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Csm imbavaglia ancora i pm: continua l’eccidio della cronaca giudiziaria

AMDuemila

Le norme introdotte dai governi Draghi e Meloni, su impulso di Enrico Costa (Forza Italia) hanno progressivamente limitato la capacità delle procure di comunicare con l’esterno. A questo quadro si aggiunge ora l’intervento del Consiglio superiore della magistratura, che con le nuove linee guida rafforza ulteriormente i vincoli, certificando di fatto un forte limitazione della cronaca giudiziaria e del diritto dei cittadini a essere informati, tutelato dall’articolo 21 della Costituzione.

La notizia è stata riportata dal Fatto Quotidiano: il meccanismo più significativo introdotto dal Csm è l’obbligo di “rettifica postuma”. Le procure, già poco propense a diffondere comunicati stampa, dovranno ora emettere aggiornamenti o precisazioni ogni volta che uno sviluppo giudiziario successivo smentisca o modifichi in modo rilevante le informazioni inizialmente fornite. Questo passaggio, unito al divieto di interviste e di canali informativi riservati, rischia di scoraggiare ulteriormente qualsiasi forma di comunicazione attiva.

I dati degli ultimi dodici mesi confermano un calo generalizzato. A Milano il procuratore Marcello Viola ha mantenuto una cadenza regolare, con circa un comunicato a settimana su indagini riguardanti reati fiscali, droga e altri settori. Nel resto delle procure italiane, invece, la media si attesta tra i 4 e i 6 comunicati l’anno, ossia uno ogni due mesi circa, quasi sempre su casi di enorme risonanza internazionale e con formulazioni molto generiche.

A Roma, dalla segreteria del procuratore Lo Voi sono usciti esattamente 6 comunicati in un anno. Tre tra il 19 e il 23 giugno 2025 hanno riguardato l’omicidio di Villa Pamphilj (una donna russa e la figlia di un anno uccise da un sedicente regista americano), le operazioni in Colombia per l’assassinio del biologo Alessandro Coatti e una maxi-rapina eseguita da tre poliziotti. Un ulteriore comunicato su Coatti è arrivato il 19 agosto 2025, mentre tra il 5 e il 17 marzo 2026 sono stati diffusi aggiornamenti sulla chiusura delle indagini per l’attentato alla Sinagoga del 1982 e sul caso Paragon, quest’ultimo concordato con la Procura di Napoli e l’Antiterrorismo.

I giornalisti romani riescono ancora a ricostruire parzialmente l’attività investigativa grazie ai comunicati di questura, Guardia di Finanza e Carabinieri, sebbene spesso privi di dettagli e con riserbo assoluto sui nomi degli indagati italiani. Le eccezioni riguardano prevalentemente cittadini stranieri. Su temi delicati, come l’inchiesta sugli appalti pilotati nel comparto Difesa e in aziende pubbliche quali Terna e Fs, non sono stati emessi comunicati. Quando alcuni giornali hanno riferito il coinvolgimento del nome del vicepresidente della Camera Giorgio Mulé (non indagato) nelle carte a disposizione degli avvocati, è seguito uno scontro con il procuratore Lo Voi.

Situazione ancora più restrittiva a Genova, con soli 3 comunicati in un anno, e a Palermo, dove nel capoluogo non si è tenuta alcuna conferenza stampa tra il 2025 e il 2026 (solo un paio a Catania), nonostante l’impegno quotidiano contro il ritorno della violenza di Cosa nostra. Diverso il quadro a Reggio Calabria, dove dal suo insediamento nell’estate 2025 il procuratore Giuseppe Borrelli ha tenuto 4 o 5 conferenze stampa e diffuso una decina di comunicati su operazioni anti-‘Ndrangheta.

A Napoli il procuratore Nicola Gratteri continua a gestire la comunicazione nel rispetto dei limiti normativi, con un paio di comunicati a settimana e conferenze stampa mensili su fatti di particolare gravità, senza nomi di indagati e tutelando la presunzione di non colpevolezza. A Salerno il neo procuratore Raffaele Cantone ha invece utilizzato subito un comunicato per chiarire due questioni ereditate dalla vacatio: ha escluso il caporalato nella morte di un cittadino indiano e ha annunciato ricorso in Appello contro il proscioglimento del colonnello Fabio Cagnazzo per l’omicidio di Angelo Vassallo.

Le nuove linee guida del Csm, elaborate dalla Settima Commissione e approvate all’unanimità in attesa della ratifica del plenum, vietano aggettivazioni enfatiche, dettagli superflui e denominazioni suggestive delle operazioni. Impongono una comunicazione impersonale, sobria e controllabile, affidata esclusivamente al procuratore capo. La forma ordinaria resta il comunicato scritto, mentre le conferenze stampa sono consentite solo in via eccezionale e in presenza di un concreto interesse pubblico. È fatto divieto di citare testualmente le ordinanze di custodia cautelare e di utilizzare canali riservati o interviste su singoli procedimenti.

La disposizione più innovativa riguarda proprio l’obbligo di rettifica: quando un ufficio ha diffuso informazioni su indagini preliminari o misure cautelari, dovrà curare successivi comunicati di aggiornamento in caso di archiviazioni, revoche, proscioglimenti o altri sviluppi di segno opposto, garantendo tempestività, visibilità e simmetria rispetto alla comunicazione iniziale.

Foto © Imagoeconomica 

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