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Riforma sulla Corte dei conti, nuova bocciatura: la Consulta chiamata in causa per la terza volta

AMDuemila

La riforma voluta dal governo per ridimensionare i poteri della Corte dei conti continua a incassare rilievi di legittimità costituzionale. La Seconda sezione centrale d’appello della magistratura contabile ha trasmesso per la seconda volta gli atti alla Corte costituzionale, con un’ordinanza depositata il 12 maggio. Lo riporta il ‘Fatto Quotidiano’.
Si tratta ormai del terzo intervento del genere in pochi mesi su quella che viene definita “legge Foti”, dal nome del ministro degli Affari Ue che ne è stato il primo firmatario. Dopo l’ordinanza della stessa Seconda sezione centrale d’appello di aprile e quella della sezione giurisdizionale della Puglia di febbraio, i giudici contabili tornano a contestare soprattutto una delle disposizioni più controverse: il tetto al risarcimento del danno erariale per colpa grave, limitato al 30% dell’importo o, se inferiore, a due annualità di stipendio.

Il caso specifico da cui nasce l’ultima ordinanza riguarda un medico dell’ospedale di Reggio Calabria. In primo grado il professionista è stato condannato a versare 957mila euro per danno erariale a seguito di un grave errore commesso durante un parto nel 2007 presso l’Ospedale di Reggio Calabria, che ha provocato lesioni permanenti a una neonata. L’azienda sanitaria ha già risarcito la famiglia con 2,4 milioni di euro e ora pretende dal medico la quota di responsabilità a suo carico. Grazie alla norma introdotta dalla riforma, che ha efficacia retroattiva e si applica anche ai giudizi pendenti, l’importo da corrispondere verrebbe drasticamente ridotto.
I magistrati contabili hanno però deciso di sospendere il procedimento e rimettere la questione alla Consulta, evidenziando diversi profili di incostituzionalità. Secondo l’ordinanza, porre “a carico della collettività la maggior parte del rischio derivante dall’esercizio di attività di rilievo pubblicistico (2/3 del danno accertato) e socializzando la perdita economica subita dall’amministrazione danneggiata appare irragionevole”. Per i giudici, una simile limitazione del risarcimento risulterebbe irrazionale perché disincentiverebbe la diligenza dei pubblici funzionari e finirebbe per premiare condotte gravemente negligenti, ledendo gli interessi pubblici legati al buon andamento della Pubblica Amministrazione e al corretto uso delle risorse erariali.

Un ulteriore elemento di criticità individuato dai magistrati riguarda proprio la retroattività della disposizione. Essa appare in contrasto con l’obiettivo dichiarato della riforma di eliminare “la paura della firma”, poiché non si comprende come ridurre il danno risarcibile nei procedimenti già in corso – dove le scelte contestate sono state adottate in passato – possa “non trova alcuna ragionevole giustificazione”. Inoltre, sottolineano i giudici, neppure in prospettiva futura la norma eliminerebbe del tutto tale timore, dal momento che le amministrazioni conservano sempre la possibilità di agire in sede civile nei confronti dei propri dipendenti.

Fonte: il Fatto Quotidiano

Foto © Imagoeconomica 

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