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Cassazione: confermate le condanne per i sodali della 'Ndrangheta in Trentino

Luca Grossi

La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi di sette imputati e rigettato l’ottavo

Respinte le difese di imprenditori e sodali accusati di far parte di un’associazione mafiosa calabrese trapiantata in provincia di Trento, attiva soprattutto nelle cave di porfido.
La Corte Suprema di Cassazione ha confermato definitivamente le condanne per gli imputati coinvolti nell’inchiesta sulla ‘Ndrangheta in Val di Cembra. Con sentenza depositata il 3 febbraio 2026, la Seconda Sezione Penale ha dichiarato inammissibili i ricorsi di Demetrio Costantino, Domenico Ambrogio, Giuseppe Battaglia, Giovanna Casagranda, Pietro Battaglia, Mario Giuseppe Nania e Antonino Quattrone, condannandoli alle spese processuali e al pagamento di 3.000 euro ciascuno in favore della Cassa delle ammende. Ha invece rigettato il ricorso di Federico Cipolloni, confermando anche per lui la condanna d’appello.
La decisione della Cassazione, presieduta da Andrea Pellegrino e con relatrice Lucia Aielli, chiude un capitolo giudiziario importante sulla presenza strutturata della criminalità organizzata calabrese in Trentino. La Corte d’Assise d’Appello di Trento, con sentenza del 24 febbraio 2025, aveva riconosciuto l’esistenza di una “locale” di ‘Ndrangheta facente capo a Innocenzio Macheda, collegata ai clan del reggino (in particolare di Cardeto) e saldamente inserita nell’economia locale.

Secondo i giudici di merito, citati e condivisi dalla Cassazione, il gruppo costituiva "un gruppo associato de-localizzato dei clan calabresi", mantenendo solidi legami con la madrepatria e operando soprattutto nel settore estrattivo del porfido. Giuseppe Battaglia e Mario Giuseppe Nania (quest’ultimo indicato come prestanome) figuravano tra i principali operatori del settore. I fratelli Battaglia avevano inoltre ricoperto cariche negli enti locali e negli usi civici, con rapporti che arrivavano fino alla locale stazione dei Carabinieri di Albiano.
La sentenza d’appello, motivata in modo esteso, aveva valorizzato intercettazioni, informative del ROS e episodi concreti per dimostrare il metodo mafioso. Tra questi, il pestaggio del lavoratore cinese Hu Xupai, rivendicazioni salariali finite con violenza, e il coinvolgimento di vari sodali tra cui Mustafà Arafat e Bardul Durmishu. Altri fatti contestati riguardavano il “regolamento di conti” per atti vandalici ai danni di imprese del porfido, metodi di gestione schiavistica del personale (stipendi irrisori e ritardati), estorsioni ai lavoratori e uso di società di comodo per eludere controlli.
Gli imputati avevano parlato apertamente, nelle conversazioni intercettate, dell’esistenza della “locale” a Trento e del sostegno ricevuto dai clan calabresi. Nania aveva ricordato investimenti realizzati "con l’aiuto della struttura", mentre Macheda rimpiangeva i vecchi metodi estorsivi. Le operazioni di infiltrazione erano iniziate con il finanziamento delle imprese di Giuseppe Battaglia nel porfido, per poi estendersi ad altre attività (cave, negozio di pasta fresca, segheria, stazione di servizio), con l’indicazione di non far trasparire troppo l’origine calabrese delle gestioni.

Hanno partecipato al giudizio come parti civili la Provincia Autonoma di Trento (per la quale la Cassazione ha rigettato la richiesta di spese) e l’associazione “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie APS”, alla quale gli imputati sono stati condannati in solido al pagamento di 3.686 euro per spese di difesa.
La pronuncia della Suprema Corte conferma quindi in via definitiva l’esistenza e l’operatività di una cellula ‘ndranghetista in una zona economicamente strategica del Trentino, con ramificazioni nel tessuto imprenditoriale, politico e sociale locale. Un precedente che rafforza il quadro di progressiva espansione della ‘Ndrangheta al Nord, anche in settori tradizionali come l’estrazione del porfido.

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