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| 'Ndrangheta

'Ndrangheta nella Capitale: la Corte di Cassazione delinea un filo diretto con la Calabria

Mirko Felas

Le motivazioni della sentenza descrivono i ruoli di Antonio Carzo e Vincenzo Alvaro nella gestione della “locale” romana

Le motivazioni depositate dalla Corte di Cassazione, in seguito ad un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia, tracciano un dettagliato profilo dell’espansione della ’ndrangheta a Roma: una presenza organizzata, strutturata e costantemente collegata alle cosche calabresi. I supremi giudici hanno reso definitive le condanne inflitte, decise con rito abbreviato e che superano complessivamente i 107 anni di carcere, a quattordici imputati appartenenti alla cosiddetta “propaggine” romana, riconosciuta come la prima articolazione autorizzata dalla casa madre a operare stabilmente nella Capitale.
Secondo quanto scritto nelle motivazioni della Cassazione, il processo ha evidenziato “un flusso informativo costante tra Roma e la Calabria”, elemento ritenuto decisivo per confermare la natura mafiosa del gruppo e il suo inserimento nella struttura della ’ndrangheta. Tra le figure principali compare Antonio Carzo, considerato uno dei nomi storici della criminalità calabrese radicata nella Capitale, che dopo aver trascorso tredici anni in carcere, parte dei quali in regime di alta sicurezza, senza mai collaborare con la giustizia né prendere le distanze dall’organizzazione, avrebbe consolidato il proprio prestigio criminale proprio grazie alla fedeltà dimostrata durante la detenzione. Una volta tornato in libertà nel 2014, secondo gli investigatori, avrebbe ricevuto un vero e proprio incarico operativo all’interno dell’organizzazione: in alcune intercettazioni riportate negli atti, lo stesso Carzo parla dell’“onore” ricevuto, facendo riferimento al ruolo affidatogli dai vertici della cosca. Successivamente si trasferisce a Roma accanto al cugino Vincenzo Alvaro, ritenuto dagli inquirenti il principale referente economico e imprenditoriale del gruppo. Giudicato con rito ordinario, è stato condannato in primo grado a 18 anni di carcere insieme ad altri appartenenti all’organizzazione.
Nelle motivazioni, la Suprema Corte chiarisce inoltre che la struttura romana non può essere considerata una semplice banda criminale autonoma, ma una vera e propria articolazione della ’ndrangheta. Per i giudici, infatti, non è fondamentale identificare il singolo esponente calabrese che avrebbe autorizzato l’insediamento romano; ciò che importa è la prova dell’esistenza di un’organizzazione stabilmente riconosciuta e collegata alla struttura originaria. La Cassazione descrive così la ’ndrangheta come un’organizzazione capace di evolversi e adattarsi ai diversi contesti territoriali senza perdere la propria identità mafiosa, un sistema criminale che conserva regole, rituali e struttura originaria, modificando però modalità operative e strategie in base al territorio in cui si insedia.
Ed è proprio in questo contesto che la “locale” romana si inserisce: una struttura integrata con la casa madre attraverso rapporti continui, interessi condivisi e reciproco riconoscimento tra affiliati. I giudici sottolineano infine l’esistenza di due differenti anime operative all’interno del gruppo: da un lato quella definita “ala alvariana”, operante tra investimenti economici, nel settore della ristorazione e concentrata al consolidamento imprenditoriale nella Capitale. Dall’altro quella “carziana”, maggiormente dedita alle tradizionali attività criminali e alla gestione dei rapporti mafiosi. Due componenti distinte ma indispensabili l’una all’altra, che secondo la Cassazione avrebbero agito in modo coordinato all’interno di un’unica organizzazione mafiosa radicata a Roma e pienamente inserita nella rete della ’ndrangheta calabrese.

Fonte: La Repubblica