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Conclusi i colloqui di Doha: restano le divergenze tra Washington e Teheran

Bloomberg: le nazioni europee hanno accettato come "inevitabile" l'imposizione di pedaggi da parte di Teheran

Francesco Ciotti

Alla fine, i colloqui indiretti a Doha tra le delegazioni di Washington e Teheran si sono conclusi senza che si sia giunti progressi concreti verso una soluzione diplomatica duratura.

Le parti, mediate dal Qatar e dal Pakistan, hanno concentrato i due giorni di incontri su questioni tecniche già previste dall'accordo ad interim siglato due settimane fa — ovvero il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz e lo sblocco dei fondi iraniani congelati — senza affrontare il nodo centrale del programma nucleare di Teheran.

Il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari, ha tuttavia parlato di "progressi positivi" registrati durante le sessioni, precisando che le parti hanno concordato di proseguire le discussioni e che il prossimo round sarà calendarizzato non appena si concluderanno le esequie dell'ex Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei.

Resta emblematico il fatto che la natura tecnica degli incontri ha visto l’esclusione delle figure di alto profilo della componente negoziale statunitense: né Jared Kushner né l'inviato speciale Steve Witkoff, inizialmente annunciati dalla Casa Bianca come protagonisti di colloqui "ad alto livello", hanno partecipato alle sessioni con il capo della delegazione iraniana, il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi.

Di fatto, tanto clamore per nulla: come ha sottolineato la Reuters, nessuna delle due parti ha affermato di essere riuscita a superare le divergenze - come era da aspettarsi. 

Il vicepresidente americano JD Vance ha confermato che la questione nucleare non è stata trattata nel corso di questi incontri, annunciando però che verrà affrontata in una fase successiva. "Ovviamente, siamo preoccupati per la questione nucleare e inizieremo a parlarne", ha dichiarato ai giornalisti, senza fornire ulteriori dettagli su tempistiche o formato. Un rinvio del dossier più delicato che alimenta i dubbi sulla solidità del quadro negoziale complessivo e sulla capacità delle due parti di tradurre l'accordo ad interim in un'intesa strutturale. 

Hormuz: la sovranità che oramai appartiene all'Iran

Non sono trapelate indiscrezioni esaustive, sopratutto alla luce del fatto che al centro dei colloqui vi era soprattutto lo stato dello Stretto di Hormuz, la via d'acqua attraverso la quale transitava, prima del conflitto, circa un quinto del commercio mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto. 


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Washington, ovviamente, non può dichiarare ai 4 venti che ha ceduto il controllo geopolitico di questo corridoio marittimo al suo acerrimo nemico per il quale, secondo l'Iran War Cost Tracker ha accumulato spese belliche, durante i 55 giorni di guerra, pari a 110 miliardi di dollari e costi per ogni famiglia americana che ammontano a 1000 dollari l'anno.

L'accordo iniziale prevedeva la ripresa del traffico marittimo, ma le condizioni operative rimangono incerte: lo scorso fine settimana si sono verificati nuovi scontri in seguito a un attacco iraniano contro una nave mercantile. L'Iran ha dichiarato che imporrà pedaggi alle navi a partire da metà agosto, allo scadere del periodo di esenzione previsto dall'intesa.

Ebbene, un’indiscrezione del Wall Street Journal fa emergere che gli Stati Uniti abbiano offerto all'Iran una proposta per sbloccare i fondi congelati in cambio della completa apertura dello Stretto di Hormuz senza imporre alcuna tariffa di transito, ma Teheran – ovviamente - ha rifiutato.

Teheran è determinata a ottenere il riconoscimento internazionale del proprio controllo sullo stretto, anche ricorrendo alla forza, secondo quanto riferito da due fonti iraniane di alto livello. Il Comando Centrale di Khatam al-Anbiya ha ribadito in un comunicato che "qualsiasi interferenza statunitense nello Stretto di Hormuz incontrerà una risposta decisa e rapida", sottolineando che "lo Stretto di Hormuz non è il terreno di gioco dell'aggressore americano, bensì il territorio dell'indiscussa sovranità della Repubblica Islamica dell'Iran."

Rob Geist Pinfold, docente di studi sulla sicurezza al King's College di Londra, ha spiegato ad Al Jazeera che il memorandum d'intesa non ha ridotto il potere iraniano di gestione dello stretto — al contrario. Prima del conflitto, circa 125 navi attraversavano lo stretto ogni giorno; oggi il traffico rimane significativamente inferiore. "L'Iran si sta trincerando, sta consolidando il suo controllo (su di esso - ndr)", ha affermato Pinfold, aggiungendo che le compagnie di navigazione non hanno "altra scelta che fare i conti" con la nuova realtà. A conferma del cambiamento strutturale in atto, secondo Bloomberg le nazioni europee avrebbero già accettato come "inevitabile" l'imposizione di pedaggi da parte di Teheran, chiedendo solo che vengano applicati in modo non discriminatorio.

Nel frattempo, le dichiarazioni rassicuranti di Trump, che mercoledì ha minimizzato la possibilità di un ritorno alla guerra totale — "Penso che abbiano fatto molta strada", ha commentato — hanno avuto un impatto immediato sui mercati energetici. I prezzi del petrolio sono crollati ai livelli più bassi degli ultimi quattro mesi e, per la prima volta dall'inizio del conflitto, gli analisti hanno rivisto al ribasso le loro previsioni. Alle 01:02 GMT, il greggio Brent segnava un calo di 73 centesimi, pari all'1,02%, a 70,84 dollari al barile, mentre il WTI statunitense scendeva di 83 centesimi, pari all'1,21%, a 67,75 dollari al barile. Nella seduta precedente, entrambi i benchmark avevano già perso oltre l'1%. 


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L'ondata di violenza ai confini iraniani

Tuttavia, mentre le dichiarazioni che trapelano nella stampa internazionale parlano di una rassicurante riconciliazione capace di rassicurare i mercati finanziari internazionali, sullo sfondo della mezzaluna sciita aleggia lo spettro infuocato di un'escalation solo rimandata al prossimo futuro.

All'interno dell'Iran si combatte già una guerra ibrida. Il Paese è alle prese con una crescente insicurezza interna lungo le sue frontiere occidentali e meridionali. Mercoledì, un agente di polizia di etnia baluchi è stato ucciso a colpi di arma da fuoco nella provincia del Sistan e Baluchistan. Non si è trattato di un episodio isolato: sabato due agenti erano stati trucidati e cinque feriti in un agguato nella provincia del Kurdistan, con due civili rimasti feriti dai colpi di rimbalzo, tra cui una bambina di tre anni. Lunedì, nella città occidentale di Paveh, in provincia di Kermanshah, due membri del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica erano caduti in un'altra azione armata. La scorsa settimana, uomini armati avevano ucciso due civili a Saravan, ancora nel Sistan e Baluchistan.

Di fronte a questa escalation, il comandante delle forze terrestri iraniane, il generale Ali Jahanshahi, ha annunciato il dispiegamento di unità di reazione rapida e forze speciali nelle regioni di confine durante una visita diretta alle truppe. "Grazie alla presenza e alla vigilanza dei combattenti delle forze di terra e alla competenza dell'intero gruppo delle forze armate, i confini del caro Iran godono della necessaria sicurezza", ha dichiarato Jahanshahi, sottolineando che la presenza congiunta dell'esercito regolare, delle Guardie Rivoluzionarie e delle forze dell'ordine elimina qualsiasi "audacia" del nemico.

Armi, Starlink e interferenze straniere

Questi attacchi terroristici difficilmente possono essere interpretati come casi isolati, alla luce di connessioni con potenze straniere già emerse e ammesse pubblicamente. Il 6 aprile, Trump aveva dichiarato a Fox News che durante le operazioni congiunte contro l'Iran di febbraio erano state inviate armi tramite intermediari curdi a gruppi operanti lungo il confine irano-iracheno: "Abbiamo inviato armi, molte armi, che avrebbero dovuto essere consegnate alla popolazione. Sapete cosa è successo? Le persone a cui sono state inviate se le sono tenute", aveva detto il presidente, definendosi "molto arrabbiato" con gli intermediari.

L'ex primo ministro israeliano Naftali Bennett ha poi alzato ulteriormente il velo, rivelando il 23 giugno al JNS International Policy Summit di Gerusalemme che Israele aveva introdotto clandestinamente in Iran decine di migliaia di ricevitori satellitari Starlink prima delle rivolte di gennaio — caratterizzate da violenti attacchi armati, incendi dolosi e distruzioni — con l'obiettivo dichiarato di consentire ai rivoltosi di coordinarsi per rovesciare il governo iraniano, puntando a frammentare il paese in piccoli stati federati. Il Jerusalem Post e altri media israeliani hanno riportato separatamente che il Mossad aveva armato milizie curde con armi sequestrate ad Hamas a Gaza e a Hezbollah in Libano, nell'ambito di un piano di invasione più ampio che avrebbe previsto anche una zona di interdizione al volo — piano poi sospeso dopo che l'esercito iraniano aveva dimostrato di non poter essere neutralizzato nel giro di 24 ore. 


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Nazioni Unite © Imagoeconomica  

Teheran all'ONU: "Terrorismo di Stato"

Sul fronte diplomatico multilaterale, l'ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite, Amir-Saeid Iravani, ha presentato una protesta formale al Segretario generale Antonio Guterres, al Consiglio di Sicurezza e all'Assemblea Generale in seguito all'ultima minaccia israeliana di assassinare la Guida Suprema Mojtaba Khamenei. Iravani ha descritto la minaccia del ministro della Difesa israeliano Israel Katz come "parte di una politica deliberata e sistematica di terrorismo di Stato" mirata ai funzionari del governo iraniano, collegandola agli atti di aggressione israeliana, tra cui l'assassinio del precedente leader Ali Khamenei — ucciso il 28 febbraio 2026, primo giorno del conflitto — perpetrati con la partecipazione e il sostegno degli Stati Uniti.

L'ambasciatore ha inoltre accusato il Consiglio di Sicurezza di aver permesso a Israele di agire in un clima di impunità, avvertendo che Teheran avrebbe risposto a qualsiasi azione ostile. "L'incapacità del Consiglio di Sicurezza di adempiere alle proprie responsabilità ai sensi della Carta delle Nazioni Unite ha rafforzato il clima di impunità e ha reso il regime israeliano più sfrontato nel normalizzare il terrorismo di Stato", ha dichiarato Iravani, parlando di "un precedente molto pericoloso" per la pace e la sicurezza internazionali.

Le raffinerie israeliane: danni nascosti

Mentre i negoziati procedono a rilento, emergono nuovi dettagli sull'entità dei danni subiti dalle infrastrutture strategiche israeliane. Secondo quanto riportato dal canale televisivo israeliano Channel 12 News, le raffinerie nella baia di Haifa hanno subito danni ben più gravi a causa dei raid missilistici iraniani di quanto ammesso in precedenza dalle autorità. Uno dei serbatoi di stoccaggio di derivati del petrolio, colpito durante un attacco di marzo, sarebbe irreparabile, e i lavori di ricostruzione su larga scala, approvati dal ministero dell'interno, non si concluderanno prima del 2028.

Il dato stride con le dichiarazioni ufficiali rilasciate all'epoca: il ministro dell'energia israeliano Eli Cohen e la società di gestione Bazan avevano entrambi negato danni materiali significativi. A marzo, Bazan aveva comunicato alla Borsa di Tel Aviv che il tetto di un serbatoio aveva subito soltanto "danni localizzati" e che tutti gli impianti erano operativi, stimando le perdite tra i 150 e i 200 milioni di dollari. Le raffinerie in questione, costruite durante l'occupazione britannica della Palestina, hanno una capacità produttiva di circa 26.000 tonnellate di petrolio al giorno e sono tra i siti industriali più strategicamente rilevanti dello Stato ebraico. Più in generale, secondo una recente analisi di immagini satellitari, i contrattacchi iraniani avrebbero danneggiato almeno 20 siti militari statunitensi dall'inizio del conflitto — in misura ben superiore a quanto pubblicamente riconosciuto da Washington.  

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Immagine di copertina realizzata con supporto IA