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Da Izzo a Cutrò, testimone di giustizia: lo Stato celebra l’antimafia, ma abbandona chi collabora

Giuseppe Cirillo

L’ex collaboratore lascia dopo le minacce e scrive a Gratteri: “Ho detto il vero, ma non posso andare avanti” 

Quella dell’ex collaboratore di giustizia Pietro Izzo, che ha annunciato di non voler più collaborare dopo le minacce ricevute, è una vicenda allarmante, destinata a sollevare interrogativi sulla capacità dello Stato italiano di proteggere chi decide di rompere con la criminalità organizzata.

Il caso Izzo si inserisce all’interno di una vicenda che intreccia tre piani distinti ma legati tra loro, uno dei quali anche molto doloroso: la storia del clan Gionta di Torre Annunziata, quella drammatica che riguarda i collaboratori di giustizia e, infine, quella più dolorosa, il delitto di Matilde Sorrentino. Matilde è diventata “la mamma coraggio del rione Poverelli” dopo aver denunciato una rete di pedofilia che coinvolgeva bambini della scuola elementare della zona, nella periferia sud di Torre Annunziata. Tra quei bambini c’era anche suo figlio. Parliamo di uno di quei quartieri semplici, genuini, ma anche di quelli che per anni hanno dovuto fare i conti con problemi sociali importanti, oltre che con la criminalità organizzata.

Sorrentino venne assassinata il 26 marzo 2004, a 49 anni, proprio per aver rotto l’omertà in un contesto di cui, forse, anche la Camorra ha provato vergogna. Il contesto è infatti quello di due madri - Sorrentino era una di queste - che denunciano abusi sessuali sistematici su minori tra i cinque e i sette anni, commessi da personale scolastico e complici nel degradato quartiere oplontino.

Nel nuovo processo d’appello, l’accusa sostiene che il mandante del delitto sia Francesco Tamarisco, narcotrafficante già condannato all’ergastolo in primo e secondo grado. Quelle sentenze, però, erano state annullate dalla Cassazione, che aveva disposto un nuovo giudizio di merito a Napoli. Per questo il processo è ripartito ancora una volta. E questa volta, a essere presente in aula da uomo libero, c’è anche Tamarisco.

Secondo la ricostruzione dell’accusa, Tamarisco avrebbe ordinato l’omicidio di Sorrentino perché le sue denunce sul giro di pedofilia avevano inizialmente coinvolto anche lui. Tamarisco era poi stato assolto definitivamente da quelle accuse, ma il sospetto investigativo ruotava attorno alla possibilità che rancori e sete di vendetta si siano poi conclusi con l’omicidio della mamma coraggio del rione Poverelli.

Ed è qui che entrano in gioco le dichiarazioni di Izzo.


Le pressioni su Izzo e il potere dei Gionta 

L’ex collaboratore di giustizia aveva raccontato agli inquirenti che, nel 2004, il clan Gionta avrebbe addirittura progettato di uccidere proprio Tamarisco. Il motivo? Una sorta di resa dei conti interna maturata dopo l’assassinio di Matilde Sorrentino. Secondo Izzo ci sarebbero stati anche sopralluoghi e preparativi concreti, ma il piano non sarebbe mai stato eseguito perché lui stesso venne arrestato.

Poi però qualcosa cambia. E succede quando Izzo decide di scrivere una lettera al procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, spiegando che le sue dichiarazioni sono “attendibilissime”, ma che non si sente più in grado di continuare il proprio percorso di collaborazione con la giustizia perché minacciato.

Izzo ha infatti raccontato di aver ricevuto una serie di videochiamate dal carcere da parte di Valentino Gionta, classe 1983, figlio di Ernesto Gionta e fratello del boss ergastolano Valentino Gionta senior.

Ora, tralasciando per un attimo il fatto che le minacce sarebbero arrivate direttamente dal carcere, attraverso persino delle videochiamate, quando si parla dei Gionta si parla del clan di Camorra che per decenni ha identificato il proprio potere con Palazzo Fienga, il fortino simbolo dell’organizzazione criminale abbattuto pochi giorni fa a Torre Annunziata.

Un abbattimento al quale hanno presenziato anche il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il prefetto Michele di Bari e il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo.

Persino la premier Giorgia Meloni non ha rinunciato a commentare la vittoria via social con un post su Facebook: “L’avvio dei lavori di demolizione di Palazzo Fienga a Torre Annunziata, per decenni la ‘roccaforte’ logistica del clan camorristico Gionta, lancia un messaggio chiaro: i simboli del potere criminale possono e devono essere abbattuti. E, al loro posto, devono nascere luoghi di vita, comunità e legalità. Come accadrà anche in questo caso: dove c’era un luogo di illegalità, sopruso e violenza criminale sorgerà uno spazio pubblico per i cittadini. È questa - ha concluso la premier - la risposta dello Stato a ogni mafia”.

Insomma, tutti a dimostrare che lo Stato c’è, è presente, davanti alle telecamere. Ma dietro, come stanno realmente le cose?

Purtroppo stanno diversamente, e di parecchio pure. Ma ci torneremo dopo. 


meloni x testioni giustizia

Collaboratori e testimoni di giustizia: le falle del sistema 

Prima, torniamo al caso di Pietro Izzo e all’omicidio della mamma coraggio del rione Poverelli.

Izzo aveva iniziato a collaborare con la Direzione distrettuale antimafia raccontando episodi, dinamiche interne e progetti criminali del clan Gionta. Le sue dichiarazioni sono state considerate importanti soprattutto nell’ambito del nuovo processo d’appello sull’omicidio di Matilde Sorrentino.

Poi, l’11 dicembre 2025, Izzo scrive direttamente al procuratore Gratteri, confermando che tutte le dichiarazioni rese durante la collaborazione erano genuine e attendibili. In sostanza, ha detto ai magistrati: “Non posso più andare avanti, ma quello che ho raccontato è vero”.

Motivo per il quale - come ha spiegato anche il “Corriere della Sera” - durante l’udienza la sostituta procuratrice generale Stefania Buda ha insistito sulla validità delle parole di Izzo, ribadendo la richiesta di ergastolo per Tamarisco.

Nel frattempo, a Izzo è stato revocato il programma di protezione. Motivo per il quale rimane fuori - per sua stessa richiesta - dal sistema di tutela garantito ai pentiti.

Ed è qui che torniamo alla questione spinosa dei collaboratori lasciati soli dallo Stato. Qui la direzione è diversa. Ed è quella del: “Se proprio vuoi farlo, parla pure. Rischia anche la vita, ma poi arrangiati”. In pratica, non proprio un capolavoro da esibire davanti a una telecamera  o con un bel post pubblicato via social.

Con la vicenda di Izzo, minacciato e intimidito con una videochiamata da parte di un detenuto, emerge infatti un problema di fondo, già trattato da ANTIMAFIADuemila: se chi collabora può sentirsi esposto, raggiungibile, intimidito, allora il sistema di protezione non viene più percepito come una promessa fondata sulla garanzia di protezione da parte dello Stato, ma come un passo falso che può costarti caro, anche la vita tua e quella della tua famiglia.

I punti critici sono diversi, talvolta eclatanti. Tra questi ci sarebbe una carenza di coordinamento che spesso si crea tra Direzioni distrettuali antimafia, Commissione centrale e Servizio centrale di protezione. Già questo - come ha certificato in passato la Commissione antimafia - può diventare “fonte di pericolo” per testimoni e collaboratori.

Ci sarebbe anche un ingresso nel programma di protezione spesso traumatico e poco assistito, durante il quale molti collaboratori e testimoni di giustizia hanno lamentato di non aver ricevuto il supporto necessario per spiegare la propria situazione patrimoniale, sanitaria, familiare e scolastica dei propri figli.

Ci sono poi le carenze sugli alloggi e sui trasferimenti, che finiscono per ricadere soprattutto sui minori. Fino ad arrivare a quella più pericolosa di tutte: l’insufficienza delle coperture dei dati sensibili, che spesso non vengono protetti come dovrebbero. Le identità segrete sono state spesso svelate, le coperture saltate e i dati non oscurati.

Piera Aiello, ex testimone di giustizia ed ex parlamentare, ha dichiarato di aver ascoltato oltre 60 persone tra collaboratori, testimoni e vittime di racket: secondo quanto riportato da “La Sestina”, dalle loro testimonianze emergerebbero violazioni del diritto allo studio e alla salute, minacce sulla potestà genitoriale, appropriazioni indebite e soprattutto problemi legati a identità e coperture non tutelate.

Già ad agosto 2024 ANTIMAFIADuemila aveva raccontato il paradosso legato al fatto che l’Agenzia delle Entrate avrebbe iniziato a pignorare le somme destinate ai collaboratori di giustizia per ricostruirsi una vita dopo la collaborazione con lo Stato. Una scelta che, per magistrati, investigatori, ma anche per i non addetti ai lavori, appare piuttosto deleteria. Rischia infatti di minare pesantemente uno degli strumenti più importanti utilizzati dall’Italia nella lotta contro le mafie e che, negli anni, ha dimostrato di essere valido ed efficace.

I collaboratori di giustizia vivono spesso sotto protezione, lontani dai propri territori e impossibilitati a condurre una vita normale. Per questo ricevono un sostegno economico mensile durante gli anni della collaborazione e, al termine del percorso, possono ottenere una “capitalizzazione”: una somma unica pensata per acquistare una casa o avviare un’attività.

Il problema nasce dal fatto che molti ex mafiosi hanno accumulato enormi debiti con lo Stato, tra spese processuali, multe e costi di detenzione. Così, quando arriva il momento di versare la capitalizzazione, quelle somme vengono sequestrate per coprire i debiti. In pratica, lo Stato prima concede un aiuto e poi se lo riprende immediatamente.

Diventare “pentito” significa rompere con la mafia, mettere a rischio la propria vita e quella dei familiari. Se viene meno anche la possibilità concreta di ricominciare da zero, molti potrebbero scegliere di non collaborare. Soprattutto quando vengono raggiunti dalle minacce, come nel caso dell’ex collaboratore di giustizia Pietro Izzo.

Ci sono poi - come già accennato - i testimoni di giustizia, che di norma sono vittime o semplici cittadini estranei al crimine ma che decidono di denunciare.

Recentemente, a rilanciare il tema è stato anche Ignazio Cutrò, imprenditore di Bivona, in provincia di Agrigento, da anni simbolo della denuncia contro Cosa nostra dopo aver subito oltre trenta attentati per la sua scelta di collaborare con lo Stato.

Bisogna “intervenire sul tema dei contributi pensionistici per i testimoni di giustizia per dare fiducia a chi decide di affidarsi allo Stato”, ha spiegato ancora una volta il coraggioso imprenditore agrigentino, precisando che servono fatti e non parole. Cutrò ha anche ribadito che il percorso dei testimoni di giustizia dovrebbe restare autonomo e lontano da interessi personali o politici.

Insomma, quello che da molto tempo chiede l’imprenditore di Agrigento dovrebbe essere scontato: che lo Stato non abbandoni chi ha rischiato la vita, e chi continua a rischiarla, per aiutarlo a combattere il crimine organizzato. Oltretutto da una posizione di assoluto svantaggio. 

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