Cento giorni di guerra: riserve vuote, portafogli pieni
La guerra dei cento giorni si rivela per quello che è stata: un trasferimento di ricchezza dal bene pubblico a un pugno di azionisti dell’apocalisse, destinato a moltiplicarsi con il riarmo che quella guerra ha reso obbligatorio
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Non c’è nessun accordo di pace. C’è un memorandum firmato in digitale, una tregua di sessanta giorni, un negoziato che deve ancora cominciare. Eppure qualcosa, in questi cento giorni, si è già chiuso per sempre: il conto. E ha beneficiari precisi, nominabili, quotati in Borsa.
Un memorandum non è una pace
Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno aperto le ostilità contro l’Iran con l’operazione Epic Fury. Cento giorni e qualche settimana più tardi, il 15 giugno, i vertici delle due potenze hanno apposto una firma digitale su un memorandum d’intesa. La stampa internazionale ha parlato di svolta storica. La parola che la diplomazia di mezzo mondo ha pronunciato in questi giorni è "pace". È la parola sbagliata. La sostanza del documento è più modesta, e va detta con esattezza. La guerra non è nata dal nulla. È la coda lunga di una escalation cominciata con la guerra dei Dodici Giorni del giugno 2025, proseguita con l’inasprimento delle sanzioni e culminata nell’operazione "Epic Fury", autorizzata dopo mesi di pressioni del governo Netanyahu su Washington. Nel primo giorno di attacchi, il 28 febbraio, un raid israeliano ha ucciso la stessa guida suprema iraniana, Ali Khamenei. Da allora, dopo settimane di bombardamenti, due tregue fragili e una serie di blocchi incrociati sullo Stretto, si è arrivati al memorandum. Il testo in quattordici punti non chiude la guerra: la sospende. Non è un trattato: è un memorandum d’intesa. Prevede un cessate il fuoco di sessanta giorni, la riapertura dello Stretto di Hormuz, la revoca del blocco navale americano, un fondo per la ricostruzione iraniana di almeno trecento miliardi di dollari e l’impegno di Teheran a non dotarsi di armi nucleari. Ma rinvia a una trattativa successiva proprio i nodi che hanno motivato il conflitto, a partire dall’arricchimento dell’uranio. È un calendario, non un accordo. E poggia su una condizione che una delle parti ha già rifiutato. Quella condizione è il Libano. L’Iran ha accettato di firmare a patto che cessassero gli attacchi israeliani e che Tel Aviv si ritirasse dai territori occupati nel sud. Israele ha risposto che non interromperà le operazioni né arretrerà di un metro, e i raid sono proseguiti anche dopo la firma. Paul Craig Roberts, già sottosegretario al Tesoro nell’amministrazione Reagan, lo ha scritto senza eufemismi: non esiste alcun accordo di pace, esiste un memorandum costruito su clausole che Israele si rifiuta di onorare, e il portavoce iraniano Esmaeil Baghaei ha ribadito che Teheran "non separa gli Stati Uniti dal regime sionista" e che spetta a Washington costringere l’alleato a rispettare gli impegni assunti. Su un piano giuridico, quei sessanta giorni sono un limbo. «Sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione», scriveva Carl Schmitt: e nello stato d’eccezione la norma è sospesa, il tempo ordinario si ferma, tutto resta in bilico fino alla decisione successiva. La guerra del 2026 vive in questa sospensione. Tutto è incerto: l’esito militare, la tenuta della tregua, il futuro del programma nucleare iraniano. Tutto, tranne una cosa. Perché mentre la diplomazia resta in bilico, esiste un registro che non conosce sospensioni né eccezioni, e che in questi mesi è stato compilato fino all’ultima riga: il libro mastro dei profitti. Quel registro è già chiuso. E si può leggere, nome per nome.
Le due cifre che hanno deciso la resa
Per capire perché Donald Trump abbia firmato un documento che la sua ala oltranzista giudica troppo generoso verso Teheran e la sua base contraria alla guerra non avrebbe mai voluto, conviene smettere di guardare i quattordici punti e guardare due numeri che in sedici settimane sono scesi più in fretta: il livello della riserva strategica di petrolio e la profondità degli arsenali di missili e intercettori. Il primo numero. La Riserva Strategica di Petrolio statunitense, il cuscinetto d’emergenza pensato per i grandi shock di approvvigionamento, custodito nelle caverne saline lungo la costa del Golfo del Messico, è scesa a 340,3 milioni di barili al 12 giugno 2026, il valore più basso dal 1983. Nell’ultima settimana se ne sono andati altri 8,9 milioni; dei 172 milioni promessi a marzo per calmierare i prezzi, Washington ne ha già rilasciati la maggior parte. Era partita, a febbraio, da circa 415 milioni. In quattro mesi la superpotenza energetica del pianeta ha bruciato il proprio fondo di garanzia, fino a sfiorare il punto sotto il quale le caverne di stoccaggio rischiano danni strutturali. Non un dettaglio contabile: la rinuncia a una sicurezza costruita in mezzo secolo. Un drenaggio senza precedenti recenti: la riserva si è svuotata al ritmo di quasi nove milioni di barili a settimana, e Trump stesso ha ammesso che, senza la riapertura dello Stretto, le scorte sarebbero potute finire "in quattro settimane", con il rischio del caos. Gli Stati Uniti, però, da esportatori netti di energia, hanno tratto vantaggio commerciale dai prezzi alti, con l’export di greggio e prodotti salito a quasi tredici milioni di barili al giorno. Lo Stato svuotava la dispensa pubblica mentre il settore privato vendeva al mondo a prezzo maggiorato. È la prima crepa del libro mastro: il bene comune si consuma, il profitto privato si accumula. Il drenaggio non è soltanto americano, ed è la misura della posta in gioco. Secondo Morgan Stanley, tra il 1 marzo e il 25 aprile le scorte petrolifere globali si sono ridotte al ritmo di circa 4,8 milioni di barili al giorno, il calo trimestrale più rapido mai registrato, con perdite cumulate da Hormuz superiori al miliardo di barili. Negli Stati Uniti il deposito commerciale di Cushing, in Oklahoma, è sceso attorno ai venti milioni di barili, soglia che gli operatori definiscono di «stress operativo», alla decima settimana consecutiva di cali; le scorte di distillati sono ai minimi dal 2005. È il contesto in cui Trump ha firmato: non un atto di forza compiuto da una posizione di abbondanza, ma una decisione presa mentre si prosciugava l’ultimo serbatoio di manovra. La pace, qui, non è una conquista. È una resa amministrativa travestita da trionfo. C’è anche una nemesi politica, in questo svuotamento. Nel 2022 Donald Trump aveva attaccato Joe Biden per aver prelevato dalla Riserva strategica 180 milioni di barili, allora il più grande rilascio della storia, accusandolo di aver "virtualmente prosciugato" le scorte per abbassare i prezzi prima delle elezioni; nei primi mesi del suo mandato l’amministrazione si vantava di «riempire e riparare» la riserva che il predecessore avrebbe "sconsideratamente danneggiato". Oggi la stessa amministrazione la drena più in fretta e più a fondo, alla vigilia delle elezioni di metà mandato. La coerenza non è il punto: il punto è che il bene pubblico per eccellenza, la sicurezza energetica nazionale, viene consumato come una leva elettorale e di mercato, e ciò che resta a valle non è una riserva ma un debito strategico. Il secondo numero, anzi una serie. In sette settimane di combattimento gli Stati Uniti hanno consumato almeno il 45 per cento delle scorte di Precision Strike Missile, circa la metà degli intercettori antimissile THAAD, quasi metà dei Patriot, circa il 30 per cento dei Tomahawk e un quinto degli SM-3 e SM-6. Per ricostituire quelle dotazioni serviranno da uno a quattro anni, con i Tomahawk che secondo le stime potrebbero non tornare ai livelli pre-bellici prima della fine del 2030. Il Centro per gli studi strategici e internazionali ha sintetizzato la situazione con un’immagine eloquente, parlando di "ultime salve" e di una finestra di vulnerabilità apertasi nel Pacifico occidentale, dove ogni intercettore speso sul Golfo è uno in meno disponibile sullo Stretto di Taiwan. Messi insieme, i due numeri raccontano una resa per esaurimento più che una vittoria per leva negoziale. Ma è qui che si chiude il cerchio. Perché lo svuotamento del bene pubblico non è una perdita per tutti. È, al contrario, il presupposto di un profitto privato annunciato. Un arsenale vuoto è un portafoglio ordini pieno. Le scorte di Patriot, THAAD, SM-3, SM-6 e Tomahawk consumate in Iran andranno ricostruite con commesse pluriennali già messe in calendario dalla legge di autorizzazione alla difesa e quelle commesse hanno destinatari noti: i produttori dei sistemi che la guerra ha consumato. Lo Stato ha speso il proprio capitale strategico; l’industria incasserà per anni il costo del riempimento. E il portafoglio ha già una cifra. La spesa statunitense per la sicurezza nazionale, che la presidenza Trump intende portare a regime intorno ai 1.500 miliardi di dollari l’anno, è proiettata per l’anno fiscale 2027 a un livello superiore di circa 400 miliardi rispetto al 2026: il più grande incremento dalla Guerra fredda. Quattrocento miliardi aggiuntivi all’anno non sono un’astrazione contabile, sono il flusso che irrora la filiera che fabbrica i sistemi consumati in Iran. Susan Strange, la studiosa che ha insegnato a leggere il «potere strutturale» come la capacità di fissare le regole entro cui gli altri sono costretti a muoversi, avrebbe riconosciuto qui la sua tesi: chi decide la struttura della spesa militare non esegue una politica, la detta. E chi siede a valle di quella struttura incassa a prescindere da come finisce la guerra. C’è poi un secondo profitto, meno appariscente, che la crisi energetica ha generato per il versante americano. Mentre i prezzi salivano, gli Stati Uniti, divenuti negli ultimi anni esportatori netti di greggio e gas, si sono trasformati nel fornitore di ultima istanza del mercato mondiale: le esportazioni di petrolio e prodotti petroliferi hanno toccato a fine aprile quasi 12,9 milioni di barili al giorno, e gli utili dei grandi produttori sono saliti, con la saudita Aramco in crescita del 26 per cento nel primo trimestre. Lo shock che impoverisce l’importatore arricchisce l’esportatore: è la redistribuzione di ricchezza tra Paesi che ogni guerra energetica innesca. E l’Italia, importatrice, sta dalla parte sbagliata di quel meccanismo. È il rovesciamento perfetto della massima di Clausewitz. «La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi», scriveva il teorico prussiano. Nel modello che questa guerra rende visibile, la proposizione si capovolge: è la politica a diventare la continuazione di un’economia di guerra con altri mezzi, dove la decisione strategica e l’interesse finanziario non si limitano a coincidere, ma si alimentano a vicenda.














