Processo abbreviato Hydra: gup certifica alleanza tra ‘Ndrangheta, Cosa nostra e Camorra
Dall’inchiesta Hydra condotta dalla Dda di Milano e dai carabinieri del Nucleo investigativo “è emersa la formazione di un sodalizio unitario, stabile e trasversale, nel quale convergono soggetti di diversa matrice mafiosa e partecipi privi di storici collegamenti con tali organizzazioni. La convergenza di interessi tra i sodali e l'apporto, da parte di taluni, del proprio retaggio mafioso non costituiscono dati alternativi, ma elementi che si integrano reciprocamente e danno luogo a tale forma associativa, capace di sommare la forza derivante dalle mafie tradizionali con quella prodotta da una struttura flessibile, trasversale e orientata alla massimizzazione dei profitti". Così il gup di Milano Emanuele Mancini nelle motivazioni della sentenza in abbreviato con cui sono stati condannati 62 imputati, assolti 18, rinviati a giudizio 45, prosciolti 11 e accolti 9 patteggiamenti. Il gruppo, secondo la sentenza, operava con incontri programmati con anticipo e periodici, finalizzati a garantire la presenza dei sodali e a pianificare l’attività operativa, valutando quali società utilizzare, quali e quanti capitali investire, come distribuire le quote di partecipazioni ovvero come distribuire i proventi. La convergenza di interessi e il contributo del retaggio mafioso di alcuni partecipanti non rappresentano elementi alternativi, bensì componenti che si fondono reciprocamente, dando vita a una forma associativa in grado di combinare la potenza delle mafie tradizionali con la flessibilità di una struttura orientata esclusivamente alla massimizzazione dei profitti.
Il magistrato ha sottolineato come le dinamiche di assoggettamento e omertà imposte sul territorio tra Milano e Varese abbiano avuto una duplice origine: "Da un lato, quella derivante dai rapporti che alcuni partecipi mantengono con consorterie mafiose storiche; dall'altro, quella autonoma, sviluppata dal sodalizio in esame attraverso la convergenza operativa, la condivisione degli interessi e la capacita' di esprimere sul territorio una propria forza intimidatrice" attraverso la collaborazione operativa e la condivisione degli obiettivi comuni. Questa “mafia a tre teste”, frutto dell’alleanza tra Cosa nostra, Camorra e ‘Ndrangheta, presentava una struttura simile a quella di una vera e propria spa, dotata di un proprio consiglio di amministrazione. Il giudice ha parlato esplicitamente di sistema mafioso lombardo, evidenziando come il sodalizio gestisse le proprie attività attraverso la condivisione di “uffici, beni, società, cassa comune, affari economici leciti ed illeciti, contatti nel mondo della politica locale e nazionale nonché nelle amministrazioni pubbliche e nel settore imprenditoriale”.
“Emerge con chiarezza come l’attenzione del sodalizio si sia concentrata anche sul mercato delle importazioni di dispositivi di protezione individuale, segnatamente mascherine e guanti monouso, nonché sui servizi di sanificazione e sul trasporto sanitario, ambiti che, per effetto dell’emergenza epidemiologica, risultavano caratterizzati da una domanda elevatissima e da margini di guadagno eccezionali”. Secondo le motivazioni, la crescita e il consolidamento dell’organizzazione non si basavano solo sulle risorse disponibili, ma soprattutto sulla costruzione di un esteso capitale relazionale in grado di condizionare istituzioni, amministrazioni ed economia.
Questo network ha permesso al gruppo di interferire con le scelte degli amministratori locali e, in alcuni casi, con il voto alle elezioni in vari Comuni lombardi, dimostrando un forte radicamento sul territorio. Il sodalizio ha riunito componenti criminali individuali e collettive, alcune già dotate di carattere mafioso pregresso, adottando una regola di condivisione degli interessi economici in un’ottica collaborativa e rafforzativa, evitando conflitti interni. Anche nei momenti di tensione, il gruppo ha ricercato sintesi per garantire profitti a tutti, riassumibile nelle parole degli imputati “trovare una quadra per guadagnare tutti” e “qua siamo persone che stiamo a guardare il soldo e gli affari, stop!”.Il giudice ha inoltre rilevato un’elevata capacità di penetrazione in ambiti imprenditoriali, istituzionali e para-istituzionali, con rapporti di connivenza e collaborazione che hanno coinvolto settori imprenditoriali, appartenenti alla pubblica amministrazione, forze di polizia, funzionari dell’amministrazione finanziaria e personale sanitario di strutture pubbliche e private.Tra gli elementi emersi, risultano particolarmente rilevanti le conversazioni che documentano i rapporti tra Gioacchino Amico, esponente del clan Senese poi diventato collaboratore di giustizia, e Raimondo Orlando con Carmela Bucalo e Paola Frassinetti, entrambe deputate del gruppo parlamentare di Fratelli d’Italia, e le loro collaboratrici. Lo stesso Amico, che intendeva candidarsi a sindaco di Busto Garolfo, si vantava di conoscere il senatore di Fdi Mario Mantovani.
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