Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo che non smise di combattere: il ricordo di Enza Rando
Quando Enza Rando ha appreso della morte di Denise Cosco ha rivissuto lo stesso smarrimento di diciassette anni prima. "Mi dissero che Lea non si trovava e io ero stordita, provavo una sensazione di smarrimento profondo, come adesso". Avvocata, già vicepresidente di Libera, senatrice e responsabile antimafia del Pd, Rando aveva conosciuto bene sia Lea Garofalo sia la figlia, scomparsa due giorni fa dopo essersi lanciata dalla finestra di casa. Fu don Luigi Ciotti a passare a Rando il numero di Lea. La donna, come riportato dal Fatto Quotidiano, si presentò nello studio dell’avvocata con un piccolo vassoio di dolci. "Chi va da un avvocato coi dolci? Quel dettaglio mi colpì". Lea aveva già denunciato l’ex convivente Carlo Cosco e la sua famiglia legata alla ’Ndrangheta. Il 28 aprile 2009, mentre si trovava ancora in un programma di protezione provvisorio che si trascinava da circa sette anni invece del consueto anno, Lea scrisse una lettera disperata all’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
"Signor Presidente della Repubblica, chi le scrive è una giovane madre, disperata allo stremo delle sue forze, psichiche e mentali. Siamo da circa 7 anni in un programma di protezione provvisorio. In casi normali la provvisorietà dura all’incirca 1 anno, in questo caso si è oltrepassato ogni tempo e, permettetemi, ogni limite, in quanto quotidianamente vengono violati i nostri diritti fondamentali sanciti dalle leggi europee. Il legale assegnatomi mi ha fatto figurare come collaboratrice, senza che mai, e dico mai, io abbia commesso alcun reato in vita mia. Sono una donna che si è sempre presa la responsabilità, e che da tempo ha deciso di rompere ogni tipo di legame con la propria famiglia e con il convivente, cercando di riniziare una vita all’insegna della legalità e della giustizia con mia figlia. Oggi mi ritrovo, assieme a mia figlia, isolata da tutto e da tutti, ho perso tutto, la mia famiglia, ho perso il mio lavoro (anche se precario), ho perso la casa, ho perso i miei innumerevoli amici, ho perso ogni aspettativa di futuro, ma questo lo avevo messo in conto, sapevo a cosa andavo incontro facendo una scelta simile. Oggi e dopo tutti i precedenti, mi chiedo ancora come ho potuto, anche solo pensare che in Italia possa realmente esistere qualcosa di simile alla giustizia, soprattutto dopo precedenti disastrosi come quelli vissuti in prima persona dai miei familiari. Eppure sarà che la storia si ripete che la genetica non cambia, ho ripetuto e sto ripetendo passo dopo passo quello che nella mia famiglia è già successo, e sa qual è la cosa peggiore? La cosa peggiore è che conosco già il destino che mi spetta, dopo essere stata colpita negli interessi materiali e affettivi arriverà la morte! Inaspettata, indegna e inesorabile. Ora con questa mia lettera vorrei presuntuosamente cambiare il corso della mia triste storia perché non voglio assolutamente che un giorno qualcuno possa sentirsi autorizzato a fare ciò che deve fare la legge e quindi sacrificare se pur per una giustissima causa la propria vita e quella dei propri cari per perseguire un’idea di giustizia che tale non è più nel momento in cui ce la si fa da soli e, con metodi spicci.
Vorrei Signor Presidente, che con questa mia richiesta di aiuto lei rispondesse alle decine, se non centinaia di persone che oggi si trovano nella mia stessa situazione. Ora non so, sinceramente, quanti di noi non abbiamo mai commesso alcun reato e, dopo aver denunciato diversi atti criminali, si sono ritrovati catalogati come collaboratori di giustizia e quindi di appartenenti a quella nota fascia di infami, così comunemente chiamati in Italia, piuttosto che testimoni di atti criminali, perché le posso assicurare, in quanto vissuto personalmente che esistono persone che nonostante essere in mezzo a situazioni del genere riescono a non farsi compromettere in nessun modo a ad avere saputo dare dignità e speranza oltre che giustizia alla loro esistenza. Lei oggi, signor presidente, può cambiare il corso della storia, se vuole può aiutare chi, non si sa bene perché, o come, riesce ancora a credere che anche in questo paese vivere giustamente si può nonostante tutto!"
La morte di Lea Garofalo
Quattro giorni prima dell’omicidio, nel novembre 2009, Rando vide Lea per l’ultima volta a Firenze, insieme a Denise. Le aveva sconsigliato di tornare a Milano per incontrare l’ex compagno, ma Lea andò comunque. Fu rapita e uccisa; il corpo venne dato alle fiamme. Denise, poco più che diciottenne, divenne testimone al processo contro il padre Carlo Cosco. Quando furono ritrovati i resti della madre, li riconobbe grazie a una collana. Fu lei a decidere di seppellire Lea a Milano e non in Calabria: “Ora possiamo fare il funerale. E dobbiamo farlo a Milano: mia madre è venuta qui per cercare la libertà anche per me, quindi deve riposare qui". Oggi Rando spera che Denise sia sepolta vicino alla mamma al cimitero Monumentale. Denise era "una guerriera coraggiosa. Sapeva pure ridere, aveva voglia di vivere. Ma anche una fragilità, una ferita interiore che si manifestava coi silenzi". La madre aveva raccomandato di farla studiare e lei era bravissima a scuola, finché a un certo punto smise di andarci perché "se continuo penso alla mamma".Il caso di Lea Garofalo ha trasformato il mondo dell’antimafia. Molte donne di mafia, dopo aver visto il film di Marco Tullio Giordana Lea, hanno compreso che da una certa condizione familiare si può uscire. Lea non è stata la prima vittima di mafia donna, ma ha offerto un esempio potentissimo: si può stare dalla parte giusta recidendo i legami familiari. Dalla sua storia è nata la legge “Liberi di scegliere”, voluta da Enza Rando e approvata in Parlamento, che offre supporto a donne e minori di famiglia mafiosa. È una norma pensata per chi non ha dichiarazioni da fare, ma per quelli che Rando definisce "testimoni culturali": si può spezzare il legame di sangue. Lea le aveva confidato prima di morire: "Di me si parlerà quando non ci sarò più". Rando spera che si parli anche della storia di Denise. Sui social l’avvocata ha scritto: "Dobbiamo prenderci cura di chi è sopravvissuto, non lasciare che le ferite provocate dalla mafia diventino destino". Con la legge “Liberi di scegliere” un passo avanti è stato compiuto, ma sui collaboratori e sui testimoni lo Stato deve fare ancora molto di più: non vanno lasciati soli, anche dopo. Denise aveva un compagno e un figlio ed era riuscita ad andare oltre; con lei il sistema di protezione aveva funzionato. Rando non si aspettava quel gesto: pensava che avrebbe chiesto aiuto, anche se spesso non raccontava le cose brutte. È sicura che la magistratura farà il suo lavoro, perché c’è un bambino. Un giorno crescerà e dovrà sapere la verità sulla morte di sua madre.
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