L’ex magistrata Silvana Saguto lascia Rebibbia: concessa la detenzione domiciliare
Età e problemi di salute hanno pesato sulla decisione. Anche il marito aveva lasciato il carcere per motivi analoghi
L’ex presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo Silvana Saguto lascia il carcere di Rebibbia e passa, almeno provvisoriamente, alla detenzione domiciliare. A consentire il ritorno a casa dell’ex magistrata è stato l’intervento della Cassazione. Il suo legale, l’avvocato Ninni Reina, si era rivolto alla Suprema Corte dopo che il Tribunale di Sorveglianza di Roma aveva respinto la richiesta di detenzione domiciliare. La Cassazione ha però annullato con rinvio il provvedimento, disponendo un nuovo esame della richiesta.
La nuova udienza - ha fatto sapere PalermoToday - dovrebbe tenersi davanti al Tribunale di Sorveglianza di Palermo. Nell’attesa Saguto, che ha superato i 70 anni, lascerà Rebibbia e resterà nella propria abitazione. Alla base del provvedimento ci sono l’età dell’ex giudice e le sue condizioni di salute, ritenute incompatibili con la permanenza in carcere.
Radiata dalla magistratura, Saguto era stata condannata nel 2023 a 7 anni e 10 mesi di reclusione nell’ambito del processo sulla gestione dei beni confiscati alla mafia che aveva coinvolto complessivamente 12 imputati. Secondo la ricostruzione della Procura e dei giudici di Caltanissetta, attorno alla gestione dei patrimoni sottoposti a misure di prevenzione sarebbe stato creato un sistema clientelare.
La vicenda giudiziaria ha coinvolto anche il marito di Saguto, Lorenzo Caramma, condannato insieme all’ex magistrata. Nel febbraio scorso anche Caramma, ultrasettantenne, aveva ottenuto la possibilità di lasciare il carcere per motivi legati all’età e alle condizioni di salute. Il Tribunale di Sorveglianza di Palermo aveva accolto il ricorso presentato dai suoi difensori, gli avvocati Ninni Reina, Sarah Bartolozzi e Antonio Sottosanti. Caramma aveva così lasciato il carcere Pagliarelli di Palermo, dove era detenuto, per proseguire nella propria abitazione l’esecuzione della pena residua.
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