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| Giustizia

Legge bavaglio, arriva la prima censura: il CSM sanziona l’ex procuratore Pinto

“Si rischia di zittire i magistrati”: nelle chat tra toghe esplode la protesta. I timori di Gratteri iniziano a prendere forma

Giuseppe Cirillo

Con la decisione del Consiglio Superiore della Magistratura di censurare l’ex procuratore aggiunto di Genova Francesco Pinto, il rischio è anche quello di oltrepassare il “semplice” procedimento disciplinare. Per molti magistrati, infatti, questo rappresenta il primo vero banco di prova della cosiddetta “legge bavaglio”, la normativa legata alla riforma Cartabia sulla presunzione d’innocenza che, secondo molti, starebbe progressivamente limitando la libertà di espressione delle toghe. 

Tutto è nato da un’intervista rilasciata da Pinto al Fatto Quotidiano nell’agosto del 2024, quando il magistrato ha criticato una proposta avanzata dal deputato Enrico Costa, favorevole a limitare le misure cautelari nei confronti degli incensurati. Per spiegare le possibili conseguenze di quella linea politica, Pinto ha fatto riferimento a un imprenditore coinvolto in una gigantesca bancarotta fraudolenta da oltre 300 milioni di euro, descrivendolo come una persona che aveva “ridotto sul lastrico un intero gruppo e rovinato decine di commercianti”. Parole, quelle di Pinto, che per il CSM avrebbero violato il principio della presunzione d’innocenza. 

Eppure, secondo la difesa del magistrato e secondo numerosi togati che in queste ore stanno manifestando solidarietà a Pinto, quelle affermazioni non rappresentavano né una rivelazione impropria né una deformazione dei fatti. Il caso era già ampiamente noto dal punto di vista pubblico. L’imprenditore era già stato indicato dalla stampa nazionale e, soprattutto, aveva già chiesto un patteggiamento che sarebbe stato accolto poco dopo. Nonostante questo, il CSM ha deciso di procedere con una sanzione disciplinare significativa: la censura. Una decisione che avrebbe sorpreso persino la pubblica accusa disciplinare, dal momento che il procuratore generale della Cassazione Luigi Giordano aveva chiesto il proscioglimento del magistrato, ritenendo il fatto di lieve entità.


Puntare al garantismo e sfociare nel rischio censura

Negli ultimi anni il tema della presunzione d’innocenza è diventato terreno di scontro tra politica e magistratura. Da una parte c’è chi sostiene la necessità di evitare processi mediatici anticipati e di limitare le dichiarazioni pubbliche delle procure. Dall’altra c’è chi teme che, dietro il linguaggio garantista, si nasconda un progressivo tentativo di silenziare i magistrati, soprattutto quando vengono affrontati casi di forte impatto pubblico e che, per questo motivo, possono riguardare personaggi di particolare rilievo.

Non è di certo un mistero che tra i principali critici della cosiddetta “legge bavaglio” ci sia anche l’attuale procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, che più volte ha mosso critiche pesanti nei confronti di questa riforma. Gratteri non ha mai nascosto i timori che questa normativa possa incentivare il passaggio da un eccesso mediatico a un eccesso opposto: quello del silenzio. Secondo il procuratore, la comunicazione dei magistrati non serve a fare propaganda personale, ma a spiegare ai cittadini come, anche nei casi più complessi legati alle organizzazioni criminali, le mafie riescano a infiltrarsi nell’economia e nella politica e come vengano riciclati enormi flussi di denaro. Senza considerare il rischio di limitare il diritto dei cittadini a restare informati.

E il caso Pinto sembra rappresentare tutto questo al meglio. Quello dell’ex procuratore aggiunto di Genova potrebbe infatti rientrare pienamente tra quei casi che rischiano di creare un precedente pericoloso: se un pm può essere sanzionato per una dichiarazione interpretata come lesiva della presunzione d’innocenza, altri magistrati potrebbero scegliere di smettere di parlare del tutto.

Non è nemmeno un caso se all’interno delle chat interne delle toghe siano circolati messaggi durissimi contro il procedimento disciplinare. Messaggi - ha spiegato “Il Fatto Quotidiano” - con cui alcuni magistrati hanno definito tutta questa vicenda “una vergogna”.

L’allarme lanciato in passato da Gratteri rischia dunque di concretizzarsi ulteriormente. La vicenda del magistrato Francesco Pinto rischia infatti di superare di parecchio la singola sanzione disciplinare e di aprire uno scontro politico e istituzionale sul ruolo della magistratura nello spazio pubblico. Una magistratura che, vale la pena ricordarlo, ha subito un colpo durissimo in termini reputazionali anche a causa di una certa narrazione, non sempre aderente alla realtà, portata avanti spesso proprio dalla compagine politica.

Al di là di tutto, rimane comunque l’aspetto più delicato: se un magistrato può essere punito per aver espresso una valutazione su fatti già consolidati e discussi apertamente sui giornali, in molti potrebbero iniziare a chiedersi quale sarà il prossimo limite.  

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