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VIDEO - Falcone isolato, Mattarella e la pista nera: Agueci racconta ciò che molti dimenticano

L’ex pm ripercorre l’isolamento del giudice ucciso a Capaci, un retroscena sull’Addaura e l’inquietante “terzo livello”

Giuseppe Cirillo

Dall’informativa del 1983 sui traffici di droga alle divisioni nella magistratura palermitana, dall’isolamento di Giovanni Falcone alla pista neofascista nell’omicidio di Piersanti Mattarella, dal racconto dell’ex pm Leonardo Agueci emerge una storia dell’antimafia molto diversa da quella che oggi viene ricordata: indagini frammentate, rapporti con poteri esterni a Cosa nostra mai completamente ricostruiti, ma soprattutto conflitti. Tanti, troppi e sempre da parte di chi avrebbe dovuto sostenere il lavoro di persone come Falcone, ma che, invece, lo ha sempre ostracizzato. Un aspetto che oggi, con intenzioni evidentemente astute, non viene quasi mai ricordato, soprattutto da un certo settore politico.

La prospettiva offerta dall’ex togato Agueci, ai microfoni di “La Corda Pazza”, è infatti un racconto che cambia di parecchio la prospettiva.

È il febbraio del 1983. Alla Procura di Roma arriva una corposa informativa investigativa che riguarda il traffico di droga. Tuttavia, il materiale raccolto sembra raccontare anche altro: una rete criminale che da Palermo raggiunge Roma, Milano, la Toscana e altre zone d’Italia.

In quello stesso periodo, Agueci, che lavorava appunto alla Procura di Roma come pubblico ministero e si occupava in particolare di criminalità organizzata e traffico di stupefacenti, faceva parte di un piccolo gruppo di 4-5 magistrati della Procura impegnati proprio su queste indagini, una sorta di embrione di quello che anni dopo sarebbe diventato il modello delle DDA.

Viene fuori questo rapporto dove in qualche modo cominciano a venire fuori interessi connessi, il traffico di droga e anche lo sviluppo di interessi mafiosi”, ha spiegato Agueci. Era inoltre il momento in cui il nuovo articolo 416-bis del codice penale, che aveva introdotto il reato di associazione di tipo mafioso, era entrato in vigore soltanto da pochi mesi. Secondo l’ex magistrato, quella fu “probabilmente la prima occasione in cui si cercò di dare corpo a quello che era scritto nel testo dell’articolo 416-bis”. Stiamo parlando di una norma che, per la prima volta, consentiva di colpire l’appartenenza stessa a un’organizzazione mafiosa, anche senza contestare ai singoli affiliati specifici delitti.

Non ti dava una prova schiacciante, però è stato molto utile perché ti ha ricostituito un mondo, un ambiente su cui poi potevi perfettamente inserire i fatti specifici che sono emersi successivamente. Fatti i primi atti di indagine, delle persone abbiamo arrestato, abbiamo interrogato, abbiamo lavorato sui fatti successivi”. Era, in altre parole, una mappa. Non forniva ancora la prova del singolo reato, ma ricostruiva il contesto nel quale collocare uomini, relazioni e affari. Una base investigativa sulla quale ricostruire, successivamente, fatti e responsabilità specifiche.

Tra i nomi contenuti in quel rapporto, c’era anche quello di Vittorio Mangano.

Stiamo parlando dello stesso Mangano che, da uomo d’onore di Cosa nostra, legato alla famiglia di Porta Nuova, entra a far parte dello staff di Villa San Martino ad Arcore di Silvio Berlusconi nel 1974. E lo fa su interessamento di Marcello Dell’Utri. Stiamo parlando dello stesso luogo dove, formalmente, Mangano avrebbe svolto mansioni riconducibili a quelle di fattore. Da qui nascerà successivamente la definizione, divenuta poi famosissima, di “stalliere di Arcore”.

Stiamo parlando dello stesso Mangano che, sempre attraverso la mediazione di Dell’Utri, avrebbe garantito, così come hanno stabilito i giudici della Cassazione, la protezione di Cosa nostra a Berlusconi e alla sua famiglia.

È lo stesso Vittorio Mangano che finisce nella conversazione telefonica intercettata tra Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri e Fedele Confalonieri, dopo l’attentato del 28 novembre 1986 contro la residenza milanese di Berlusconi in via Rovani, in cui un ordigno provocò danni alla cancellata esterna. Nella conversazione i tre ipotizzano che dietro l’esplosione potesse esserci proprio Mangano, trattando la questione anche in maniera scherzosa, con lo stesso Berlusconi che ironizza sul fatto che per Mangano una bomba potesse essere un modo alternativo per mandare un messaggio, dal momento che “non sa scrivere”.

Ad ogni modo, tornando all’intervista con Leonardo Agueci, l’ex pm lo ricorda come un personaggio che, in quel momento, nemmeno sapeva chi fosse. “Di Mangano ho un ricordo preciso”, ha sottolineato Agueci. “Siccome era molto complesso, ci siamo divisi poi fra i colleghi. Venne fuori questo personaggio sconosciuto, almeno a me sconosciuto fino a quel momento, legato alla famiglia mafiosa palermitana, che si è trasferita a Milano ed era a contatto con esponenti dell’imprenditoria milanese”.

L’inchiesta da tenere unita e lo “schiaffo a Falcone”

Di fronte a un’indagine che toccava territori diversi, i magistrati si trovarono davanti a due possibilità: dividere il fascicolo tra le diverse procure oppure mantenerne l’impostazione unitaria.

Agueci ha ricordato che inizialmente prevalse la seconda strada. “C’erano due possibilità: o spezzettarla e ognuno si faceva la sua parte, o mantenerla unitaria. Prevalse all’inizio questa idea, che era anche quella più coerente con quello spirito unitario che era del rapporto stesso”.

Il cuore dell’indagine portava a Palermo. A Palermo lavorava Giovanni Falcone. La Procura romana decise quindi di trasmettere il fascicolo in Sicilia con l’aspettativa che arrivasse all’Ufficio istruzione.

Infatti, la procedura prevedeva che gli atti venissero inviati prima alla Procura di Palermo, che avrebbe poi dovuto trasmetterli all’Ufficio istruzione, dove, appunto, operava anche Falcone.

Il problema è che a un certo punto accadde qualcosa di diverso.

La Procura di Palermo dichiarò di non essere competente e restituì il fascicolo al mittente, impedendo così che arrivasse al giudice istruttore. “Mandano un grosso schiaffo all’Ufficio istruzione che invece se l’aspettava”. In pratica, “uno schiaffo a Falcone”.

Il risultato finale fu che l’indagine venne spezzata, con una parte che andò a Palermo, una a Milano e un’altra ancora rimase a Roma.

Ora, per quanto all’epoca dei fatti non ci fosse ancora pienamente contezza dell’unitarietà della mafia, è anche vero che quella decisione da parte della Procura di Palermo di mandare al mittente la richiesta fu in parte influenzata dall’ostilità che, in quegli anni, Giovanni Falcone doveva sopportare ogni giorno da parte di molti dei suoi colleghi.

Agueci conosceva personalmente Falcone. Tanto che i due hanno persino condiviso un’esperienza associativa nel Movimento per la Giustizia, nato alla fine degli anni Ottanta.

Parlare oggi di Giovanni Falcone è come parlare di San Francesco d’Assisi”, ha ricordato Agueci. “Ma all’epoca Falcone era oggetto delle polemiche, delle critiche più agguerrite fuori dalla magistratura e dentro la magistratura”. E aggiunge: “Mi ricordo un giorno un collega, un collega stimabilissimo, che mi viene a dire: ‘Ma proprio tu che vai ancora presso quel mafioso di Falcone?’”.

Ed è proprio ricordando quel clima che aggiunge una considerazione amara su quanti, dopo la strage di Capaci, si sarebbero presentati come amici e sostenitori del magistrato palermitano: “Io voglio vedere allora i tanti amici che oggi si sono poi qualificati come tali di Giovanni Falcone”.

L’attentato all’Addaura: “Erano tutti convinti che si trattasse di una messa in scena”

L’isolamento che Falcone ha subito per anni, probabilmente, ha raggiunto il suo punto più inquietante con l’attentato dell’Addaura avvenuto nel giugno 1989.

Durante quel periodo Agueci viveva a Roma ma tornava regolarmente a Palermo, dove aveva famiglia e amici. Quando arriva a Palermo si accorge immediatamente di quanto sia diffusa l’idea che Falcone avrebbe messo in scena l’attentato contro se stesso.

Incontrando varie persone a Palermo, non c’era uno che non fosse convinto che fosse stato messo in scena.” - prosegue - “Pensando alla figura di Giovanni Falcone, mi sembrava una cosa assolutamente fuori dal mondo”. Ma la risposta che riceveva era sempre la stessa: “Tu sei troppo ingenuo”. E aggiunge: “Questo per far capire come veniva visto: altro che l’eroe e il martire. In quel momento Falcone aveva enormi ostilità e diffidenza”.

Anche la scelta di Giovanni Falcone di lasciare Palermo per dirigere gli Affari penali del Ministero della Giustizia suscitò inizialmente incomprensioni, anche per la vicinanza al ministro Claudio Martelli. Lo stesso Agueci ha ammesso di non aver compreso subito quella scelta, salvo poi capirne le ragioni: da quella posizione Falcone avrebbe potuto rafforzare e riorganizzare gli strumenti dello Stato contro Cosa nostra, contribuendo alla costruzione di un sistema antimafia più efficace e coordinato. “Lui era come tutti i grandi innovatori. All’inizio, mentre dicono una cosa, sono in qualche modo inascoltati. Guardano più avanti di tutti gli altri, per cui chi li ascolta non arriva a capirli”.

Mattarella: “Più che processare la storia, incontrare la storia”

La seconda parte dell’intervista si sposta sull’omicidio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana assassinato il 6 gennaio 1980. Agueci partecipò al processo d’appello per i cosiddetti omicidi politici.

La sensazione è chiarissima, che l’omicidio Mattarella era il risultato di una serie, di una confluenza di tanti tipi di interessi”, ha spiegato l’ex pm. Questo perché Mattarella aveva toccato interessi profondi.

Durante il procedimento giudiziario vennero contestate responsabilità anche a esponenti del terrorismo nero, che furono però assolti.

Agueci ha spiegato di essersi convinto, dopo lo studio degli atti, che gli elementi a carico degli imputati dell’estrema destra fossero molto forti. “Io piglio il fascicolo, lo studio e mi rendo conto che dovevano essere condannati”.

Si tratta di un aspetto che l’ex togato ha voluto precisare con una valutazione esplicita: “Un processo normale con questi elementi sarebbe stata una condanna, direi, senza discussione”.

Infatti, tra gli elementi sicuramente più interessanti vi era quello del riconoscimento oculare da parte di un testimone. “Abbiamo un riconoscimento del testimone oculare che vede in prima persona, che vede davanti a sé l’autore dell’omicidio, che lo riconosce praticamente senza esitazione, dopo anni e dopo che in tutti gli anni precedenti ha avuto modo di vedere un’infinità di altre persone che non ha mai riconosciuto. Non è il tipico testimone oculare che ha l’ansia di riconoscere il primo che capita”.

L’ex magistrato richiama poi altri elementi, tra cui le dichiarazioni attribuite a Cristiano Fioravanti sul fratello Valerio Fioravanti. Tra il 1982 e il 1986 raccontò ai magistrati, compreso Giovanni Falcone, che suo fratello Valerio gli avrebbe confidato il proprio coinvolgimento nell’assassinio di Piersanti Mattarella. Infatti, indicò come esecutori Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, sostenendo che l’operazione fosse collegata ai rapporti con Francesco Mangiameli, esponente siciliano di Terza Posizione.

Fioravanti e Cavallini furono processati come presunti esecutori materiali e definitivamente assolti. Inoltre, nelle successive fasi della vicenda Cristiano Fioravanti modificò una parte della propria posizione, arrivando a sostenere di essersi convinto che il fratello non fosse nemmeno coinvolto nell’omicidio.

Ma Agueci contesta l’idea che vi sia stata una vera ritrattazione.

Fioravanti a un certo punto dice: ‘Non voglio più parlare di mio fratello’. Non dice mai: ‘Ritratto, smentisco quello che ho detto prima’. Non voglio più parlare”.

E alla domanda su quale sia la sua valutazione, Agueci risponde: “Che ha detto la verità”.

Oltretutto, anche il testimone oculare, ovvero Irma Chiazzese, la moglie di Mattarella, che si trovava accanto al marito al momento dell’agguato, riconosce proprio in Valerio “Giusva” Fioravanti l’uomo che corrispondeva al killer che aveva visto avvicinarsi all’auto e sparare al marito.

L’altro elemento che Leonardo Agueci ha voluto ricordare riguardo all’omicidio Mattarella è la scomparsa di un guanto presente sulla scena del crimine. L’ex magistrato lo considera un fatto potenzialmente molto grave proprio perché quell’oggetto avrebbe potuto fornire elementi scientifici utili all’identificazione dell’assassino.

Così, alla domanda se quel reperto potesse avere rilievo rispetto alla pista neofascista, risponde: “È certo che sì. È chiaro che il punto è questo: se quel guanto è un elemento di prova fondamentale, se io inquirente ho il guanto che immagino essere usato dall’assassino, io lo metto in bacheca, lo tengo in una teca preziosa, perché comunque può fornire elementi”.

Difatti, si tratta di un elemento d’indagine talmente importante che già due giorni dopo l’omicidio l’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni parlò pubblicamente dell’esistenza del guanto, definendolo l’unico oggetto rinvenuto nell’auto che potesse appartenere agli assassini. Eppure, il reperto successivamente scomparve dal materiale probatorio e non arrivò ai magistrati che conducevano l’inchiesta.

Oggi, a finire sotto indagine per la scomparsa di quel guanto è Filippo Piritore, all’epoca dell’omicidio funzionario della Squadra Mobile di Palermo, divenuto successivamente questore e prefetto. Secondo la Procura, Piritore avrebbe fornito nel 2024 false indicazioni sulla sorte del guanto, contribuendo a sviare le indagini per ritrovarlo.

Il “terzo livello” e il pensiero di Falcone

Il discorso sulle possibili convergenze esterne porta inevitabilmente al tema del cosiddetto “terzo livello”, un potere sovraordinato a Cosa nostra: una struttura superiore politica, economica o istituzionale capace di impartire ordini alla mafia.

Falcone fu molto prudente su questa teoria e Agueci ritiene che avesse ragione: “Giovanni Falcone ha visto lontano”.

Infatti, il merito di Falcone fu anche metodologico: prima dimostrare giudiziariamente cosa fosse Cosa nostra, come fosse organizzata e quale fosse la sua struttura; soltanto dopo indagare separatamente sulle protezioni e sulle relazioni esterne.

Lui ha detto: io intanto mi consolido, e mi consolido con certezza, tutto quello che riguarda la mafia, la storia della mafia. Mi tengo i risultati sulla mafia, ottengo una sentenza che mi dice che Cosa Nostra esiste ed è strutturata in un certo modo. Poi - ha sottolineato Agueci - su questo costruisco le indagini sul dopo. Ma se voglio fare tutto assieme finisco per avere un risultato debole, traballante”.

È la stessa prudenza con cui l’ex pm interpreta il concetto di “terzo livello”: non nega l’esistenza di rapporti e interessi esterni alla mafia, ma ritiene che non siano mai emerse prove sufficienti per dimostrare l’esistenza di una struttura superiore, unica e organizzata. “Il terzo livello mafioso, cioè una Cosa Nostra superiore come organizzazione unica e strutturata, non è che non c’erano elementi di prova che consentissero di affermarlo. C’erano vari fatti ed episodi sporadici che non si era in grado di riportare in un modo unitario”. E aggiunge: “Sopra la mafia forse ci sarà pure, ma noi non l’abbiamo mai incontrata in modo solido. Che ci sono interessi enormi su cui la mafia si è appoggiata, noi ne abbiamo sicuramente”.

Stiamo parlando di uno schema che potrebbe essere d’aiuto nel comprendere anche l’omicidio Mattarella. Soprattutto, quei “muri invalicabili” e le protezioni di altissimo livello.

Agueci estende così il ragionamento a vicende più recenti e utilizza l’esempio della lunga latitanza di Matteo Messina Denaro.

Quando un mafioso di quel livello riesce a sfuggire alla cattura per decenni, è difficile pensare che abbia potuto contare soltanto su protezioni di basso livello.

Secondo te - chiede l’ex pm Agueci - è mai possibile che Messina Denaro, in tutti questi anni, abbia avuto protezione soltanto dal sindaco di Campobello di Mazara?”.

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