Bolzoni: ''La comm. antimafia di Chiara Colosimo è una delle peggiori mai viste''

L’editoriale dello storico giornalista sul quotidiano ‘Domani’
La commissione parlamentare presieduta da Chiara Colosimo è "una delle peggiori mai viste", tutta concentrata a dimostrare tesi improbabili, con il dossier mafia e appalti come causa dell’uccisione di Paolo Borsellino. Così ha scritto la storica firma di ‘Repubblica’ e oggi in forza al ‘Domani’ Attilio Bolzoni.
Si tratta di "una commissione d’inchiesta che non ha fatto inchieste", partita "da un assunto che è un po’ fissazione e un po’ un pericoloso sbandamento". In questo quadro, oggi più che mai, sarebbe necessaria una relazione di minoranza per ribaltare tesi fuorvianti, ma emerge "un problema: l’opposizione (a parte l’ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato dei 5 Stelle e pochi altri) non c’è, è distratta, vaga, a bassa comprensione". Una condizione che, come descritto da Attilio Bolzoni, non ha "nulla a che fare con i predecessori del gennaio 1963 e del febbraio 1976", date della costituzione dell’Antimafia parlamentare e della presentazione della relazione di minoranza che capovolsero il tavolo del silenzio e delle connivenze imponendo un documento che è, in realtà, l’atto della fondazione dell’antimafia moderna.
Per comprendere cosa fosse stato inserito dentro quel documento, che è ancora oggi la Bibbia dell’Antimafia, Attilio Bolzoni richiama la necessità di "fare una conta" e di controllare "quante volte è citato il sanguinario e famosissimo Luciano Leggio detto Liggio e, invece, quante volte viene menzionato il ministro Giovanni Gioia". Il risultato è netto: "il nome del ministro compare in una trentina di passaggi, quello del mafioso in meno di dieci". Come descritto dall’autore, nei richiami risultano in vantaggio sul boss di Corleone anche Salvo Lima, Vito Ciancimino, Ciccio Vassallo. La prima commissione parlamentare antimafia istituita in Italia, per intenderci quella di Pio La Torre, di Cesare Terranova, di Gerardo Chiaromonte, indagava la mafia "dove doveva essere indagata: nei suoi rapporti con il potere".
La mafia non è mai stata solo sparatine e agguati e già nel 1976, questo era tutto molto chiaro. Come ha spiegato Attilio Bolzoni, quella relazione, trentanove pagine che segnano un confine fra il prima e il dopo, compie cinquant’anni il 6 febbraio. Più che "gli autori o i mandanti di episodi di sangue", negli atti sono rimaste le scorribande di banchieri e di pezzi grossi della politica, di sindaci, di esattori e grandi imprenditori. In questo contesto si inserisce la domanda: Ma oggi dove sono i Lima, i Gioia, i Sindona, i Cassina dei nostri tempi? Non ci sono, non esistono più?”
Secondo il giornalista, "non ci sono più perché, a trent’anni e passa dalle stragi siciliane, la mafia è rappresentata quasi soltanto come pizzo e droga, usura, gioco d’azzardo, traffici di armi". La mafia, come descritto da Attilio Bolzoni, è diventata crimine puro (con poche eccezioni come quella dell’ex governatore Totò Cuffaro o del senatore Marcello Dell’Utri) senza più politica. Eppure, in tempi relativamente recenti e cioè nel 2000, il boss della Cupola Antonino Giuffré si esibiva così davanti all’allora procuratore capo di Palermo Pietro Grasso: Per noialtri la politica è come l’acqua per i pesci. Da qui l’interrogativo: Che fine fanno i pesci senza acqua?”
L’origine della relazione di minoranza è nelle mancanze della relazione di maggioranza. Come si legge, "quei parlamentari del Partito Comunista, a cominciare da mio padre, ritenevano che la relazione del presidente democristiano Francesco Cattanei minimizzasse troppo il rapporto fra mafia e politica", e che "certe prudenze erano anche comprensibili perché la mafia siciliana il rapporto più stretto l’aveva proprio con il partito di maggioranza, la Democrazia Cristiana". Se da quella Antimafia "facciamo un salto nel futuro e ci catapultiamo ai nostri giorni", la conclusione riportata è che non c’è proprio da stare allegri.
Anche la nascita della parola "antimafia", entrata nel linguaggio comune proprio nel 1963, viene collocata in una storia più ampia. Come descritto da Attilio Bolzoni, l’antimafia però c’era anche prima, quando non si chiamava antimafia, ad esempio alla fine dell’800 quando il Presidente del Consiglio Francesco Crispi, un siciliano, scatenò la violentissima repressione dell’esercito contro i contadini di Corleone che chiedevano giustizia sociale. Era antimafia, sebbene ancora non si chiamasse antimafia, anche quella delle occupazioni delle terre nel secondo immediato dopoguerra, con i braccianti nei feudi caricati dalla famigerata polizia 'celere' del ministro dell’Interno Mario Scelba. L’antimafia, come riportato, è diventata ufficialmente antimafia in Parlamento.
Infine, per un gioco del destino (o per altro?), dopo la relazione di minoranza del 1976, per una legislatura e mezza in Italia non ci fu più una commissione parlamentare a indagare sulle mafie. Era la fine di un decennio in cui, nel Palazzo di Giustizia di Palermo, i primi presidenti di corte d’appello e i procuratori generali "negavano ormai l’esistenza della mafia, liquidandola come folclore e retaggio di un passato lontano".
Tratto da: Domani
Foto © Paolo Bassani
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