Libero Grassi, 35 anni dopo: Palermo ricorda l'uomo che disse no al pizzo
Il racket resiste e le denunce diminuiscono
Sono trascorsi trentacinque anni da quel tragico 29 agosto 1991, quando Libero Grassi venne assassinato dalla mafia perché si era rifiutato pubblicamente di pagare il pizzo. Alle 7:30 del mattino, la stessa ora dell’omicidio, Palermo è tornata a ricordarlo in via Vittorio Alfieri, nel luogo in cui entrò in azione il commando mafioso. Come avviene ogni anno, i figli Alice e Davide Grassi hanno dipinto di rosso il marciapiede e affisso un manifesto scritto a mano. La famiglia non ha mai voluto una targa. Ancora oggi, Grassi viene ricordato come un imprenditore e un uomo coraggioso, ucciso non soltanto dalla mafia, ma anche dall’omertà, dall’indifferenza della politica e dall’assenza dello Stato.
Alla commemorazione hanno partecipato rappresentanti delle istituzioni, della magistratura, delle forze dell’ordine e del mondo dell’antiracket. Ma, al di là delle celebrazioni, il trentacinquesimo anniversario della morte di Grassi riporta Palermo davanti a una domanda molto più scomoda: quanto è ancora viva la ribellione al pizzo?
Purtroppo, la risposta che arriva dalle ultime vicende giudiziarie non è di certo rassicurante.
Lo ha confermato anche Alice Grassi, parlando di una situazione particolarmente pesante nelle zone di San Lorenzo, Tommaso Natale e Sferracavallo, territori interessati da nuovi episodi intimidatori. Qualcuno ha iniziato a denunciare rivolgendosi alle associazioni antiracket, ma il numero delle vittime che decide di collaborare resta ancora molto basso rispetto al fenomeno complessivo. Le denunce sono infatti diminuite, persino gli strumenti economici messi a disposizione delle vittime rischiano di restare inutilizzati.
L’Irfis, la società finanziaria controllata dalla Regione Siciliana, dispone, ad esempio, di un fondo da quattro milioni di euro destinato al sostegno delle vittime di racket e usura. Eppure, dall’inizio del 2026 - secondo quanto riportato da Repubblica - non sarebbe stata presentata alcuna richiesta di accesso. Le procedure erano state anche modificate per rendere più semplice l'utilizzo delle risorse. Tuttavia, questa modifica non ha prodotto i risultati sperati.
La “messa a posto”
Spesso, il problema non è nemmeno la paura. Le indagini della procura palermitana hanno più volte accertato che, in alcuni casi, sarebbero gli stessi commercianti e imprenditori a cercare “assistenza” da Cosa nostra: quello che nel linguaggio mafioso viene definito la “messa a posto”. In pratica, si tratterebbe di un rapporto diretto con Cosa nostra per avere, attraverso una sorta di scambio di servizi e favori, la protezione contro furti e rapine, ma anche il recupero crediti e, in alcuni casi, interventi diretti contro la concorrenza.
Si tratta di uno degli elementi evidenziati anche dal procuratore di Palermo Maurizio de Lucia. Solo pochi giorni fa, il magistrato ha spiegato che “oggi il problema delle poche denunce, rispetto al racket, è serissimo”. Questo perché “c’è ancora una significativa voglia di mafia che proviene dal circuito del terziario e le ultime indagini ci dicono che c’è chi ha fatto sparire le bottigliette incendiarie che sono state trovate fuori dal proprio negozio”. E ancora: “Non ci sono parti del territorio che oramai sono esenti dal fenomeno del racket e in alcune zone si paga il pizzo perché lo si è sempre fatto”.
La drammaticità della situazione è ancora più evidente se si pensa alla grande disponibilità di armi a disposizione della mafia. “Oggi vi è il ricorso ad armi da guerra, non solo Kalashnikov - ha spiegato de Lucia - ma anche bombe ad alto potenziale che provengono da altri scenari italiani e da guerre passate e presenti, come l’ex conflitto balcanico, ma anche altro materiale che arriva direttamente dal conflitto tra Russia e Ucraina”.
La speranza non muore mai
I ragazzi di Addiopizzo sono tornati nelle strade della città appendendo nuovi striscioni tra il centro e Sferracavallo e con un messaggio chiaro: “Un intero popolo che non paga il pizzo è un popolo libero”.
L’associazione ha riconosciuto la risposta arrivata dalla magistratura e dalle forze dell’ordine davanti alla recente escalation di intimidazioni, ma ha sottolineato anche come le denunce siano ancora troppo poche, mentre il fenomeno del racket resta ancora vivo e presente sul territorio. Motivo per il quale Addiopizzo ha chiesto alla politica un intervento deciso e produttivo, in grado di poter affrontare in maniera efficace le condizioni di povertà e degrado che attanagliano molti quartieri siciliani.
In questo scenario preoccupante, c’è poi un’altra questione: un’immagine che sembra voler simboleggiare la presenza dello Stato nella lotta alla mafia. L’immagine in questione arriva direttamente dal parco dedicato a Libero Grassi. Un progetto che dovrebbe rappresentare memoria, riqualificazione e restituzione di dignità e benessere alla città, ma che sembra essere diventato un luogo di perfetto abbandono.
All’ingresso vi è infatti un cancello chiuso, accompagnato da transenne, pneumatici, bottiglie, vestiti e altri vari generi di rifiuti. Il progetto ha subito numerosi rallentamenti. L’Anfiteatro del Sole, realizzato tra il 2005 e il 2010, è stato abbandonato dopo la scoperta della contaminazione dell’area. Anche la bonifica ha incontrato difficoltà. Purtroppo, 11,5 milioni di euro di finanziamenti, inizialmente persi e poi recuperati, non sono bastati a evitare nuovi ritardi, dovuti anche all’aumento dei costi dei materiali. I lavori dovrebbero ripartire a settembre e concludersi entro la fine del 2027. Ma, almeno per il momento, la realizzazione del parco rimane solo una promessa.
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