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La campagna per il Sì è priva di contenuti. Deputato FdI: ''Utilizzate il sistema clientelare''

Giuseppe Cirillo

Nel discorso di Aldo Mattia per il Sì emerge il sistema dei favori: “Usiamo anche questi mezzi”

 Manca poco: appena cinque giorni al referendum sulla giustizia. Si voterà domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026.

Nel frattempo, la maggioranza di governo continua a presentare la sua riforma come una risposta alla richiesta di una giustizia “più giusta”, efficiente e credibile. Eppure, a uno sguardo più attento, queste argomentazioni appaiono spesso semplificate, talvolta contraddittorie e veicolate con modalità prevalentemente propagandistiche. In alcuni casi, persino clientelari. Non una giustizia “più giusta”, dunque, ma qualcosa di molto più “terra-terra”: io ti aiuto e tu mi devi qualcosa.

Uno di questi casi sta spopolando sul web da diversi giorni: è quello in cui si vede il deputato di Fratelli d’Italia, Aldo Mattia, durante un incontro elettorale a Genzano di Lucania, in Basilicata, invitare dirigenti e sostenitori meloniani a ricorrere anche a logiche di tipo clientelare pur di ottenere un “Sì” al prossimo referendum sulla giustizia.

Affrontiamo questa settimana di campagna elettorale, avete gli argomenti per poter discutere ma se non dovesse servire, utilizzate anche il solito sistema clientelare: non ci credi, beh fammi questo favore. Perché - ha proseguito Mattia - tu sei mio cugino, perché io ti ho fatto questo favore. Aiutami per quest’altra questione perché io te ne ho fatti già tanti”.

In altre parole, non convincere solo con le idee, ma anche facendo leva su rapporti di favore, conoscenze e debiti reciproci. Il cosiddetto “sistema clientelare”, che lo stesso Mattia ha nominato senza troppi giri di parole.

È sempre all’interno di questo contesto che il deputato di FdI presenta la campagna referendaria come una battaglia decisiva. Non tanto per la sopravvivenza del governo, che secondo lui non sarebbe in discussione, quanto per il peso politico e simbolico di una possibile sconfitta. “Utilizziamo anche questi mezzi. Perché dobbiamo vincere questa battaglia”. 





E ancora: “Non possiamo permetterci una sconfitta. È vero che Giorgia Meloni non lascerà il suo scranno di presidente del Consiglio. Come è altrettanto vero che rimarrà il governo di centrodestra fino alla fine del mandato, che possa essere maggio del 2027 o settembre del 2027. Ma non possiamo permetterci il lusso di avere fino alla fine del nostro mandato neanche una ferita nel corpo. E questa, se dovessimo perdere, è inutile che ci vogliamo nascondere dietro un dito, sarebbe una ferita grave da curare e aprirebbe un percorso ancora più in salita”.

Insomma, il messaggio è duplice. Da un lato, la richiesta di mobilitazione totale per vincere il referendum. Dall’altro, l’ammissione esplicita che, pur di ottenere il risultato sperato, si possano usare anche strumenti che rientrano nel terreno degli scambi di favore.

Fin dall’inizio della campagna referendaria, c’è un dato che è sempre emerso tra i sostenitori del “Sì”: evitare i contenuti. Questo perché, nei fatti, non reggono. La riforma non risolve i veri mali della giustizia né la rende davvero “più efficace, veloce e giusta”. Il bersaglio dichiarato, cioè la separazione delle carriere tra giudici e pm, appare debole. Le carriere erano già quasi separate e, dopo la riforma Cartabia, i passaggi tra le due funzioni risultano fortemente limitati, residuali, come segnalato anche dal CSM.

A sollevare dubbi non sono solo gli addetti ai lavori, ma anche numerosi costituzionalisti, che parlano di obiettivi “opachi”. Persino il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha preso le distanze dalla narrazione di una giustizia più rapida. Resta così il timore che l’intervento non rafforzi il sistema, ma finisca piuttosto per incidere sugli equilibri tra poteri, con il rischio di una magistratura più esposta all’influenza dell’Esecutivo.

Appare chiaro che, dal momento che gli argomenti non bastano, perché nei fatti non ci sono, l’unica strada rimasta per accaparrarsi un “Sì” sembri essere quella della mobilitazione di fedeltà, favori e appartenenze. 

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