
Il caso della mancata esecuzione da parte del Governo italiano del mandato di arresto emesso dalla Cpi nei confronti di Osama Almasri Njeem, ex capo della polizia giudiziaria libica, arriva alla Corte europea dei diritti umani. Una donna ivoriana e un uomo sudanese, che affermano di essere stati torturati dall'uomo, e che ora sono in Italia, si sono rivolti alla Cedu affermando che così facendo, l'Italia ha violato i loro diritti. La Cedu, dopo un esame preliminare dei ricorsi, li ha comunicati al Governo con una serie di domande, per comprendere se i casi siano ammissibili e eventualmente decidere se l'Italia ha violato i loro diritti.
In particolare, secondo quanto riferito dalla Corte di Strasburgo, i due ricorrenti contestano all’Italia di non aver dato esecuzione al mandato della Corte penale internazionale quando Almasri si trovava sul territorio italiano, impedendo così l’accertamento delle responsabilità e negando giustizia alle vittime.
Nel ricorso si sostiene che la mancata esecuzione dell’arresto abbia comportato una violazione dell’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, relativo al diritto alla vita, e dell’articolo 3, che vieta tortura e trattamenti inumani o degradanti. La cittadina ivoriana denuncia inoltre la violazione dell’articolo 4 della Convenzione, relativo al divieto di schiavitù e lavoro forzato, sostenendo che il rifiuto di autorizzare l’azione penale e la mancata consegna di Almasri alla Corte penale internazionale abbiano determinato “un diniego di giustizia”.
La Corte europea ha comunicato i ricorsi all’esecutivo italiano accompagnandoli con una serie di quesiti rivolti al governo e ha annunciato di aver deciso di trattare le cause con priorità, ai sensi dell’articolo 41 del regolamento della Corte.
Ciò significa che il caso viene ritenuto di rilievo internazionale.
Dunque la Corte di Strasburgo dovrà stabilire se la mancata esecuzione del mandato della Corte penale internazionale possa configurare non soltanto una violazione degli obblighi di cooperazione tra Stati, ma anche una lesione diretta dei diritti fondamentali delle presunte vittime di torture e violenze commesse nelle carceri libiche controllate da Almasri.
Nell'informare l'Italia dei due ricorsi sul caso Almasri, la Corte europea dei diritti dell'uomo evidenzia di aver deciso di trattare entrambi i casi con procedura prioritaria e sottopone a Roma una serie di quesiti per ricostruire nel modo più completo possibile il quadro giuridico delle vicende. Il governo ha tempo fino al 18 settembre per rispondere, salvo eventuali proroghe. Tra i punti centrali, i giudici di Strasburgo chiedono al governo se ritenga che l'Italia esercitasse una forma di giurisdizione tale da poter essere chiamata a rispondere delle presunte violazioni denunciate dai due ricorrenti. La Corte domanda inoltre se, alla luce della natura dei diritti coinvolti - tra cui il diritto alla vita e il divieto di tortura - l'Italia fosse tenuta a cooperare con la Corte penale internazionale nell'esecuzione del mandato d'arresto emesso nei confronti di Almasri e, in caso affermativo, se tale obbligo sia stato disatteso. La Cedu dedica poi una parte delle sue domande alla ricevibilità dei ricorsi. Tra gli aspetti da chiarire vi è anche la possibile sovrapposizione con il procedimento già aperto davanti alla Corte penale internazionale. Strasburgo chiede infatti alle parti di precisare se la questione sollevata sia "sostanzialmente identica" a quella già sottoposta ai giudici della Cpi. Sulla base delle osservazioni che il governo è chiamato a presentare, la Corte deciderà anzitutto se i ricorsi possano essere dichiarati ammissibili. Solo in un secondo momento, qualora superino questo primo vaglio, entrerà nel merito della vicenda per stabilire se l'Italia abbia o meno violato i diritti invocati dai due ricorrenti.
Quel che è certo è che la liberazione dell'ex generale libico, accusato dalla Corte penale internazionale di omicidi, torture, stupri e persecuzioni contro migranti detenuti nelle carceri libiche, è uno degli scandali più gravi commessi da questo governo.
Sul punto vale la pena ricordare che il caso esplose anche grazie alla denuncia dell'avvocato Luigi Li Gotti che inviò un esposto alla Procura di Roma contro la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il Ministro della Giustizia Carlo Nordio, il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con delega ai servizi segreti, Alfredo Mantovano, per i reati di favoreggiamento personale e peculato (ex art. 314 co. 1 cod. pen).
Nell'agosto 2025 il Tribunale dei Ministri aveva archiviato la posizione della Presidente del Consiglio ritenendo che, a differenza di altri tre indagati, non abbia contribuito a un eventuale “programma criminoso”.
Successivamente si sono salvati dal processo anche i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, e il sottosegretario Alfredo Mantovano.
La decisione del collegio era un atto dovuto per "mancanza della condizione di procedibilità nei confronti dei soggetti per i quali l’autorizzazione è stata negata", dopo che la Camera aveva respinto la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del ministro della Giustizia, dell'Interno e del sottosegretario.
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