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'Ndrangheta in Valle d'Aosta, la Cassazione annulla l'appello-bis del processo Geenna

AMDuemila

Nuovo giudizio per ristoratore Raso e per ex assessora comunicale Carcea

La Corte di Cassazione riapre il caso dell’inchiesta Operazione Geenna sulla presunta presenza della 'Ndrangheta in Valle d’Aosta. Nelle settanta pagine di motivazioni depositate dopo la decisione dello scorso dicembre, i giudici della Suprema Corte spiegano perché è stata annullata con rinvio la sentenza dell’appello-bis pronunciata a Torino. Secondo i magistrati, il quadro ricostruito nelle precedenti decisioni non avrebbe chiarito in modo sufficiente il legame tra la struttura mafiosa attiva in Valle d’Aosta dal 2014 e la storica organizzazione madre calabrese.
“La pronuncia impugnata, pur ponendosi nel solco tracciato dalla sentenza rescindente e seguendone pedissequamente il ragionamento e il mandato impartito, costruendo il sodalizio non come neoformazione — come aveva fatto la prima sentenza di appello - ma come propagazione avvenuta da anni di una locale già frutto di delocalizzazione, rispetto all'originaria organizzazione madre sita in territorio calabrese non ha precisato compiutamente gli elementi su cui fonda detta continuità, anche in considerazione del consistente iato temporale indicato”, scrive la Cassazione.
Si dovrà quindi celebrare un terzo processo d’appello per il ristoratore aostano Antonio Raso, condannato nell’appello-bis a otto anni di reclusione, e per l’ex consigliere comunale di Aosta Nicola Prettico insieme ad Alessandro Giachino, entrambi condannati a sei anni e otto mesi con l’accusa di associazione mafiosa. La Suprema Corte ha inoltre annullato con rinvio anche l’assoluzione di Monica Carcea, ex assessora comunale di Saint-Pierre, per la quale si terrà un nuovo processo.
Nelle motivazioni i giudici riconoscono che nel corso dei decenni in Valle d’Aosta siano emersi episodi criminali riconducibili ai metodi tipici della ’Ndrangheta. “La pronuncia, infatti, per i decenni passati segnala, con ragionamento completo e coerente, l'esistenza di gravi fatti delittuosi che già presentavano caratteri accostabili a quelli tipici dell'organizzazione 'ndranghetista”, si legge nel documento. Tuttavia, secondo la Corte, gli elementi raccolti non sarebbero sufficienti a dimostrare una continuità diretta con il gruppo contestato nell’inchiesta Geenna, attivo “quantomeno dal gennaio 2014”.
“Si tratta, tuttavia, di fonti istruttorie che non si pongono in piena continuità temporale rispetto alla data di commissione del reato per il quale si procede, contestato in Aosta a partire ‘quantomeno dal gennaio 2014’”, sottolineano ancora i giudici. Proprio questa lacuna motivazionale avrebbe reso necessario un nuovo giudizio d’appello per chiarire la reale continuità tra le vecchie infiltrazioni mafiose e la struttura criminale contestata nell’indagine.
Gli arresti dell’operazione, eseguiti dai carabinieri, risalgono al gennaio 2019. La Cassazione evidenzia come manchi “una completa motivazione rispetto alla continuità del modello mafioso della casa madre già dislocato in Aosta e zone limitrofe, con la locale operante dal 2014”. Per questo motivo, secondo la Suprema Corte, sarà necessario un nuovo processo di secondo grado per “sanare i vizi di motivazione”.
Anche la posizione di Monica Carcea dovrà essere rivalutata. A presentare ricorso contro la sua assoluzione per concorso esterno in associazione mafiosa era stata la procura generale. Nelle motivazioni, il collegio spiega che “si ritiene la verifica delle condotte poste in essere da Monica Carcea meriti la richiesta rivalutazione, risultando la motivazione intrinsecamente contraddittoria rispetto all'effettiva e significativa incidenza delle condotte assunte dall'imputata, nella veste di assessore, quale vantaggio materiale, tangibile assicurato dal presunto concorrente esterno al rafforzamento dell'associazione”.

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