sociale, caratterizzati da blocchi stradali e manifestazioni nelle strade e nelle piazze.

Manifestazioni che sono state raccontate soprattutto dal giornalismo alternativo, mettendo in evidenza le violenze di matrice fascista in corso, mentre hanno ricevuto scarsissima attenzione dai principali mezzi di comunicazione boliviani e regionali, come del resto era prevedibile. Nei media impegnati a demonizzare i manifestanti anziché spiegare le ragioni e le cause del diffuso malcontento popolare, l'informazione è stata elegante nella forma, ma limitata e fortemente parziale.

In questa occasione il mio amico Matías ha partecipato al viaggio come membro del Movimento Voces Insurgentes (Our Voice) e, a differenza di quanto avevamo vissuto in Cile nel settembre del 2020, questa volta la sua determinazione di giovane militante si è scontrata direttamente con il fascismo boliviano, nelle strade della cittadina di San Julián e della città di Santa Cruz, nel corso di un itinerario che ha compreso anche le aree dove la repressione è stata terrificante e spietata.

Il bilancio comprende persone uccise: Alberto Cruz Chinche, di 71 anni, a El Alto il 16 maggio; Martha Villca Sosa, di 51 anni, originaria della provincia di Camacho, il 21 maggio; Víctor Quispe Cruz, di 24 anni, a La Paz, quest'ultimo colpito da un proiettile alla testa, mentre gli altri tre deceduti sono morti dopo essere stati esposti ai gas lacrimogeni durante la repressione. Víctor Quispe Cruz è l'unica vittima mortale dell'azione della polizia riconosciuta ufficialmente dal governo.

Il bilancio comprende inoltre brutali episodi di repressione da parte della polizia, delle forze armate e di gruppi parapolizieschi; numerosi feriti da arma da fuoco; oltre mezzo migliaio di prigionieri e prigioniere politici; carenze di approvvigionamento nei centri sanitari; violenza sessuale, misoginia, razzismo e discorsi d'odio; una “pacificazione” imposta con la forza che ha visto anche la partecipazione di mezzi di comunicazione schierati con il governo, intenti a chiedere una repressione ancora più dura e a screditare costantemente i movimenti sociali, stigmatizzandoli con un linguaggio razzista, misogino e profondamente classista, definendo inoltre i manifestanti “selvaggi”, “vandali” e “narcoterroristi”; la persecuzione esplicita delle femministe boliviane.

A ciò si aggiunge la concreta applicazione di un unico ordine imposto dal “nuovo” ordine dittatoriale nei giorni precedenti all'entrata in vigore dello stato d'eccezione: il silenzio. In altre parole, il divieto di parlare dell'insieme degli abusi commessi, in una palese, inequivocabile e manifesta negazione dello Stato di diritto, che, almeno in teoria, dovrebbe rimanere in vigore anche nel pieno del caos istituzionale e sociale.

Senza dubbio, in questi giorni, in Bolivia vengono brutalmente calpestate, in molti modi diversi, le vite e le speranze del popolo boliviano, con l'avallo del presidente Rodrigo Paz e della sua corte di fedeli agli Stati Uniti. Come se non bastasse, tutti insieme, con ogni probabilità anche con il coinvolgimento della CIA e della DEA, stanno consegnando all'imperialismo – lo stesso che negli anni Sessanta assassinò Ernesto “Che” Guevara – le risorse naturali e la sovranità del Paese, imponendo, come è sempre accaduto e continua ad accadere in America Latina, un modello economico neoliberista fino alle sue estreme conseguenze, estremamente favorevole agli interessi del capitale finanziario.


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© Susi Maresca


“Mi hanno invitato a partecipare e a recarmi in Bolivia come membro di una Commissione internazionalista di solidarietà con la Bolivia, insieme ad altre organizzazioni, una sorta di Commissione per i Diritti Umani incaricata di documentare ciò che stava accadendo. Abbiamo deciso di viaggiare via terra da Rosario fino alla città di Santa Cruz, come prima tappa, per poi spostarci successivamente in altre città, come Cochabamba e altre ancora, con l'obiettivo di intervistare le vittime, gli avvocati e i rappresentanti politici e di indagare su ciò che stava realmente accadendo in Bolivia. Abbiamo attraversato la frontiera senza alcun problema e, una volta arrivati a Santa Cruz, abbiamo iniziato a svolgere le prime attività, in un momento in cui lo stato d'eccezione non era ancora stato dichiarato”.

 “La Commissione era composta anche da femministe dell'Abya Yala e da attivisti popolari. Il rapporto pubblicato da Página 12, scritto da Claudia Korol, che faceva parte della nostra delegazione, è stato firmato collettivamente in questi termini. Anche Antimafia Dos Mil aveva già fatto riferimento, in un precedente articolo, a quel lavoro giornalistico di Claudia Korol. Io partecipavo alla Commissione in qualità di comunicatore popolare”.
 

Gruppi paramilitari armati di machete

“La situazione in Bolivia era caratterizzata da una tensione estrema, a causa della lotta portata avanti dalle organizzazioni sociali, dai cittadini autoconvocati, dai sindacati – tra cui la COB, che ha assunto un ruolo molto importante – e anche dai minatori. Non si trattava di un gruppo omogeneo: erano diversi settori della società boliviana mobilitati contro le misure adottate dal presidente Paz. Non tutti erano d'accordo tra loro, soprattutto sulle modalità di organizzazione dello sciopero generale e del blocco delle strade, cioè del blocco totale del Paese. In alcuni casi riuscivano a coordinarsi, in altri no. Alcune iniziative erano molto organizzate, altre decisamente meno”.

 “La tensione era altissima, soprattutto per le misure adottate dal governo di fronte a questa mobilitazione generalizzata del popolo nelle strade. Le misure governative non consistevano soltanto nella repressione esercitata dalla polizia, ma anche nell'impiego di gruppi paramilitari che operavano fianco a fianco con le forze dell'ordine. Mi riferisco all'Unión Juvenil Cruceñista, un'organizzazione di destra del dipartimento di Santa Cruz, che si presenta come un'associazione civile impegnata esclusivamente in attività civiche, ma che in realtà dispone di gruppi armati i cui membri partecipavano direttamente alle operazioni repressive, godendo di un'impunità garantita dalla polizia davvero impressionante. Entravano nei blocchi stradali e nelle abitazioni dei manifestanti, ma anche nelle case di persone che non partecipavano affatto alle mobilitazioni. Queste persone venivano aggredite da tali gruppi, che facevano irruzione armati di machete, saccheggiavano le abitazioni, incendiavano le motociclette che trovavano, rubavano bombole di gas, saccheggiavano frigoriferi e arrivavano perfino a incendiare alcune case”.

“La paura era molto forte, soprattutto tra le organizzazioni sociali, che erano oggetto di persecuzioni e criminalizzazione, come purtroppo accade spesso. L'aspetto più grave era che non era soltanto la polizia a poter fermare una persona: potevano farlo anche questi gruppi di destra, che agivano senza alcun limite e senza alcun quadro giuridico che regolasse le loro azioni”.

“Questa era la situazione già prima della dichiarazione dello stato d'eccezione. Esisteva un intero apparato coordinato dalla polizia, composto da tassisti, autisti di Uber, corrieri che effettuavano consegne di cibo e altre persone, tutti organizzati per controllare la situazione, effettuare attività di sorveglianza e cercare di smantellare qualsiasi forma di mobilitazione o di riunione politica o sociale che potesse prendere forma”.


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© Susi Maresca
 

Politiche neoliberiste per smantellare i diritti conquistati

“La resistenza alle misure neoliberiste del governo di Rodrigo Paz era una resistenza unitaria. Si trattava di una mobilitazione contro i pacchetti neoliberisti che Paz stava attuando per favorire gli stessi gruppi economici di sempre e per intaccare i diritti conquistati, soprattutto dai contadini. Numerose erano le rivendicazioni dei contadini a difesa delle loro terre, sulle quali questo governo stava intervenendo nel tentativo di venderle o ipotecarle, nonostante fossero già state assegnate alle comunità contadine. In questo senso la resistenza era unitaria, perché le rivendicazioni erano molto concrete e tutti condividevano questi obiettivi. La questione del carburante di scarsa qualità è stata uno dei principali motivi della protesta. Si è verificata una grande truffa legata alla benzina, soprattutto per quanto riguarda la qualità, che ha provocato danni ai veicoli. Molte persone si sono dovute indebitare per poter riparare le proprie automobili. Attorno a questa vicenda si è sviluppato un vero e proprio business, in particolare a vantaggio di chi effettuava le riparazioni dei veicoli. La situazione era catastrofica. Questi erano i punti nevralgici che univano la lotta”.

Rodrigo Paz ha deluso tutti ed Evo Morales non era alla guida della mobilitazione

“Un'altra parte consistente della popolazione boliviana esprimeva il proprio malcontento, ma poneva soprattutto l'accento sulla debolezza del governo, ritenuto incapace di gestire la situazione, chiedendo allo stesso tempo misure ancora più dure contro i manifestanti. Anche questo va detto. Molti cittadini boliviani chiedevano al presidente di dichiarare lo stato d'eccezione e di porre fine ai blocchi stradali, che avevano diviso famiglie e provocato gravissimi problemi economici”.

“Evo Morales non rappresentava uno degli elementi centrali di tutto ciò che stava accadendo. Per quanto ho potuto constatare personalmente, Evo Morales non guidava questa lotta, né lo sciopero né i blocchi stradali. La sua posizione era diversa: proponeva piuttosto una sorta di referendum e manteneva un orientamento differente. Questa mobilitazione nasce principalmente dai minatori, dai contadini e dai popoli originari. Evo è certamente presente nel contesto generale, ma non ne era il leader”.

“La stragrande maggioranza delle persone che abbiamo intervistato ci ha risposto di non essere d'accordo con Evo e ci ha raccontato di aver votato per Rodrigo Paz, sentendosi però tradita da lui, perché aveva fatto promesse molto precise riguardo al carburante, alle terre dei contadini e ad altre questioni, senza mantenerne neppure una. Anzi, è stato persino peggio, perché Paz ha adottato politiche molto più aggressive nei confronti dei settori più vulnerabili”.

Detestabili violenze di genere

“In uno dei luoghi in cui abbiamo soggiornato, un centro che accoglie donne vittime di violenza di genere, si sono verificati episodi di violenza da parte delle forze dell'ordine contro le donne. In quel luogo è stata effettuata un'imponente perquisizione da parte dell'Interpol, dell'Ufficio Immigrazione, del Ministero del Governo, della Polizia boliviana e di persone in abiti civili che si qualificavano come appartenenti ai servizi d'intelligence boliviani. Durante l'operazione hanno esercitato violenza contro donne che in quel momento stavano denunciando episodi di violenza di genere. È stato loro impedito di lasciare la struttura; sono state identificate, filmate e fotografate, violando gravemente la loro privacy. Le donne che indossano la ‘pollera’ vengono perseguitate perché sono donne che lottano, non si piegano e continuano a resistere”.

“In quel contesto estremamente difficile siamo stati fermati senza alcun ordine dell'autorità giudiziaria, condotti in una stazione di polizia, interrogati e privati dei nostri documenti. Si è presentato un pubblico ministero che non ci ha fornito alcuna spiegazione sul motivo del fermo. Ci venivano date versioni diverse: ci accusavano, ad esempio, di essere entrati illegalmente in Bolivia. In realtà il nostro ingresso nel Paese era avvenuto nel pieno rispetto della legge. Dalla stazione di polizia siamo stati trasferiti all'Ufficio Immigrazione, dove siamo stati nuovamente interrogati, sempre alla presenza di personale del Ministero del Governo o dei servizi d'intelligence. Alla fine ci hanno detto che sapevano perfettamente chi fossimo e che, se ci avessero visto partecipare ad attività politiche o sociali, le conseguenze nei nostri confronti sarebbero state molto più gravi. Hanno discusso tra loro se espellerci o meno dal Paese direttamente dall'aeroporto. Abbiamo subito continue intimidazioni psicologiche. Alla fine ci hanno rilasciati, facendoci firmare una dichiarazione giurata con la quale ci impegnavamo a svolgere esclusivamente attività turistiche e nessuna attività politica. Abbiamo firmato e siamo ripartiti, ma fino al momento della nostra uscita dalla Bolivia siamo rimasti costantemente sotto sorveglianza. Durante la notte è stato dichiarato lo stato d'eccezione. Da quel momento la tensione è aumentata ulteriormente, perché l'esercito è sceso nelle strade”.

In prima persona il tradimento della COB

“Prima di tutto, come gruppo e anche personalmente, abbiamo constatato l'impressionante assedio mediatico che il governo boliviano stava imponendo sulla situazione del Paese e sulle violazioni dei diritti umani che venivano commesse seguendo le direttive del potere esecutivo, senza alcun rispetto dello Stato di diritto, delle garanzie fondamentali o di qualsiasi altra tutela. In secondo luogo, devo riconoscere e valorizzare la resistenza del popolo boliviano e la sua straordinaria forza nell'affrontare sia i gruppi paramilitari sia l'apparato statale; la forza dei minatori, dei contadini e delle comunità indigene, che ancora oggi continuano a resistere, nonostante i blocchi stradali siano terminati”.

“È deplorevole che la Central Obrera Boliviana (COB) abbia negoziato con il governo. Ha preso parte a un tradimento che ha finito per spezzare la resistenza e la mobilitazione in corso. È stato un grave tradimento da parte della dirigenza della COB nei confronti della popolazione in generale e dei lavoratori, dei contadini, dei minatori e di tutti gli altri settori coinvolti; naturalmente mi riferisco alla sua dirigenza”.

“Sul piano personale ritengo importante comprendere fino in fondo che la lotta che la Bolivia conduce oggi, e che porta avanti fin dai tempi della colonizzazione – perché possiamo parlarne a partire da Potosí in poi – è la stessa lotta che, da sempre, attraversa tutta l'America Latina nel tentativo di liberarsi dagli imperi. Un tempo si parlava degli imperi europei, i primi a colonizzare l'America Latina; dopo il Piano Condor e le dittature che ne fecero parte abbiamo iniziato a parlare dell'impero degli Stati Uniti. Oggi, a mio avviso, dobbiamo parlare dell'imperialismo degli Stati Uniti e di Israele, fortemente presente nel territorio attraverso la DEA, la CIA e il Comando Sud”.

“Ritengo che questa resistenza rappresenti la lotta per la liberazione dell'America Latina. È la battaglia che oggi si combatte in Bolivia per liberare l'intera regione dall'avanzata di questi governi di destra. In Bolivia questa resistenza è più forte; in altri Paesi, come l'Argentina o l'Uruguay, questi governi avanzano con maggiore facilità proprio perché una resistenza di tale portata non esiste e la popolazione non si oppone con la stessa determinazione”.

“A mio giudizio il tradimento della COB è il risultato di interessi legati al potere, al denaro e a una rete di negoziazioni che coinvolge i governi locali e quelli internazionali, i quali intervengono nei territori con il sostegno e l'articolazione del narcotraffico, soprattutto in Bolivia”.

“Purtroppo ritengo che oggi la COB, o almeno la sua dirigenza, faccia parte di questa rete. Non so se sia stato così anche in passato, ma nel presente sono pienamente convinto che i vertici della COB siano inseriti in questo sistema di interessi fondato sul denaro, sul potere, sul narcotraffico e su tutto ciò che oggi si sta vivendo in Bolivia”.
 

I piani dell'ultradestra e dei gruppi economici

“Per comprendere ciò che sta accadendo in Bolivia dobbiamo comprendere il progetto dell'ultradestra per l'intera America Latina. Non possiamo interpretare la Bolivia isolatamente, né il Cile, l'Argentina o l'Uruguay come realtà separate. Dobbiamo analizzare il fenomeno nella sua interezza, cogliendone tutta la complessità. Non dobbiamo fermarci all'albero, ma osservare l'intera foresta”.

“Il Piano Condor era un progetto che coinvolse tutta l'America Latina, attraverso dittature coordinate e strettamente collegate tra loro, nel quale la Bolivia ebbe un ruolo fondamentale, così come il Cile. Ciò che oggi sta accadendo in America Latina fa parte di un piano preciso. Non si tratta di governi neoliberisti o di estrema destra sorti spontaneamente. È un progetto sistematico portato avanti dagli stessi gruppi economici che operano in tutta l'America Latina, interessati soprattutto al controllo delle risorse naturali. La Bolivia possiede la più grande riserva di litio del mondo, ed è un elemento che non va mai dimenticato. Inoltre, insieme al Perù, è uno dei maggiori produttori mondiali di foglie di coca, mentre il narcotraffico continua a rappresentare una fonte di finanziamento opaca per le grandi imprese, le multinazionali e i grandi governi”.

“Assistiamo a un'avanzata dell'ultradestra in tutta l'America Latina, chiaramente coordinata e sostenuta dagli stessi gruppi economici che oggi si appropriano del litio, delle risorse minerarie e dello sfruttamento delle ricchezze naturali. Il narcotraffico costituisce per loro una fonte occulta di finanziamento per le guerre e per qualsiasi altra operazione internazionale intendano realizzare. La lotta della Bolivia rappresenta uno dei fronti di resistenza contro tutto questo”.

Foto di copertina © Susi Maresca

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