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De Stefano, Tegano, Condello e Morabito: 'Ndrangheta tra droga, armi da guerra e servizi segreti

Dal narcotraffico ai bazooka: la macchina da guerra del clan Morabito

Luca Grossi
antimafiaduemila

La ‘Ndrangheta è unitaria, federata: la sinergia tra le varie cosche storiche emerge con forza nell’ordinanza di custodia cautelare di oltre novemila pagine firmata dal Gip Andrea Iacovelli il 29 maggio 2026. L’inchiesta della procura di Reggio Calabria ha delineato il perimetro di una struttura criminale capace di operare su scala nazionale e internazionale. Tra le principali articolazioni emergono i gruppi De Stefano, Tegano, Condello e Molinetti ad Archi, affiancati da cosche satellite e federate come Libri, Logiudice, Barreca, Rugolino, Ficara-Latella, Zito-Bertuca, Buda-Imerti e Morelli. Il controllo egemonico si estendeva a territori della provincia (Villa San Giovanni, Fiumara, Scilla, Melito di Porto Salvo, San Luca) con proiezioni verso la piana di Gioia Tauro, Rosarno e altre aree del Paese. Su 101 indagati complessivi, il GIP ha disposto la custodia cautelare in carcere per 46 persone, tra cui Domenico e Giovanni "Ivan" Morabito, Fabio e Santo Morelli. Per 40 indagati la richiesta di misura è stata rigettata, mentre per quattro (tra cui Romano Amato e Cosimo Morello) è stato disposto l'interrogatorio preventivo. Un soggetto risulta irreperibile. Il sodalizio traeva la maggior parte dei profitti dal narcotraffico organizzato, con importazione e spaccio sistematico di cocaina, marijuana ed eroina. La "batteria" dei Morabito, presumibilmente guidata da Giovanni "Ivan" Morabito (promotore e direttore, secondo i pm, del gruppo anche dal carcere grazie a telefoni introdotti illecitamente), avrebbe gestito partite consistenti di droga interfacciandosi con fornitori della zona ionica e della piana di Gioia Tauro. Domenico Morabito si sarebbe occupato della contabilità, del recupero crediti e della logistica dei turni di spaccio. Le piazze principali erano localizzate ad Arghillà (sotto l'egemonia dei Morelli) e nel quartiere Vito. Fabio Morelli (detto "Ciccio"), Santo Morelli (detto "Santino" o "Rocco") e Andrea Morelli, secondo gli investigatori, figurano tra gli organizzatori del traffico nel quartiere Arghillà, dove la cosca disponeva di un arsenale imponente: 80 armi da fuoco, esplosivi e lanciarazzi anticarro Bazooka. Carmelo Consolato Murina emergerebbe come figura di alto profilo, promotore, finanziatore e coordinatore di diverse batterie, con il ruolo di garante degli equilibri tra i gruppi. Le intercettazioni e i pedinamenti documentano la cessione di cocaina e le trattative per la compravendita di ingenti partite di marijuana, coinvolgendo anche la famiglia Morabito e i Badoni. I dialoghi rivelano le dinamiche interne del gruppo, incluse le dispute sui prezzi di vendita, i margini di guadagno e la gestione dei proventi destinati al sostentamento dei detenuti. Oltre al commercio di droga, i testi riportano pianificazioni di furti in abitazione attraverso la duplicazione illecita di chiavi fornite da contatti compiacenti. Il quadro investigativo delinea un sistema gerarchico in cui il boss Murina avrebbe agito come supervisore e decisore finale sulle transazioni economiche più rilevanti. La sorveglianza tecnica permette infine di ricostruire riunioni riservate tra affiliati, evidenziando il costante tentativo di eludere i controlli delle forze dell'ordine.


"Tu lavori con i Servizi Segreti": le ombre e i sospetti tra i ranghi del clan Murina

Non solo panetti di cocaina e chili di marijuana movimentati tra le basi operative di via Esperia e le officine della città. Nelle pieghe dell'inchiesta che sta smantellando il sindacato del narcotraffico guidato, sempre secondo i pm, da Carmelo Consolato Murina, emergerebbe un sottobosco di sospetti incrociati e accuse reciproche di "infedeltà”. Il cuore di questo scenario paradossale è racchiuso in un'intercettazione ambientale del 30 giugno 2023, captata attraverso un trojan inserito nel cellulare di Mario Bevilacqua, considerato uno dei perni della distribuzione dello stupefacente. Mentre discutono di affari e spostamenti, Antonio Amaddeo, altro presunto esponente di rilievo del gruppo, innesca uno scambio di battute al vetriolo con Bevilacqua. Amaddeo, con un tono che oscilla tra il provocatorio e l'ironico, accusa il complice di essere troppo vicino alle forze dell'ordine: "Io lavoro con i Carabinieri, tu lavori con la DIA, con i Servizi Segreti, con la Questura... Con la Finanza che tutte le sere vai e ti siedi dalla Finanza che ti ho visto che entri con la macchina fino a dentro". Bevilacqua non smentisce con sdegno, ma sembra quasi stare al gioco delle parti, in un contesto dove il sospetto di "infamità" è un'arma utilizzata per testare la tenuta psicologica dei sodali o per marcare il territorio in un momento di forte pressione investigativa. Queste accuse di collaborare con gli apparati di sicurezza dello Stato si innestano in un clima già teso. Dalle carte emerge infatti il profondo malcontento di Bevilacqua verso la gestione del boss Murina. In altre conversazioni, il "soldato" del clan si lamentava dei ricarichi eccessivi sui prezzi della marijuana imposti dal boss e dal cognato di quest'ultimo, Giuseppe Agostino, e della pretesa di inviare denaro per il mantenimento dei detenuti in carcere, come nel caso di Fabio Cilione.
"A me a cinque euro al grammo mi restano sette-otto cento euro... mi vieni e mi dici di mandargli cinquecento euro, ma non mi scassate i coglioni", sbottava Bevilacqua parlando con Sebastiano Galimi. Nonostante i sospetti di contiguità con i "Servizi", il gruppo continuava a operare incessantemente. Le indagini hanno documentato cessioni di cocaina presso la “Sally Motors” di Salvatore Gioè e trattative per partite di marijuana da 5.000 euro con la famiglia Badoni. Proprio mentre si scambiavano accuse di essere "uomini dello Stato", i protagonisti dell'inchiesta pianificavano sopralluoghi notturni e persino furti in appartamento mediante la duplicazione di chiavi lasciate incustodite dai clienti delle autorimesse.


Dal piombo della guerra di mafia ai panetti di cocaina: la "forza militare" del gruppo Morabito

Non è solo una questione di dosi, turni di spaccio e contabilità rigorosa. Secondo i magistrati dietro l’ascesa del gruppo guidato da Domenico Morabito e dai suoi figli, emerge il profilo di una vera e propria "struttura armata”. Morabito, già condannato in passato per associazione mafiosa nell'ambito della "Cosca Franco", è descritto come parte integrante di una struttura che non si limitava al controllo del territorio, ma che sprigionava una violenta forza intimidatrice. Secondo gli atti, l’organizzazione era stata in grado di acquisire la disponibilità di armi comuni e persino armi da guerra, spesso importate dall'estero. Questa potenza di fuoco non era solo simbolica: serviva a garantire la sopravvivenza del clan nello scontro con lo schieramento imertiano (guidato appunto da Antonio Imerti), trasformando il sodalizio in una "forza militare" impegnata in numerosi fatti di sangue. Sebbene le indagini più recenti si concentrino sulla gestione dei carichi di cocaina liquida e marijuana, le intercettazioni ambientali svelano un clima di costante "fibrillazione" interna. Il passaggio di testimone tra Domenico e il figlio Giovanni, detto “Ivan”, e la successiva intenzione di quest'ultimo di lasciare la direzione al fratello Riccardo, hanno scosso gli equilibri del gruppo. Dalle conversazioni captate, emerge come Domenico Morabito rivendicasse un potere intransigente, gestendo con estremo rigore le cessioni e vietando tassativamente i crediti ai clienti. Questo "metodo militare" si rifletteva anche nella gestione dei debitori: nelle riunioni del sodalizio si discuteva apertamente della necessità di procedere al saldo dei crediti, arrivando a ipotizzare la sottrazione forzata di beni come metodo di riscossione.
Le intercettazioni mostrano come Domenico Morabito sarebbe stato impegnato quotidianamente non solo nella supervisione dello spaccio, ma anche nel controllo capillare dei "turnisti". Una gestione che trasformava ogni attività lecita o illecita in un ingranaggio di una macchina da guerra criminale mai del tutto smantellata.

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