
Il precedente libico con Gheddafi lo dimostra: il nucleare è quasi una garanzia di sopravvivenza per l’Iran
“Il capolavoro strategico dell’Iran è consistito nell’avere rivoluzionato la priorità della scaletta diplomatica”. Prima il nodo era il nucleare, oggi invece il baricentro si è spostato su un punto geografico e insieme simbolico, lo Stretto di Hormuz. “Per capire ciò che sta accadendo, occorre capire l’obiettivo dell’Iran. L’Iran vuole tenersi i suoi 440 kg di uranio arricchito al 60% di purezza per tre ragioni”. A spiegarlo è Alessandro Orsini. L’esperto di terrorismo internazionale ha chiarito che trattenere quel materiale - l’uranio arricchito - significa poter mostrare al mondo una prova tangibile che la guerra non ha spezzato la capacità iraniana. Insomma, una vittoria non dichiarata, ma esibita.
C’è poi l’altro punto che Orsini ha sollevato sul Fatto Quotidiano: ed è quello in cui si vede proprio nel nucleare una garanzia di sopravvivenza. Una garanzia che, per certi aspetti, appare piuttosto inevitabile se si considera chi sono gli attori coinvolti nello scontro e che fine ha fatto Muammar Gheddafi insieme alla Libia: “si spogliò delle sue armi più letali in cambio della pace, e poi fu trucidato grazie alle bombe della Nato”. Nel caso dell’Iran, il finale potrebbe non essere molto diverso. “Una volta privato l’Iran del nucleare, gli Stati Uniti e Israele tornerebbero ad attaccarlo per distruggere il suo programma missilistico, fomentando qualunque tipo di rivolta. Israele - ha sottolineato - non vuole la pace con l’Iran, vuole indebolirlo per tornare ad attaccarlo”. E aggiunge: “La sicurezza internazionale non ha nulla di divertente, ma credere nella voglia di pace d’Israele è esilarante. Israele vuole rubare la terra ai palestinesi per estendere il proprio territorio ed è quello che farebbe anche se Hamas diventasse un’associazione cattolica di volontariato”.
A questo va anche aggiunto che il possesso dell’uranio diventa uno strumento per allungare all’infinito il tempo delle trattative. Ai tempi di Barack Obama e Hassan Rohani furono necessari “due anni nella sola fase finale intensa” per disciplinare una singola questione. Una sola. “Ecco perché Donald Trump, il 28 febbraio 2026, ha tentato il cambio di regime. Se Trump si mettesse intorno a un tavolo con gli iraniani per dirimere tutti gli aspetti tecnici relativi al nucleare, morirebbe prima di vecchiaia o di depressione”.
Oltretutto - ha proseguito Orsini - il fatto di voler bombardare nuovamente l’Iran non farebbe altro che peggiorare la situazione. Questo perché l’Iran, dal canto suo, sembra aver adottato una logica opposta a quella attendista, in cui “l’ultima ora è ora”. Insomma, il tempo più che una risorsa potrebbe essere una minaccia. “L’Iran non vuole rimandare la guerra al prossimo anno perché si troverebbe a combattere in una posizione di debolezza più grande di quella attuale. Ecco perché l’Iran ha avuto il coraggio di non presentarsi al tavolo delle trattative in Pakistan, nonostante la minaccia di Trump di condurre un Olocausto. È il coraggio della disperazione”.
Per questo stesso motivo, il rischio che possa subentrare un “giro di escalation” è molto alto.
“Se Trump colpirà le strutture energetiche dell’Iran, l’Iran distruggerà le strutture energetiche dei Paesi del Golfo Persico. Se Trump invaderà l’Iran, l’Iran - ha proseguito Alessandro Orsini - sparerà contro i soldati americani. Se Trump invaderà l’isola di Kharg, l’Iran chiuderà lo Stretto di Bab el-Mandeb. Trump ha deciso di estendere il cessate il fuoco a tempo indefinito perché sa che tutto quello che può fare è peggiore di quello che ha già fatto. Ne parlerò il 16 maggio al Salone del Libro di Torino, presentando Disinformazione. La manipolazione dell’opinione pubblica nelle democrazie occidentali (PaperFirst)”.
Foto © Imagoeconomica
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