Don Luigi Ciotti ricorda l’amico nel 4° anniversario della sua scomparsa
E’ stata molto più di una celebrazione liturgica, quella che si è svolta ieri a Tualis, una piccola frazione di Comeglians (Ud), un antico borgo della Carnia che ha dato i natali a don Pierluigi Di Piazza. Sono passati quattro anni dalla sua dipartita. Il vuoto che ha lasciato è grande come la preziosa eredità che ha lasciato a tutte le persone che l’hanno amato.
Assieme a don Ciotti, e alla presenza di don Giacomo Tolot, hanno concelebrato don Paolo Iannaccone, presidente del Centro Balducci, e don Alberto De Nadai, accompagnati dai canti diretti da Nicoletta Duca di Zugliano (Ud).
Al termine della funzione, un corteo si è spostato verso il cimitero, accompagnato dallo scampanio delle campane in segno di omaggio, e successivamente si sono unite le voci dei cantori delle corali carniche “Chei di Guart” di Ovaro e “Villachorus” di Villa Santina, diretti dal maestro Johnny Dario. Oltre che in chiesa, anche al cimitero il fratello di Pierluigi, Vito Di Piazza, ha ricordato la sua figura straordinaria attraverso le sue stesse parole. Quelle di un uomo che ha reso il Vangelo un’opera viva, da mettere in pratica ogni giorno attraverso azioni concrete, rendendo la parola di Cristo contemporanea. Un uomo che è stato definito un prete dalla parola dolce ma ferma, capace di parlare con i potenti, senza mai staccare gli occhi dagli ultimi, dai dimenticati, dai vinti.
L’impegno di una vita
E’ stato un impegno totalizzante, quello di don Pierluigi, che si basava su dei pilastri fondamentali. L’accoglienza: Il Centro Balducci diventa rifugio per profughi, migranti e persone in difficoltà. Per Pierluigi, accogliere l'altro non era "beneficenza", ma un dovere etico e civile.
Pace e disarmo: il fondatore del Centro Balducci è stato un critico severo della corsa agli armamenti e della guerra come soluzione ai conflitti. Particolarmente celebri sono le sue marce e i suoi incontri con figure come il Dalai Lama, a dimostrazione di una fede che dialoga con tutti.
Giustizia Sociale: nessuna paura di schierarsi e criticare apertamente le politiche di esclusione e la "cultura dello scarto", in questo modo spesso si è guadagnato l'ostilità dei settori più conservatori della Chiesa, ma anche l'amore incondizionato degli ultimi.
“L'accoglienza non è un'opzione per i cristiani – diceva con grande convinzione – è l'essenza stessa del Vangelo. Se chiudiamo la porta all'altro, la chiudiamo a Dio”. E soprattutto: “Dobbiamo passare dall'io al noi. Solo nella condivisione la sofferenza diventa sopportabile e la gioia diventa piena”.
Sul fronte della fede le sue idee erano chiarissime: “La fede non è un anestetico per vivere tranquilli, ma un fuoco che spinge a cambiare il mondo”. Parole che sembrano lontane anni luce da quella parte della Chiesa incapace di puntare il dito contro dittatori e guerrafondai.
“Come tutti i veri costruttori di pace – aveva ricordato don Ciotti in occasione del funerale di don Pierluigi –, incluso quel Padre Balducci al quale aveva scelto di ispirare il suo impegno, don Di Piazza coltivava un sano conflitto interiore. Aveva una coscienza viva, cioè una coscienza inquieta, carica di dubbi, di domande, di voglia di fare continuamente un passo oltre, un passo in più”. 
Don Luigi Ciotti e don Pierluigi Di Piazza
Le parole di un fratello
Vito Di Piazza ha quindi introdotto la messa con un ricordo intenso del legame tra suo fratello e don Ciotti: “Don Luigi è stato a trovare Pierluigi quando era malato, il Venerdì Santo, un mese prima che lui morisse. Alle due è arrivato ed è stato con lui, poi Pierluigi è sceso a celebrare con la carrozzina il Venerdì Santo nella sala Petris. Pierluigi era profondamente contento. È stata una visita straordinaria, di una delle persone che più voleva vedere”.
Ed è stato di seguito lo stesso fondatore del Gruppo Abele, durante l’omelia, a proseguire quel racconto della vita vissuta da don Di Piazza nel nome degli ultimi. Là dove “emerge l'amore preferenziale per i piccoli, per i poveri, per i più vulnerabili, che è stato anche l'asse portante attorno a cui si è articolata tutta l'esistenza del nostro Pierluigi”, ha esordito don Luigi, per poi rivolgersi direttamente al suo amico e fratello. “Caro Pierluigi, anche tu hai cercato il Signore nelle strade. Sei andato anche tu nelle strade del mondo, tra i lamenti di chi patisce gravi ingiustizie oppure combatte con le proprie fragilità. Hai riconosciuto gli occhi di Dio negli invisibili, negli ultimi, e lì hai capito che il Vangelo non è un libro. No, il Vangelo non è un libro: è una pelle che si tocca. Gesù non chiedeva ai lebbrosi il certificato di battesimo per guarirli, l'hai capito e l'hai vissuto.
E tu, Pierluigi, con la tua testa dura, hai imparato, hai testimoniato che il Signore abita fra coloro che la società considera come scarto. A Zugliano, al Centro Balducci, luogo di accoglienza e di promozione culturale dove venivano accolti gli scarti, le persone migranti senza documenti. Le persone malate nel fisico o nello spirito. Le persone vittime di una dipendenza o dello sfruttamento criminale. Questi, Signore, sono i tuoi prediletti. Quante bare hai visto, abbiamo visto… Giovani uccisi dalle overdose o dall'AIDS. Persone strappate alla vita dalle mafie. I corpi senza nome ripescati dal fondo del mare; cercavano un futuro dignitoso, li abbiamo lasciati affondare, li abbiamo lasciati affondare… Le giovani donne tradite dalla promessa di un futuro e ammazzate dalla violenza maschile. E accanto a loro altre bare invisibili, quelle dei ragazzi e delle ragazze che hanno scelto la morte perché temevano di vivere una vita senza amore.
E tu, Pierluigi, hai sempre detto che davanti al Signore ciascuno ritrova il proprio nome e ogni storia la propria luce. La tua, ma è anche un po' la nostra. Di tutti noi sacerdoti che siamo qui oggi, con grande affetto e per te con grande riconoscenza, è un po' anche la nostra storia, sai. La storia di don Paolo, di Alberto, di Giacomo, di don Luigi e del nostro parroco don Bruno, di don Mario Vatta che non ha potuto, per ragioni di salute, essere qui.
La nostra storia, la tua, è l'eresia. La nostra eresia, la tua eresia, è stato credere che l'amore vince. Che il Signore sia più grande delle nostre paure. Che il suo amore non sia un tribunale, ma un ospedale. Che la Chiesa non debba essere la guardiana dei perfetti, ma l'approdo dei feriti.
Pierluigi, Padre Balducci, don Milani, i poveri, i popoli martoriati sono stati i tuoi maestri. Hai imparato e testimoniato che Dio non abita nei tabernacoli d'oro, ma nei luoghi dove la gente lotta per sopravvivere. Dio abita lì! Dio abita lì! E fra povertà e opportunità di vita, differenze, sofferenze, è un dialogo cercato con ostinazione, la tua ostinazione. Questo dialogo l'hai sempre cercato e hai scoperto e comunicato a voce alta che il Regno è già qui. Il Regno è qui, il Regno di Dio è già qui, qui sulla terra, nascosto come il seme sotto la neve e che porterà frutto, tanto frutto.
Hai sentito sempre l'urgenza di proteggere la natura dal suo declino. Il tuo amore per la montagna, per questa tua terra, è l'affetto profondo per questo tuo paese che oggi ci accoglie in questa chiesa dove sei stato ordinato sacerdote. L'ambiente, quel declino, perché colpire la natura è la violenza più irragionevole, significa contribuire a distruggere la nostra casa comune.
Pierluigi, abbiamo condiviso più volte l'augurio di un amico di cui oggi indosso la sua stola sacerdotale che mi ha lasciato in dono morendo, don Tonino Bello. E ti ricordi quante volte ci siamo detti di don Tonino Bello, quell'augurio che aveva fatto di essere ‘malati di pace’. E allora anche noi qui oggi, come tante volte l'abbiamo vissuto, rifacciamo nostro questo augurio di essere malati di pace, e di questa patologia non dobbiamo mai guarire, mai guarire! È una malattia da cui non dobbiamo guarire la pace, dobbiamo sentirla nella profondità della nostra vita, delle nostre viscere.
È il tuo grido, Pierluigi, che sei stato sempre di vero operatore di pace. Non dimentico alcune parole che hai detto quando hai invitato la tua gente a guardare la guerra negli occhi, che sono gli occhi di chi la subisce. Una realtà insostenibile da respingere ad ogni costo perché calpesta la vita e la dignità della persona.
Ciao, caro amico, in attesa di ricontrarci lassù, e nella consapevolezza che il tempo dell'amore non viene stabilito quaggiù da chi ama, ma da chi ha bisogno di essere amato. E che la preghiera è immersione, immersione nell'amore di Dio, ma è anche mano tesa a stringere quella dei fratelli. E allora, caro Pierluigi, prendici anche tu per mano, prendici per mano per continuare a camminare insieme, aiutaci insieme a camminare. Ciao, Pierluigi”. 
Un saluto che diventa corale
Prima del termine della celebrazione, don Ciotti ha voluto dare un’ulteriore testimonianza su chi fosse don Pierluigi. Un ricordo appassionato che ha unito ancora di più tutte le persone che hanno affollato la chiesa, molte delle quali sono dovute rimanere fuori sul sagrato. “Sono stato testimone di tanti momenti del percorso della sua vita, di quello che con il suo coraggio, col suo impegno, sempre condiviso in quel ‘noi’ importante e fondamentale con gli altri, ha realizzato. Ma sono anche testimone di tante lacrime e di tanto dolore che anche lui ha subito, perché, come voi ben sapete, nel fare del bene, nella generosità, nell'impegno, si possono incontrare anche degli ostacoli. Di chi sta alla finestra a guardare, di chi giudica, di chi semplifica, di chi etichetta, di chi vuole distruggere la positività di tanti percorsi, di chi non condivide la storia, la vita di tante persone che noi dobbiamo accogliere sempre.
Testimone di tante lacrime e di tanto dolore. Anche di umiliazioni ricevute da chi non si sarebbe aspettato. Ma fa parte un po' del percorso della nostra vita, che ha bisogno veramente che cresca sempre di più in ciascuno di noi la forza. Troppe prudenze, troppe mezze parole, troppe deleghe, troppi neutrali, troppi mormoranti; abbiamo bisogno di unire di più le nostre forze, oggi più che mai, per diventare una forza di cambiamento. Non possiamo stare spettatori di quello che sta succedendo!
E allora la sua testimonianza, quelli che sono stati i suoi maestri, i suoi punti di riferimento, il suo coraggio di dire parole a volte scomode, difficili, controcorrente, sia anche la nostra responsabilità e il nostro impegno. Non dimenticandoci mai che Dio non è cattolico. Dio non è cattolico! Dio ama tutti, se no non sarebbe Dio. E quindi noi siamo chiamati a essere più fratelli, come ci ha ricordato Papa Francesco, essere più fratelli tutti, oggi più che mai; cercatori di verità e di giustizia, oggi più che mai; essere operatori di pace, oggi più che mai.
Ci vuole uno scatto in più, non è sufficiente quello che sta avvenendo. Dobbiamo tutti fare di più, uno scatto in più rispetto a quello che ci circonda, a quello che tocchiamo con mano di fronte alla follia di quei poteri, di quella idolatria del denaro, del potere, di quelle persone che si credono immuni e immortali e che decidono sulla pelle della gente. Tocca a noi, tocca a tutti noi! È un invito che il Signore ci ha fatto: andate, andate. Guardiamo sì verso il cielo, ma assumiamoci ancora di più le responsabilità qui sulla terra. È stata la sua testimonianza che noi oggi qui abbiamo fatto nostra.
Per me è una gioia essere qui, ma sento anche dentro il peso di queste responsabilità, di tutto questo. Allora forza, forza, Pierluigi non è morto. Non cerchiamolo solo nella tomba. Cerchiamolo nella vita, cerchiamo Pierluigi nelle persone che lui ha amato, cerchiamo Pierluigi nelle persone che lui ha servito. Lì c'è Pierluigi! Continua a vivere qui in mezzo a noi, in quelle persone che lui ha amato e servito.
Tocca anche a noi fare ancora di più uno scatto. Questo è un momento della storia in cui ci vuole uno scatto in più da parte di tutti; vi prego, da parte di tutti, perché il bene deve vincere, l'amore deve vincere. La nostra eresia è credere che l'amore vince”.
Le voci di dentro
Difficile trasmettere l’emozione intensa dei canti del coro della Carnia diretto dal maestro Johnny Dario che hanno letteralmente abbracciato tutti i presenti nel piccolo cimitero di Tualis. Che si sono sentiti orfani dopo la morte di don Pierluigi. Dal canto suo Vito Di Piazza ha fatto vibrare forte le parole di suo fratello. Che in molti hanno sentito risuonare dentro di sé dopo alcuni anni: “Tualis, il paese delle mie radici – scriveva don Pierluigi – è un luogo speciale di contemplazione; dalla chiesa si osserva tutta la vallata, con uno sguardo pacato, profondo che di per sé porta oltre quelle montagne, quasi a perdersi nell’infinito; questo sguardo viene da lontano, da quando ero bambino. Lassù Il piccolo cimitero è per me luogo del tutto speciale, rivelativo del senso ultimo del vivere, amare, impegnarmi, dedicarmi, soffrire e, quando sarà il momento, morire, con fiducia ragionevole. Non è un luogo di intristimento, ma di luce; non di debolezza, ma di forza, di energia per continuare il cammino. Un luogo privilegiato di meditazione sul senso ultimo del vivere e del morire. Credo di essermi raccolto in quel luogo nei momenti decisivi della mia esistenza…”.
Ed è stato poi un altro stralcio – tratto dai mille discorsi di don Pierluigi lasciati come esempio da seguire nelle tempeste della vita – quello che Vito Di Piazza ha voluto leggere prima di concludere la giornata in memoria di suo fratello. “Prima di lasciarci, dovrei dire anche un'altra cosa, una che Luigi conosce sicuramente meglio di me, l'ho sentita più volte anche da lui, e Pierluigi l'ha scritta nel libro ‘La profezia del quotidiano: tra ascolto di profeti e testimoni’. E’ del giudice Rosario Livatino, ucciso nel 1990 dalla mafia, nel trapanese, a colpi di mitragliatrice, mentre stava scappando nella scarpata di una autostrada, perché sapeva di essere inseguito dalla mafia. Nei suoi diari, il giudice ragazzino morto a 37 anni ha scritto: ‘Alla fine delle nostre vite non saremo giudicati se siamo stati delle persone credenti’ – e lui era molto credente – ‘ma se siamo stati delle persone credibili’. Usciamo da questa giornata anche con questo proponimento: di essere, nelle nostre vite, persone credibili. Non servono atti eroici. Lo diceva anche nell'ultimo libro, Pierluigi. Diceva che siamo chiamati, credenti e non credenti, a operare ogni giorno il bene per le persone che fanno fatica, che sono emarginate, per gli ultimi, per gli afflitti, per i fragili”.
Foto di copertina tratta da CentroBalducci
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