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‘Ndrangheta, boss Antonio Raso: si valuta la misura alternativa per motivi di salute

Condannato per mafia nel Biellese, il presunto capo della “locale” di Santhià attende la decisione del Tribunale.

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Potrebbe presto lasciare il carcere il boss della ‘Ndrangheta Antonio Raso. Il Tribunale di Sorveglianza di Perugia è infatti chiamato a pronunciarsi sulla sua condizione detentiva. Raso, oggi ottantacinquenne, è stato condannato nel 2019 a 14 anni di reclusione nel processo per associazione mafiosa celebrato nel Biellese.

L'anziano boss non sarà presente all'udienza, è stato infatti trasferito d'urgenza in un ospedale di Napoli dopo essere stato prelevato dal carcere di Secondigliano, dove stava scontando la pena. A rappresentarlo davanti ai magistrati saranno i suoi difensori, gli avvocati Ugo Fogliano e Antonio Maio.

Alla base del ricovero vi sarebbe un aggravamento delle condizioni di salute. Proprio il suo quadro clinico è al centro della valutazione del Tribunale di Sorveglianza, chiamato a decidere sull'eventuale concessione di una misura alternativa alla detenzione.

Raso è ritenuto dalla magistratura il capo storico della “locale” di Santhià, articolazione della ‘Ndrangheta operante tra le province di Biella, Vercelli e Novara. La sua condanna è arrivata al termine dell'inchiesta “Alto Piemonte”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Torino e sviluppata anche grazie alle indagini della Squadra Mobile di Biella. L'operazione, scattata nel luglio 2016, portò all'arresto di 18 persone ritenute appartenenti all'organizzazione mafiosa.

Secondo gli investigatori, il centro decisionale della cosca non si trovava a Santhià, ma nella storica Cascina Mosè, tra Dorzano e Cavaglià, residenza della famiglia Raso. Se Antonio Raso veniva indicato come il vertice storico dell'organizzazione, nel tempo il ruolo operativo sarebbe poi stato assunto dai figli Diego ed Enrico Raso, entrambi condannati nel processo e ancora detenuti. Il terzo figlio, Giovanni, ha invece già terminato di scontare la propria pena.

Secondo la Direzione distrettuale antimafia, il gruppo criminale avrebbe gestito numerose attività illecite, tra cui estorsioni e tentate estorsioni ai danni di imprenditori e commercianti del Biellese e del Vercellese, sequestri di persona, traffico e spaccio di droga, detenzione illegale di armi e un tentato omicidio avvenuto nel 2014. Per gli investigatori, la cosca avrebbe imposto il proprio controllo sul territorio attraverso un clima di intimidazione fatto di incendi di auto e locali pubblici, danneggiamenti, aggressioni e minacce. Le vittime sarebbero state costrette a pagare denaro in cambio di una presunta “protezione”, secondo il tipico metodo mafioso.

Un ruolo determinante nell'inchiesta fu svolto anche dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, tra cui Cosimo Di Mauro, genero dello stesso Antonio Raso, e Domenico Agresta. Le loro testimonianze hanno permesso agli investigatori di ricostruire la struttura della 'Ndrangheta presente in Piemonte, comprese le procedure di affiliazione e i rapporti tra le “locali” attive sul territorio.

Fonte: NTW Press

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