L’inchiesta riaperta sulla banda della Uno Bianca sta passando dalla fase teorica a riscontri concreti. Nei fascicoli della Procura di Bologna, uno dei quali aperto a gennaio 2024, figurano almeno due nomi di possibili complici sui quali gli investigatori hanno acquisito i primi elementi dopo dichiarazioni di testimoni.
Il procuratore capo Paolo Guido ha confermato l’intensa attività in corso, spiegando, come riportato da Repubblica, che "ci si stia concentrando in modo importante su possibili complici a piede libero" e che "ci sono ancora assassini a piede libero su cui la magistratura ha il dovere di lavorare intensamente". L’indagine resta formalmente contro ignoti, in attesa di elementi sufficienti a sostenere un’eventuale accusa in giudizio. Come ha sottolineato l’avvocato Alessandro Gamberini, "su indagini del genere non si può che procedere per elementi certi".
I Ris consegneranno a breve gli esiti di analisi su tracce di Dna, armi e materiale fotografico dell’epoca, con comparazioni rese possibili dalle tecniche moderne. Gli episodi su cui emerge con maggiore chiarezza la presenza di altri soggetti, più o meno organici alla banda attiva tra il 1987 e il 1994 (oltre 103 azioni, 24 morti e più di 100 feriti), sono principalmente tre.
Il primo è l’agguato di Castel Maggiore del 20 aprile 1988, in cui furono uccisi i carabinieri Umberto Erriu e Cataldo Stasi. Solo Roberto e Fabio Savi furono condannati, ma testimonianze e perizie balistiche indicano la presenza di almeno tre killer.
Il secondo è la strage del Pilastro del 4 gennaio 1991, nella quale persero la vita i carabinieri Otello Stefanini, Andrea Moneta e Mauro Mitilini. Per il massacro sono stati condannati i tre fratelli Savi (Roberto, Fabio e Alberto). Dopo la fuga gli assassini incendiarono l’auto usata, ma alcuni testimoni riferiscono che i tre furono caricati e allontanati da una seconda vettura guidata "da un signore distinto", lasciando aperta la pista di un quarto complice. Il terzo caso è il duplice omicidio del 2 maggio 1991 nell’armeria di via Volturno, dove furono uccisi la titolare Licia Ansaloni e il collaboratore Pietro Capolungo, ex carabiniere. Testimoni hanno parlato della presenza di un “palo” che controllava l’esterno durante la finta rapina.
"Che ci fossero altri, è un fatto oggettivo", aveva sottolineato in passato lo stesso procuratore Guido. Il lavoro degli inquirenti si concentra ora su queste presenze documentate, al netto di eventuali coperture da parte di apparati dello Stato. Alberto Capolungo, presidente dell’associazione delle vittime e figlio di Pietro, ha definito "una notizia importante" l’emergere dei due nomi nel fascicolo e ha annunciato che chiederà un nuovo incontro in Procura. Capolungo intende fare luce sulle dichiarazioni rilasciate da Roberto Savi in una recente intervista televisiva riguardo al padre e a presunti legami con i servizi segreti: "Andrò a chiedere di fare luce completa sulle dichiarazioni rese da Roberto Savi nell’intervista televisiva, anche rispetto a mio padre e ciò che ha detto, biascicato, circa la sua ‘partecipazione’ ai servizi segreti, o rispetto al fatto che fossero stati i servizi a chiedere che venisse fatto fuori. Chiederò di indagare su questo punto, anche per smentirlo". Capolungo ha inoltre espresso perplessità sulle modalità di concessione dei permessi per le interviste in carcere e sul mancato coinvolgimento preventivo dei familiari delle vittime. Giovedì scorso, un precedente incontro tra il procuratore Guido e gli avvocati dell’associazione, Alessandro Gamberini e Luca Moser, si era svolto in un clima definito "buono".
Fonti: Repubblica
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