Borsellino e le stragi: il paradosso dell'avvocato Trizzino
I cortocircuiti del legale dei figli del giudice ucciso nel '92 e le convergenze con Mori e Colosimo
Fabio Trizzino è l’avvocato dei figli di Paolo Borsellino. Un ruolo che gli attribuisce, per scelta professionale, la tutela della memoria e della verità sul conto di un grande magistrato, barbaramente assassinato il 19 luglio 1992. Eppure, negli ultimi anni, il suo nome è emerso ripetutamente in circostanze che sollevano domande e macroscopiche perplessità. Trizzino ha, progressivamente, costruito una visibile vicinanza umana con Chiara Colosimo, presidente della Commissione Antimafia, la quale è profondamente invisa ai familiari delle vittime di mafia e terrorismo per l’inazione dimostrata sulla lettura delle strategie eversive nella storia italiana. Inoltre, Trizzino ha costantemente dimostrato di sposare le tesi dell’ex generale dei ROS Mario Mori, implicato (e uscito assolto) in una lunga serie di processi assai significativi e attualmente sotto inchiesta con accuse pesanti in relazione alle stragi del ‘93. Con la prima, Trizzino ha condiviso incontri istituzionali e platee pubbliche; con il secondo, almeno stando a quanto rivelato da un investigatore anonimo a Report, addirittura la preparazione delle audizioni in Commissione Antimafia. Un intreccio di relazioni che, al di là di ogni giudizio, merita di essere raccontato. Lasciando ai lettori le considerazioni di sorta.
Partiamo dal 2023, quando la Commissione Antimafia elesse la fedelissima di Giorgia Meloni, Chiara Colosimo, come presidente. La nomina fu immediatamente criticata in una lettera di protesta da una lunghissima lista di familiari delle vittime di mafia, tra cui lo stesso Salvatore Borsellino. Non per motivi politico-ideologici, ma per i rapporti amicali intrattenuti da Colosimo con Luigi Ciavardini, condannato per la strage di Bologna e per l’omicidio del giudice Mario Amato, catturati da un’eloquente fotografia scattata ai tempi in cui Colosimo era consigliera regionale del Lazio. Solo un mese dopo, l’avvocato Fabio Trizzino si è recato insieme a Mario Mori e a una delegazione del Partito Radicale in Commissione Antimafia a incontrarla. Come rivelato ai microfoni di Radio Radicale da Maurizio Turco, uno dei delegati del Partito Radicale, lo si fece al fine di esprimere «solidarietà» alla Colosimo dopo le «assurde» critiche sulla sua elezione, confidando su «un cambio di gestione politica della commissione antimafia che tenga anche conto di alcuni membri che sono in palese conflitto di interessi rispetto ai loro compiti precedenti». Attacco evidentemente diretto a Roberto Scarpinato, ex magistrato e senatore M5S. Reo, forse, di avere rappresentato l’accusa contro Mori per la mancata cattura di Provenzano ed essere un avversario politico della Colosimo?
Fabio Trizzino immortalato insieme a Mario Mori presso la Commissione Antimafia
A pochi giorni dall’anniversario della strage di Capaci, nel 2023, Trizzino aveva attaccato il Movimento delle Agende Rosse di Salvatore Borsellino, cercando di ridicolizzare la «tesi della trattativa Stato-mafia», da lui definita «dogmatica», che il gruppo fondato dal fratello del magistrato palermitano ha negli anni valorizzato e divulgato. Una trattativa confermata non soltanto dagli ex ufficiali dei Carabinieri, Mario Mori in testa, che la portarono avanti, ma anche da una sfilza di sentenze passate in giudicato. Una di queste, la sentenza “Tagliavia”, l’ha addirittura storicamente ricollegata - nell’ambito di un nitido rapporto causa-effetto - alle stragi del 1993. Elementi che da sempre il Movimento delle Agende Rosse porta all’attenzione dell’opinione pubblica, che dai media tradizionali sente parlare, quando va bene, di «presunta trattativa», quando va male di «boiate» o «teoremi» dei pm. Ma Trizzino, di questo, non si è mai scandalizzato.
Trizzino, Mori, Colosimo, dunque. Accomunati da svariati comuni denominatori a livello strategico: ridimensionare i rilevantissimi tasselli storici della “trattativa”, della “pista nera” e del presunto ruolo degli apparati deviati dello Stato dietro le stragi, considerando un’unica pista – l’interesse che, a loro dire, Paolo Borsellino avrebbe nutrito verso il dossier del ROS “mafia-appalti” – e parcellizzando l’esame degli attentati che hanno insanguinato il Paese. Anzi, esaminando solo quello di via D’Amelio, togliendo dal tavolo tutti gli altri. L’avvocato, la presidente della Commissione Antimafia e l’ex ROS si sono ritrovati alla kermesse di Fratelli d’Italia “Atreju” il 13 dicembre 2024. Mori era tra il pubblico, mentre i relatori sul palco, oltre a Colosimo e Trizzino, erano Luciano Violante e Piero Sansonetti (già condannato per avere diffamato Scarpinato e il suo collega Guido Lo Forte in una serie di articoli in cui erano stati sostanzialmente accusati di aver «affossato» l’inchiesta “mafia-appalti”). Appena dopo l’inizio del suo intervento, Chiara Colosimo si è interrotta per mandare un saluto – sfociato in uno scrosciante applauso da parte della platea – all’indirizzo di Mori. Il quale, dal maggio precedente, era (ed è tuttora) sotto indagine a Firenze per strage, associazione mafiosa e associazione con finalità di terrorismo internazionale ed eversione dell’ordine democratico.
Trizzino ad Atreju insieme a Chiara Colosimo
C’è di più. Nel giugno del 2025, grazie alle rivelazioni di un investigatore anonimo, la trasmissione Report ha reso noto come il generale Mori sia stato intercettato tra il 2023 e il 2024 (per l’appunto nel quadro dell’inchiesta in cui è indagato) mentre parlava con ex collaboratori, avvocati, giornalisti e soggetti legati alla politica al fine di influenzare le mosse della Commissione Antimafia. L’investigatore ha spiegato che Mori avrebbe «brigato» per inserire in Commissione Antimafia «tre consulenti da lui segnalati, visto che quelli segnalati dalla politica non sanno di quel che parlano». Per l’investigatore, Mori «dice a tutti: “sono passato all’offensiva”» e «prepara le sue audizioni in Antimafia con l’avvocato Milio (il suo legale, ndr) e con l’avvocato Trizzino». Quest’ultimo, in Commissione Antimafia, ha più volte rimarcato l’importanza che la questione “mafia-appalti” avrebbe rivestito dietro all’omicidio Borsellino e, al contempo, svalutato la cosiddetta “pista nera”. Insomma, la medesima “agenda” dei ROS. Trizzino vuole smentire il fatto che abbia preparato le sue audizioni a braccetto con Mori (non l’ha ancora fatto) o dobbiamo effettivamente fidarci di quanto ascoltato?
Quanto a imprecisioni e ricostruzioni discutibili, Trizzino sembra essersi distinto più volte nel corso degli anni. Tra gli esempi più eloquenti, ci sono le frasi tirate fuori in un’audizione in Commissione Antimafia datata 6 ottobre 2023 e riguardanti Antonio Subranni, capo dei ROS alla morte di Borsellino e noto per essere stato inquadrato (nonostante l’intervento della prescrizione per il troppo tempo passato) come uno dei responsabili del depistaggio delle indagini sul delitto di Peppino Impastato. Come testimoniato davanti ai magistrati da Agnese Piraino Leto, vedova Borsellino, pochi giorni prima della strage di via D’Amelio il marito le avrebbe confidato di aver «visto la mafia in diretta» e che una fonte terza gli aveva riferito che il capo del ROS Antonio Subranni era «punciuto» (la punciuta è il rito di affiliazione dei mafiosi, ndr), mostrandosi «turbatissimo» mentre lo raccontava. Bene: cercando di sviare il significato delle parole di Agnese Borsellino, Trizzino ha in quella occasione addirittura sostenuto che la frase debba essere intesa come: «Ho visto la mafia in diretta PERCHÉ mi hanno detto che Subranni è punciuto». Insomma, secondo l’avvocato, il giudice sarebbe stato sgomento non per aver avuto notizia della presunta contiguità alla mafia di Subranni, ma per le trame anti-Subranni che la sua fonte (rimasta ignota) avrebbe in quel frangente incarnato. E dimostrandosi peraltro più realista del re: in un’intervista resa al Corriere della Sera dopo l’uscita delle rivelazioni della vedova Borsellino, Subranni riferì che bisognava prestare poca credibilità alle sue dichiarazioni perché «si sa che è malata di Alzheimer». Consapevole, dunque, che fosse proprio lui il «bersaglio» di quelle parole. «Le insinuazioni del generale Antonio Subranni non meritano alcun chiarimento: si commentano da sole», aveva risposto a tono Agnese Piraino Leto, poi deceduta nel maggio 2013. Uno scambio che Trizzino, negli anni, non ha mai commentato.
Un’altra uscita memorabile di Trizzino, che si inserisce sempre sul binario delle tesi preferite dai ROS e dalla Colosimo (saranno sempre tutte coincidenze) è quella in cui l’avvocato attribuisce alla deposizione di Agnese Borsellino del 23 marzo 1995 al processo per la strage di via D’Amelio la versione secondo cui la telefonata mattutina del 19 luglio – il giorno della strage – da parte del procuratore di Palermo Pietro Giammanco a Paolo Borsellino avrebbe avuto come oggetto l’assegnazione al magistrato palermitano del fascicolo sul rapporto “Mafia-appalti”. A smentirlo è infatti il contenuto della medesima deposizione, in cui Agnese Borsellino dichiara nitidamente che quel colloquio telefonico avrebbe avuto a oggetto «la delega per interessarsi lui (Borsellino, ndr) dei processi di mafia riguardanti Palermo».
Paolo Borsellino © Francesco Pedone
In merito alla presunta “pista nera” dietro alle stragi del 1992, Trizzino ha le idee chiare: «Totò Riina non aveva bisogno dell’eversione di destra o di sinistra per portare avanti il suo disegno stragista», dal momento che già «la natura di Cosa nostra» è di per sé «eversiva» (sigh.). «Bisogna cercare la verità, non fantasmi», secondo il legale dei figli di Borsellino. Come ci dimostra un recente verbale della Procura di Caltanissetta, d’altronde, per Trizzino un “fantasma” che non c’entrerebbe nulla con le stragi del 1992 è anche Paolo Bellini, esecutore della strage di Bologna, killer di ‘Ndrangheta, infiltrato dei servizi e in strettissimo contatto con il boss Nino Gioè – tradizionale ponte in Cosa Nostra tra mafiosi e apparati deviati dello Stato – negli anni degli attentati, in cui più e più volte si recò in Sicilia. Ci sono pentiti che lo indicano come il “suggeritore” ai mafiosi della strategia dell’attacco ai beni artistici dello Stato nel nord e centro-Italia, ma per il nostro Trizzino bisogna tirare dritto: Bellini va archiviato, perché secondo la sua ricostruzione era in Sicilia solo per mere questioni di «recupero crediti» e «traffico illecito di stupefacenti». Sì, e magari anche per qualche partita a briscola coi “picciotti”...
A chiedere l’archiviazione per Bellini sono stati i pm di Caltanissetta, anche loro fervidi sostenitori della pista “mafia-appalti”. In realtà, solo pochi mesi fa la Procura nissena ha addirittura chiesto l’archiviazione dell’intera indagine sui mandanti esterni nelle stragi del 1992, ma la gip di Caltanissetta Graziella Luparello l’ha rigettata, ordinando loro di indagare su decine di piste inesplorate che coinvolgono il presunto ruolo degli apparati deviati e dell’eversione di destra negli attentati. Nell’ordinanza della giudice si legge che «l’approccio ‘mistico’ o dogmatico verso il filone ‘mafia-appalti” deve essere abbandonato», in quanto esso «non gode di alcuna aseità causale che possa spiegare gli eventi tellurici scatenatisi in Italia negli anni ‘90 né riesce a cogliere gli evidenti nessi sintattici tra i diversi eventi tragici che hanno mortificato la storia repubblicana del Paese». Una sorta di contrappasso rispetto ai “dogmatismi” evocati da Trizzino in merito alle convinzioni delle Agende Rosse sulla trattativa. La ruota gira.
Per concludere: Trizzino ha tutto il diritto di andare d’amore e d’accordo con la presidente della Commissione Antimafia, sia chiaro. Ma noi non ci esimeremo dal ricordare quella foto di Colosimo con Ciavardini, i suoi imbarazzanti legami familiari con uno zio condannato per aver fatto da tramite tra il faccendiere di estrema destra Mokbel e la ‘Ndrangheta e la preoccupante distanza dimostrata rispetto alle istanze dei familiari delle vittime degli attentati di mafia e terrorismo (a esclusione, caso strano, di quelle rappresentate da Trizzino...). L’avvocato dei figli di Borsellino, ci mancherebbe, ha tutto il diritto di allinearsi alle tesi di Mori e De Donno. Ma noi parleremo sempre di quanto di gravissimo – anche se, per i giudici, non penalmente rilevante – è emerso nei processi sulla “trattativa”, sulla mancata perquisizione e disattivazione della sorveglianza del covo di Riina, sul mancato arresto di Provenzano e su quello del boss Santapaola. E non ci dimentichiamo quanto detto l’anno scorso in Commissione Antimafia dagli ex ROS, i quali, tra un attacco e l’altro alla Procura di Palermo, hanno espresso esplicite parole di stima e amicizia nei confronti di Marcello Dell’Utri, condannato definitivamente per mafia e braccio destro di quel Silvio Berlusconi che Cosa Nostra (come provato da una sentenza definitiva) l’ha finanziata dal 1974 fino al 1992, quando esplodevano le bombe di Capaci e di via D’Amelio. Se questi sono i compagni di viaggio di Fabio Trizzino, gli auguriamo umanamente tutto il bene del mondo. Ma noi staremo sempre dall’altra parte.
Tratto da: stefanobaudino.substack.com














