Mauro De Mauro fu sequestrato e ucciso perché cominciò indagare sul Golpe Borghese
Lo storico Mauro Canali riscrive il movente della scomparsa del giornalista: non fu rapito per l’inchiesta sul caso Mattei, “nei suoi appunti compaiono le parole ‘colpo di Stato’”

Mauro De Mauro fu rapito e assassinato perché stava indagando sul Golpe Borghese? E’ l’ipotesi su cui è al lavoro lo storico Mauro Canali, recentemente uscito con il libro “Ritratto di giovane fascista” (ed. Donzelli) sul caso della scomparsa del giornalista. Il volume ricostruisce il passato nero di De mauro tra le file della X Mas, prima, e nelle SS italiane, poi. Quindi l’amnistia di Togliatti, l’arrivo a Palermo e l’inizio su macchina da scrivere al Mattino di Sicilia e in seguito al giornale L’Ora del Popolo, nel 1954 diventato L’Ora una volta passato sotto il controllo del PCI. Negli anni ’60 De Mauro aveva abbandonato il fascismo e si era dedicato al giornalismo d’inchiesta. “Era un bravissimo giornalista, autore qualche anno prima di diverse inchieste sulla mafia”, commenta a La Repubblica il ricercatore. “Il regista Francesco Rosi, che preparava il film Il caso Mattei, gli aveva chiesto di ricostruire gli ultimi due giorni trascorsi in Sicilia dal presidente dell’Eni prima della morte sull’aereo nell’ottobre ’62”. Prima de del sequestro, avvenuto il 16 settembre 1970, disse di avere per le mani uno scoop esplosivo. Su cosa? “Lo ignoriamo - ha spiegato Canali - Ma nei suoi ultimi appunti compaiono nero su bianco le parole ‘colpo di Stato’”. Il golpe borghese, orchestrato da Junio Valerio Borghese (comandante della X Mas durante il ventennio), sarebbe dovuto avvenire due mesi e mezzo più tardi. “In Sicilia lui aveva avuto rapporti molto stretti con diversi personaggi della galassia ex fascista che sarebbero stati indagati per il tentato golpe, da Giacomo Micalizio a Eliodoro Pomar al principe Gianfranco Alliata di Montereale. Ma il quadro della faccenda è più esteso”. Mauro Canali ha ricordato che “le prime indagini sulla scomparsa di De Mauro furono affidate alla Squadra mobile palermitana di Boris Giuliano, poi ucciso dalla mafia, e del controverso Bruno Contrada. La Mobile però - ha sottolineato - venne tenuta all’oscuro di altre indagini parallele svolte dall’Ufficio politico, quello che poi diverrà la Digos. Curiosamente, il questore Ferdinando Li Donni non trasmise alla magistratura inquirente le risultanze di questa seconda inchiesta. Eppure, si trattava di materiali ingenti a cui ho potuto accedere per la prima volta. Parliamo di 415 documenti nei quali il nome più ricorrente è quello di Vito Guarrasi”. “Un uomo che - ha aggiunto lo storico - dalla fine della guerra era rimasto legato ai servizi segreti statunitensi. In seguito diverrà un potente affarista, politicamente liquido e trasversale agli schieramenti, azionista di numerose società e con interessi che andavano dalla finanza all’immobiliare. Fu, per dire, tra i costruttori più attivi durante il cosiddetto ‘sacco di Palermo’. Ad ogni modo, negli anni ’70 le indagini che riguardavano Guarrasi non vennero fuori. Sarebbero riemerse negli anni Duemila, quando fu celebrato l’unico, finora, processo sul caso De Mauro, che però non approdò a nulla”. Il processo sulla scomparsa “era imperniato sulla pista petrolifero-mafiosa che avrebbe legato la morte di De Mauro a quella di Mattei. Nonostante la scoperta dei 415 documenti, la pista che portava a Guarrasi e ai suoi ambienti venne inspiegabilmente lasciata cadere. Eppure, c’erano ormai testimonianze che sembravano rafforzarla”. Si trattava di “elementi secondo i quali il Sid, il Servizio informazione difesa, che all’epoca della scomparsa di De Mauro era guidato da Vito Miceli, avrebbe imposto agli inquirenti di annacquare quelle indagini sulla sparizione. Indagini che tramite Guarrasi indirizzavano verso le manovre golpiste”. Alla domanda sul motivo per cui De Mauro si apprestasse a denunciare trame attuate da coloro che in Sicilia gli avevano fornito protezioni con la caduta del regime Canali risponde che “a destra Mauro De Mauro aveva conservato le sue fonti confidenziali, ma era soprattutto un ottimo giornalista, e ritengo che se fosse venuto in possesso di materiale scottante non avrebbe guardato in faccia nessuno, ne avrebbe scritto. Esattamente come anni prima aveva scritto di mafia”. Chi voleva toglierlo di mezzo avrebbe potuto semplicemente ucciderlo ma “probabilmente” era meglio rapirlo “per interrogarlo”, osserva lo storico. “nel timore che avesse in mano documenti scottanti”. Il dilemma a mio avviso non si pone: dagli anni ’60 De Mauro non era più un fascista. Ormai era un giornalista serio. E divenne ingombrante. La sua morte dovrebbe bastare a dimostrarlo”.
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