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Strage dell'Addaura, Carbone: attentato ibrido contro Falcone guidato da regia superiore

Il criminologo forense a Radio Sankara: esercitazioni militari Gladio a pochi metri dalla villa del magistrato

AMDuemila


 “Il target, a mio avviso, rispetto all'attentato all’Addaura era multiplo. Era un messaggio di portata internazionale. L'obiettivo non è solo la persona fisica Falcone, ma il suo ruolo di snodo in quella che era appunto la cooperazione internazionale. Colpire insieme Falcone a Carla Del Ponte e Claudio Lehmann significava mandare un messaggio alla magistratura svizzera e più in generale alle autorità estere impegnate nella tracciabilità dei capitali mafiosi”. Sono state queste le parole del criminologo forense Federico Carbone intervenuto durante una diretta YouTube di Radio Sankara  ‘La Nera - I segreti dell'Addaura. Dove Falcone iniziò a morire’.
Il 21 giugno 1989, poco dopo le 7:30 del mattino, gli uomini della scorta di Giovanni Falcone individuarono un borsone sportivo abbandonato sulla scogliera di fronte alla villa che il magistrato aveva preso in affitto all’Addaura. All’interno c’erano 58 cartucce di esplosivo tipo Brixia B5, insieme a una muta subacquea e a un paio di pinne. Solo il tempestivo intervento della scorta evitò la tragedia: l’ordigno era destinato a esplodere mentre il giudice si trovava in acqua per una nuotata durante una pausa di lavoro. Si trattò di “esplosivo militare - ha detto Carbone - già impiegato in altre stragi come ad esempio Pizzolungo”.
I magistrati che vennero assieme a Falcone erano impegnati con lui nell’inchiesta “Pizza Connection” sul riciclaggio di denaro di Cosa nostra. Pochi sapevano della sua presenza all’Addaura e ancora meno erano a conoscenza della visita dei colleghi elvetici. L’obiettivo non era dunque soltanto il magistrato italiano, ma anche i due ospiti stranieri. Falcone comprese immediatamente la gravità e la complessità di quanto stava accadendo. Lo spiegò con lucidità in un’intervista rilasciata a Saverio Lodato per il quotidiano L’Unità: “Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Sto assistendo all'identico meccanismo che portò all'eliminazione del generale dalla Chiesa... Il copione è quello. Basta avere occhi per vedere".

Inoltre era il periodo in cui Falcone, insieme a Paolo Borsellino, aveva condotto il maxi processo alla Cupola. Il giudice si trovava in una fase di forte isolamento interno: ancora giudice istruttore a Palermo, era impegnato nelle indagini sui circuiti finanziari internazionali di Cosa nostra, ma era già bersaglio di una campagna di delegittimazione. Tra maggio e giugno 1989 circolavano lettere anonime del cosiddetto “Corvo”, inviate a varie autorità, che accusavano Falcone, Giuseppe Ayala, Gianni De Gennaro e altri di aver fatto rientrare segretamente il pentito Salvatore Contorno (arrestato a fine maggio 1989) per favorire una vendetta delle famiglie mafiose sconfitte contro i corleonesi. Alcune accuse erano palesemente false, ma contribuirono a dipingere Falcone come un magistrato scorretto, fornendo un possibile movente plausibile per un attentato.
L’ordigno scoperto all’Addaura era perfettamente funzionante, con un raggio letale stimato intorno ai 60 metri, composto da candelotti di dinamite gelatina Brixia – lo stesso tipo usato in precedenza nella strage di Pizzolungo contro il giudice Carlo Palermo. Era posizionato sugli scogli sotto la villa sul litorale palermitano e probabilmente doveva essere azionato a distanza mentre Falcone e i suoi ospiti percorrevano il viottolo verso il mare. Informazioni così riservate sulla presenza del magistrato e dei colleghi svizzeri difficilmente potevano essere in possesso di soggetti esterni a determinati ambienti.
A distanza di decenni, l’attentato dell’Addaura resta avvolto da numerosi interrogativi.
Sono stati segnalati anche documenti relativi a presunte esercitazioni del centro Skorpio nei giorni e nei luoghi dell’attentato. Falcone stesso aveva capito di essere entrato in una partita più grande, da cui – come dimostrò tragicamente il 23 maggio 1992 – si esce in un solo modo. E già allora non mancarono voci, non solo mafiose, che arrivarono a insinuare che la bomba se la fosse piazzata da solo per farsi pubblicità.

Federico Carbone: “L’attentato all’Addaura fu un’operazione ibrida con regia superiore”

L’attentato all’Addaura può essere definito, ha detto Carbone come "un attentato ibrido".
"Questo sotto un punto di vista, perdonatemi, criminologico. L’Addaura è un tipico esempio quando si parla appunto di attentati ibridi, perché l'esecuzione, da quello che possiamo dire in maniera abbastanza chiara, è saldamente nelle mani di Cosa nostra. Ma la scelta del momento, il contesto, la presenza di magistrati stranieri, il tipo di esplosivo utilizzato" e la "delegittimazione indicano a tutti gli effetti una regia superiore, coerente con l'idea falconiana delle menti raffinatissime". Carbone ha poi aggiunto che la convergenza temporale di esercitazioni di strutture stay behind, quindi della Rete Gladio “suggeriscono dietro questo evento un doppio livello in cui la mafia è il braccio armato di interessi politico e strategici molto, molto più ampi"Federico Carbone ha poi richiamato la testimonianza di un collaboratore di giustizia di primo piano: "È rilevante anche un altro elemento che arriva dal collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo, che è uno che fondamentalmente sa, che è stato tra l'altro, per chi non lo conoscesse, testimone del famoso incontro tra Stefano Bontade e l'allora imprenditore Silvio Berlusconi. Quindi parliamo di uno dei primi pentiti collaboratori di giustizia ad aver parlato dei mandanti occulti relativi a Cosa nostra dietro le stragi". Carbone ha raccontato un episodio emerso dalle dichiarazioni di Di Carlo durante la detenzione nel carcere inglese di Full Sutton: "Fu oggetto di visite da una serie di soggetti ascrivibili ad ambienti dell'intelligence. Intelligence non soltanto chiaramente straniera, e in quel caso potremmo fare riferimento alle MI6 e alla stessa, che collabora, CIA, che più volte vedremo è coinvolta all'interno di queste vicende”. Il pentito fece “riferimento ad un agente che parlava inglese, un agente dei servizi, e altri due soggetti che invece erano italianissimi fa riferimento a un certo Mario. Uno di questi tra l'altro sarebbe stato anche identificato, che chiaramente fanno fondamentalmente quella che è una richiesta: gli dimostrano tutto l'interesse per l'eliminazione di Giovanni Falcone, che era diventato un soggetto estremamente scomodo".


Esercitazioni sospette a ridosso dell’attentato

Uno degli elementi più significativi emersi dall’analisi di Carbone riguarda due documenti su addestramenti del Centro Scorpione: "Esistono due documenti interessantissimi che riguardano proprio la rete stay behind e in modo particolare l’Addaura e il Centro Scorpione. E fanno riferimento ad un addestramento, un addestramento datato 18 e 24 giugno 1989, quindi praticamente a ridosso e subito dopo il fallito attentato. Uno di questi documenti parla espressamente del recupero di materiali, compreso esplosivo in avanzo, circostanza che innegabilmente alimenta l'ipotesi di una coincidenza non casuale fra attività militari e le azioni di Cosa nostra, che è coincidente. E quando parlo, tra l'altro, anche a livello di livello geografico, questa esercitazione è avvenuta proprio a pochissimi metri dalla villa di Falcone". I documenti portano i nomi ‘Domus Aurea’ e ‘Damage Prince’. Carbone ha definito questa coincidenza "molto, molto significativa" e "un elemento forense probante di altissimo rilievo", pur precisando che rimane un terreno di forte sospetto non ancora definitivamente accertato in sede giudiziaria. Il criminologo forense ha infine ricostruito i rapporti tra il Centro Scorpione, diretto da Vincenzo Li Causi (uomo del SISMI, alias Maurizio Vicari), e altre figure come Marco Mandolini, anch’egli addestratore di Gladio e amico di Li Causi. Ha ricordato l’omicidio di Mandolini il 13 giugno 1995 sulla scogliera del Romito a Livorno e i collegamenti con la Settima Divisione del SISMI, gli addestratori di Gladio e gli eventi in Somalia del novembre 1993, dove Li Causi rimase vittima di un’imboscata. Carbone ha concluso sottolineando come questi elementi delineino un quadro di contaminazioni e cooperazioni tra ambienti mafiosi e strutture dei servizi segreti, al di là della narrativa ufficiale sui "servizi deviati".

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