Musacchio: ''Il collaboratore di giustizia è la chiave di lettura del contesto mafioso''
Intervista approfondita con il professore esperto di strategie di contrasto alla criminalità organizzata
Professor Musacchio, partiamo dalle basi storiche. Giovanni Falcone diceva che prima di Tommaso Buscetta la mafia per lo Stato era un enorme punto interrogativo. Oggi, nel 2026, con una criminalità organizzata fortemente digitalizzata e silente, i collaboratori di giustizia ("pentiti") sono ancora così fondamentali?
La risposta è un "sì" categorico. Le mafie cambiano continuamente pelle, oggi usano la tecnologia blockchain, criptovalute e sistemi di messaggistica criptati, ma restano organizzazioni umane basate su relazioni, patti e segreti. Gli algoritmi e le intercettazioni telematiche sono strumenti straordinari, ma vi diranno cosa sta succedendo o dove si muovono i capitali; non vi diranno mai il perché, né vi sveleranno la struttura di potere invisibile. Il collaboratore di giustizia non è solo una fonte di prove: è la chiave di lettura del contesto. Senza di loro, i bit e i dati informatici restano muti.
C'è però una narrazione strisciante nell'opinione pubblica, e a volte anche in certi settori della politica, che tende a svalutare la figura del collaboratore, dipinto spesso come un criminale opportunista che cerca solo sconti di pena. Come si combatte questo pregiudizio?
È un pregiudizio pericoloso, che spesso fa il gioco delle mafie stesse, le quali hanno tutto l'interesse a delegittimare chi rompe l'omertà. Certamente l'opportunismo utilitaristico esiste: nessuno si pente per una folgorazione sulla via di Damasco, o almeno accade raramente. Si collabora per evitare l'ergastolo, per proteggere la propria famiglia, per vendetta interna. Lo Stato, infatti, non deve cercare la purezza morale, deve cercare la verità processuale. La legislazione italiana, che affonda le radici proprio nelle intuizioni di Falcone e del pool, prevede paletti rigidissimi: i 180 giorni per dire tutto ciò che si sa, l'obbligo di riscontri esterni oggettivi. Un pentito non è creduto "sulla parola". Il suo racconto è l'inizio di un percorso investigativo, non la fine.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a un fenomeno un tempo impensabile: i crolli dei muri di omertà all'interno della 'ndrangheta, un'organizzazione basata quasi esclusivamente su vincoli di sangue. Cosa sta cambiando all'interno delle famiglie?
La 'ndrangheta è stata a lungo impermeabile proprio perché tradire significava colpire il proprio padre, il proprio fratello o il proprio figlio. Negli ultimi tempi, grazie anche a maxiprocessi come Rinascita-Scott, abbiamo visto figli che testimoniano contro i padri e, dato ancora più significativo, donne della 'ndrangheta che si ribellano per salvare i propri figli da un destino di morte o di carcere. Questo ci dice che la modernità sta scardinando i vecchi codici culturali mafiosi. Quando la morsa dell'arcaicità si allenta, lo Stato deve essere pronto a offrire una via d'uscita credibile e sicura.
Parliamo di sicurezza e gestione. Il sistema di protezione dei collaboratori e dei loro familiari in Italia mostra segni di logoramento? Quali sono le criticità attuali?
Il nostro sistema di protezione è stato un modello nel mondo, ma oggi sconta una pesante burocratizzazione e un problema di risorse. Cambiare identità a un intero nucleo familiare, trasferirlo, inserirlo in un nuovo contesto lavorativo in modo che non sia rintracciabile dai clan, oggi che esiste il riconoscimento facciale e i social network, è infinitamente più difficile rispetto a trent'anni fa. C'è poi il tema della "fase successiva": molti collaboratori, una volta espiata la pena, si trovano in un limbo economico e sociale. Se lo Stato non garantisce una reale e dignitosa reintegrazione a chi ha tagliato i ponti con il cancro mafioso, il messaggio che passa rischia di essere disincentivante.
C'è una netta distinzione giuridica tra "collaboratore di giustizia" e "testimone di giustizia". Perché è importante sottolinearla?
Questa è una battaglia civile che porto avanti da sempre, nel solco dell'insegnamento di Caponnetto. Il collaboratore è un ex mafioso che ha commesso reati e decide di cooperare. Il testimone di giustizia è un cittadino onesto — un imprenditore, un commerciante, un comune cittadino — che ha assistito a un reato o ha subito il racket e decide di denunciare. Trattare il testimone con le stesse restrizioni e le stesse modalità burocratiche del collaboratore è un'ingiustizia profonda. Il testimone non deve espiare nulla, deve essere protetto a casa sua, nel suo tessuto economico, se possibile, senza essere costretto a diventare un "fantasma" per aver fatto il proprio dovere. Su questo la burocrazia statale deve fare un salto di qualità enorme.
Per concludere, professore: qual è la sfida più grande che l'antimafia si trova ad affrontare oggi sul fronte delle collaborazioni?
La sfida è l'internazionalizzazione. Le mafie oggi sono holding globali. Un broker della cocaina della 'ndrangheta può operare tra la Colombia, il porto di Rotterdam e Milano. Abbiamo bisogno di sistemi di protezione e di status giuridici del collaboratore di giustizia che siano omogenei a livello europeo e internazionale. Se un pentito parla in Italia ma le sue dichiarazioni colpiscono asset societari in Germania o in Olanda, la sua protezione deve essere garantita con gli stessi standard in tutta l'Unione Europea. Fino a quando le mafie saranno globali e l'antimafia si muoverà entro i confini nazionali, saremo sempre in svantaggio.
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