Prescrizione, l'eterna riforma
Dalla ex Cirielli alla Cartabia: vent’anni di modifiche tra polemiche, processi infiniti e nuovi problemi

La questione sembra essere sempre la stessa: come evitare che un imputato sfugga alla sentenza senza però creare processi eterni. Stiamo parlando della prescrizione: il meccanismo che, dopo un determinato periodo di tempo, estingue un reato se non si arriva a una sentenza definitiva.
Negli anni, in particolare dal 2005 in avanti, il Parlamento ha provato più volte a trovare una soluzione definitiva. Questo perché la prescrizione, in Italia, sembra essere diventata uno dei terreni più instabili della giustizia penale. A ogni governo è seguita una modifica che ha provato a cambiare il sistema cercando di risolvere un problema diverso: evitare che i processi finissero nel nulla, ridurre i tempi della giustizia, garantire i diritti degli imputati, ma anche impedire che i reati più gravi si estinguessero prima della sentenza definitiva. Insomma, una sfida non esattamente semplice.
Sarà forse per questo che il risultato è stato una lunga catena di riforme che non solo non hanno risolto il problema, ma in alcuni casi ne hanno persino creati altri, trasformando il funzionamento della prescrizione in un sistema talmente complesso da sconfinare nei dubbi interpretativi e, come sempre più spesso accade in Italia, negli scontri continui tra politica, magistratura e avvocatura.
Ora il Parlamento sta provando nuovamente a cambiare rotta. In Senato è infatti arrivato un nuovo disegno di legge, già approvato dalla Camera, che punta ad abolire l’improcedibilità introdotta dalla riforma Cartabia e a riportare il sistema verso un modello più vicino a quello tradizionale.
Ma per capire la portata della nuova proposta bisogna ricostruire il lungo percorso di riforme che ha trasformato la prescrizione in una sorta di ricerca quasi mitologica della soluzione migliore.
Dalla ex Cirielli alla riforma Orlando
Fino al 2005 il funzionamento della prescrizione era legato alla gravità del reato: più grave era il delitto, più tempo aveva lo Stato per arrivare a una sentenza definitiva. Nel calcolo venivano considerate anche aggravanti e attenuanti. Ma con la legge ex Cirielli del 2005 il sistema cambia profondamente. I tempi della prescrizione vengono collegati soprattutto alla pena massima prevista per il singolo reato e, in molti casi, si riducono. Per diversi processi diventa quindi più facile arrivare alla prescrizione prima della sentenza definitiva.
Il problema è che negli anni successivi cresce la polemica sui processi che si estinguono durante appello e Cassazione, soprattutto nei procedimenti più complessi.
Per questo motivo nel 2017 arriva la riforma Orlando. La legge introduce una sorta di “pausa” della prescrizione dopo le condanne: il tempo si ferma fino a 18 mesi dopo il primo grado e per altri 18 mesi dopo l’appello. Inoltre vengono allungati i termini per alcuni reati particolarmente gravi, come mafia, terrorismo, violenza sessuale e delitti ambientali.
L’obiettivo dichiarato era quello di evitare che i processi più delicati finissero prescritti proprio nelle fasi finali del giudizio. Ma il cambiamento più radicale arriverà soltanto due anni dopo.
Questo perché, se con la legge ex Cirielli del 2005 molti processi iniziano a prescriversi più facilmente, con la Orlando del 2017 il problema della prescrizione durante appello e Cassazione continua a restare centrale.
Per questo motivo si arriva al 2019 con la legge Spazzacorrotti, una delle riforme più discusse degli ultimi anni. Da quel momento, infatti, dopo la sentenza di primo grado la prescrizione si blocca definitivamente, anche in caso di assoluzione.
Con la Spazzacorrotti un processo poteva andare avanti per molti anni in appello e Cassazione; un imputato poteva restare sotto processo praticamente senza limiti temporali reali; e bisognava anche fare i conti con il rischio di ritrovarsi con processi eterni, soprattutto nei tribunali più lenti.
In sostanza, prima il rischio era che i processi morissero troppo presto; con la Spazzacorrotti, invece, il rischio diventava quello opposto: processi che non finivano più.
Ed è proprio per cercare di correggere questo squilibrio che nel 2021 arriva la riforma Cartabia con il meccanismo dell’improcedibilità. In questo caso il reato non si prescrive, ma il processo deve comunque fermarsi se supera determinati limiti di durata: due anni in appello e un anno in Cassazione. Per i procedimenti più complessi, però, sono previste proroghe.
Anche questo sistema, tuttavia, porta con sé nuovi problemi, sia pratici che interpretativi. Con la riforma Cartabia può infatti accadere che un processo celebrato rapidamente in primo grado si blocchi in appello per pochi mesi di ritardo. Oppure che procedimenti relativi a reati ancora non prescritti vengano comunque fermati.
Ed è proprio per superare le criticità emerse con l’improcedibilità introdotta dalla Cartabia che oggi si torna a parlare di una sospensione temporanea della prescrizione.
La nuova proposta in Senato
Ora, dopo una condanna, il tempo della prescrizione si fermerebbe soltanto per un periodo limitato: fino a due anni dopo la sentenza di primo grado e fino a un anno dopo la decisione in appello. Se invece l’imputato viene assolto o la condanna viene annullata, quel periodo torna a essere conteggiato nel calcolo della prescrizione.
Secondo i sostenitori della riforma, questo sistema permetterebbe di evitare alcuni problemi emersi con l’improcedibilità della Cartabia, riportando la prescrizione entro un meccanismo considerato più semplice e lineare.
Restano però ancora diversi dubbi. Uno dei principali riguarda il continuo susseguirsi di riforme negli ultimi anni, che ha reso il quadro normativo molto complesso. Oggi, infatti, la legge da applicare può cambiare in base alla data in cui è stato commesso il reato e alla normativa ritenuta più favorevole per l’imputato.
Nel frattempo la prescrizione continua a rappresentare uno dei problemi principali, anche se non l’unico, della giustizia italiana: da una parte la necessità di evitare che i reati restino impuniti, dall’altra il rischio di processi troppo lunghi. Il pericolo, però, è che si continui a cambiare il cronometro senza riuscire davvero a cambiare il tempo della giustizia.
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