Rai taglia repliche a Report, Ranucci: delegittimazione fondata su vergognose congetture
"Apprendo con sconcerto e con preoccupazione per l'informazione tutta che la Rai ha deciso di utilizzare il pretesto delle vergognose congetture, assurde, che sono state veicolate nelle ultime ore da alcune dichiarazioni politiche e da alcune ricostruzioni giornalistiche, per sospendere le repliche estive di puntate di inchiesta di Report già trasmesse". Così il giornalista e conduttore di Report Sigfrido Ranucci in una nota stampa dell'avvocato Roberto De Vita. "Sospensione con una motivazione che afferma esattamente il contrario: questa non è la protezione del 'patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico' e della trasmissione, ma è la delegittimazione non solo della mia persona ma anche di tutto il lavoro dei singoli giornalisti che - ha sottolineato - in modo autonomo e indipendente hanno curato inchieste importanti e che sono vero patrimonio per l'informazione e la democrazia".
La situazione odora di ‘punizione’ di regime: non vedevano l’ora; con la scusa di tutelare Report hanno cancellato le repliche che sarebbero dovute iniziare domenica 12 luglio del programma più visto della tv italiana con riconoscimenti anche internazionali.
È l’ultimo atto di una guerra che va avanti da anni: negli anni passati le repliche i tempi della trasmissione avevano già subito diversi tagli, da 16 a 12 per arrivare a 9, ma registrando sempre ottimi risultati di share.
I vertici della Rai non hanno perso tempo: appena scoppiato il caso Ranucci-Lavitola, con il faccendiere ora ristoratore accusato di essere il mandante della bomba esplosa nell’ottobre scorso davanti l’abitazione del giornalista, c’è stata la telefonata tra l’amministratore delegato Giampaolo Rossi e il direttore dell’approfondimento Paolo Corsini, in quota Fratelli d’Italia, seguita dalla cancellazione del programma.
L’Usigrai e il Cda Rai hanno subito commentato: “A meno che non si tratti di puntate connesse all’indagine in corso, il provvedimento sembra solo una punizione che vuole soddisfare le richieste giunte a gran voce da una parte politica. La visione di Report non ‘nuoce gravemente alla salute’. Noi vogliamo chiarezza, non vendette o censure”, è il comunicato dei tre consiglieri di opposizione Roberto Natale, Alessandro di Majo e Davide Di Pietro. La vicenda assume toni inquietanti anche alla luce del fatto che da FdI in queste ore è stata chiesta un’indagine interna in Rai, in particolare su una frase buttata lì da Corsini nella famosa conversazione: “Chi aveva problemi con Report andava a mangiare nel ristorante di Lavitola”.
Una richiesta di chiarezza giunta anche dai consiglieri di maggioranza Simona Agnes, Federica Frangi e Antonio Marano. Insomma, lo scontro dentro e fuori la Rai è totale ed è soprattutto politico. “Apprendo con sconcerto che la Rai ha deciso di utilizzare il pretesto delle vergognose e assurde congetture veicolate nelle ultime ore da alcune dichiarazioni politiche e da ricostruzioni giornalistiche per sospendere le repliche di Report. Siamo alla delegittimazione nei miei confronti e dei miei giornalisti”, osserva amaramente Ranucci. Parole cui seguono quelle della redazione di Report. “È una censura senza precedenti. Riteniamo la decisione lesiva del nostro lavoro e temiamo possa preludere a una nostra cancellazione in vista della prossima stagione”, recita un comunicato dei giornalisti.
M5S è accanto a Ranucci. Per Walter Verini, capogruppo del Pd in commissione Antimafia, la sospensione è "grave e pretestuosa" e "non può autorizzare i vertici Rai a tagli e censure". Peppe De Cristofaro, di Avs, accusa l’azienda di "trasforma la vittima di un attentato in un sospettato" e sostiene che con questa decisione "i vertici di TeleMeloni si levano un fastidio". Sabato 19 luglio, in occasione dell’anniversario della strage di via D’Amelio, sarebbe dovuta andare in onda la puntata di Paolo Mondani sulle “Piste nere”, in cui si rileggono le stragi di Falcone e Borsellino e le bombe del 1993 ipotizzando legami col mondo dell’eversione nera. Una curiosa coincidenza che proprio questo 19 luglio a Palermo Gioventù nazionale, il movimento giovanile di FdI, ha organizzato un convegno dal titolo emblematico: “Pista nera, depistaggio rosso” dove saranno presenti diversi esponenti anche nazionali del partito meloniano.
Allineati e coperti.
Le indagini sull’attentato proseguono
L’inchiesta sui mandanti della bomba esplosa sotto l’abitazione di Ranucci prosegue concentrandosi sul misterioso “Corrado” citato nelle intercettazioni dei presunti esecutori. Ieri i carabinieri hanno condotto una perquisizione nell’abitazione nel Napoletano in cui Gomes Clesio risiede insieme alla moglie. La donna è stata ascoltata come persona informata sui fatti. Secondo quanto emerso, proprio lei, dopo l’arresto dei presunti esecutori materiali, avrebbe orientato gli investigatori verso Lavitola attraverso una conversazione telefonica intercettata in cui si lamentava con il marito del mancato rientro in Italia imposto da “Valter”. Lavitola gestisce attualmente una pescheria-ristorante a Roma. Nelle stesse ore, a Roma, gli inquirenti hanno risentito Daniele Autieri, collaboratore di Ranucci e autore dell’inchiesta di Report dedicata alle infiltrazioni camorristiche nel cantiere navale di Adria, in provincia di Rovigo. Il servizio, trasmesso a novembre 2025, è stato indicato più volte dallo stesso Ranucci come possibile movente dell’intimidazione realizzata con l’ordigno detonato il 16 ottobre 2025 a Pomezia. I pubblici ministeri mirano ora a definire con precisione il movente che avrebbe spinto Lavitola e Gomes Clesio, accusati di aver reclutato gli autori materiali dell’attentato. Parallelamente proseguono le verifiche sull’identità di “Corrado”. Per Ranucci il nome rimanderebbe ai numerosi soggetti finiti nelle inchieste di Report, mentre altre interpretazioni lo collegherebbero direttamente alla vittima. Gli inquirenti considerano comunque Lavitola, insieme al suo “factotum” Gomes Clesio, un elemento centrale della vicenda, nonostante permangano incertezze sui ruoli esatti che hanno finora impedito l’arresto dell’ex faccendiere. Lavitola, già fonte e in seguito “amico fraterno” di Ranucci, si trovava in procinto di partire per il Camerun per raggiungere Gomes Clesio proprio nel momento in cui sono emerse le accuse. Nel Paese africano i due stavano lavorando all’acquisizione di carbon credit da collocare sui mercati internazionali. Gli investigatori stanno esaminando ogni possibile connessione tra il duo Lavitola-Clesio e l’inchiesta su Adria, oltre alle altre ipotesi emerse da ottobre in avanti: dalla vendetta personale di una donna a una ritorsione di potenti organizzazioni criminali come il clan Moccia.
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