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Carbone: Gelli operava sulla linea di demarcazione tra servizi, Nato e Cia

L’analisi del criminologo forense Federico Carbone sui documenti desecretati dall’FBI e sui rapporti di Licio Gelli con gli apparati di sicurezza statunitensi

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Sono ottanta le pagine desecretate dall’FBI. Al loro interno compare un appunto cifrato: “Bologna 525779”. A questo si aggiunge l’archivio uruguaiano della P2 scomparso nelle mani delal Cia. Per il criminologo forense Federico Carbone - in un articolo pubblicato su Dark Side - sono nodi che identificano il Maestro Venerabile della P2 come mandante della strage di Bologna e lo collegano alla ragnatela atlantica che unisce Gladio, servizi deviati, finanza vaticana, mafia e terrorismo neofascista. In questo scenario si inseriscono i documenti desecretati negli Stati Uniti grazie alle richieste basate sul Freedom of Information Act (FOIA), avanzate da giornalisti d’inchiesta come Stefania Maurizi e Gianni Barbacetto. Il fascicolo federale dell’FBI, composto da ottanta pagine prodotte tra il 1981 e il 1994, dimostra, secondo Carbone, che l’intelligence americana monitorava attentamente le mosse di Licio Gelli, i suoi viaggi, i suoi conti esteri e i suoi contatti nel Dipartimento di Stato. “Tuttavia, gli americani non hanno mai fornito alcun contributo decisivo alle indagini condotte dai magistrati italiani”.

Secondo il criminologo, l’uomo che “ha organizzato, finanziato e coperto la più devastante strage della storia repubblicana” lavorava per i servizi segreti italiani e, contemporaneamente, intratteneva rapporti diretti e costanti con i vertici degli apparati di sicurezza degli Stati Uniti. Le carte rilasciate da Washington mostrano “ampie cancellature: interi paragrafi sono coperti da strisce di inchiostro nero, i nomi degli informatori sono omessi e i riferimenti operativi eliminati”. Per il criminologo, è la conferma che i canali di contatto tra “Gelli e gli apparati d’oltreoceano toccano settori ancora oggi protetti dal segreto di Stato”.

L’archivio FBI desecretato, sostiene Carbone, “non chiude la vicenda”, ma conferma che il Maestro Venerabile della P2 operava “esattamente sulla linea di demarcazione dove si incontrano i servizi segreti italiani, le strutture clandestine della Nato, la manovalanza fascista e la Cia”. A questo si aggiunge la consapevolezza che le schede mancanti dell’archivio di Montevideo, ancora nelle mani degli americani, custodirebbero “la parte finale di questa verità”. Licio Gelli, sottolinea Carbone, non sarebbe stato “un semplice maestro massone appassionato di esoterismo e relazioni sociali”, ma “un faccendiere nero” con un passato da volontario camicia nera nella guerra civile spagnola e da ufficiale di collegamento tra i repubblichini di Salò e i comandi tedeschi. Il criminologo ricorda inoltre i legami di Gelli con i regimi militari sudamericani, l’amicizia con il dittatore cileno Augusto Pinochet e con “l’ammiraglio argentino Emilio Massera, indicato tra i principali responsabili della stagione dei desaparecidos”. “Gelli è di casa nei palazzi del potere romano”, scrive Carbone. Il Maestro Venerabile parla costantemente con i vertici dei servizi segreti italiani, “maneggia i conti cifrati in Svizzera” e smista i capitali sottratti al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, mentre l’Italia viene insanguinata da bombe, tentativi di golpe e assassinii politici. Le sentenze definitive dello Stato italiano lo condanneranno per la bancarotta fraudolenta dell’Ambrosiano e, soprattutto, per il depistaggio orchestrato sulle indagini della strage di Bologna, realizzato con la complicità degli ufficiali del SISMI Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte e del faccendiere Francesco Pazienza, attraverso il celebre depistaggio del “treno Milano-Taranto”.


La lista incompleta della P2

Carbone torna al 17 marzo 1981. Quel giorno, su disposizione dei giudici milanesi Giuliano Turone e Gherardo Colombo, impegnati nell’indagine sul finto rapimento del banchiere Michele Sindona, i carabinieri perquisiscono la villa toscana di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi e la sede della ditta di abbigliamento Giole. Negli armadi e nella cassaforte del Maestro Venerabile emergono gli elenchi della Loggia segreta Propaganda 2. Sono 962 nomi: generali del SISMI e del SISDE, dirigenti del CESIS, alti ufficiali delle forze armate, magistrati, ministri, parlamentari, industriali, banchieri e direttori di giornale. Per Carbone, è “un reticolo di potere parallelo insediato nel cuore stesso delle istituzioni democratiche”. Un’organizzazione che, attraverso il celebre “Piano di rinascita democratica”, punta al controllo dei gangli vitali del Paese e all’occupazione strisciante dello Stato. Le inchieste sui sostegni internazionali della Loggia P2 mostrano, scrive Carbone, “un Licio Gelli perfettamente inserito negli ambienti politici statunitensi”. Vanta contatti con gli entourage di tre Presidenti americani: Richard Nixon, Jimmy Carter e Ronald Reagan. Viene ufficialmente invitato alle cerimonie di insediamento alla Casa Bianca sia del democratico Carter, nel 1977, sia del repubblicano Reagan, nel 1981.

La Commissione Tina Anselmi mette a verbale i ramificati collegamenti internazionali della P2, ammettendo tuttavia la sostanziale impossibilità per gli organi inquirenti italiani di svolgere accertamenti istruttori completi fuori dai confini nazionali. “Non è un caso”, sottolinea Carbone, che negli elenchi della P2 sia stato rintracciato persino il nome di Randolph Stone, capo della stazione Cia di Roma, accreditato formalmente con la qualifica di “industriale”. Gli aspetti economico-finanziari di questo intreccio, ricorda il criminologo, sono stati descritti nei primi anni ’90 dalle dichiarazioni dell’ex agente della Cia Richard Brenneke. Brenneke ha affermato davanti ai magistrati e alle telecamere dei media internazionali che “il governo degli Stati Uniti ha inviato ingenti somme di denaro alla Loggia P2”, parlando di finanziamenti che “raggiungevano anche la cifra di 10 milioni di dollari al mese”. Secondo quanto dichiarato da Brenneke, quelle risorse sarebbero state impiegate per il traffico di armi, il narcotraffico e, soprattutto, la destabilizzazione politica attraverso attentati. Secondo le deposizioni di Brenneke, infine, la P2 non operava soltanto come una loggia sovversiva, ma figurava come “un vero e proprio braccio operativo e finanziario della Cia sul territorio italiano”, integrato da strutture riservate di livello superiore, come la presunta loggia “P7”, e da istituti finanziari internazionali d’appoggio. 

Fonte: Dark Side 

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