
La Seconda sezione centrale d’appello della Corte dei Conti ha sollevato questione di legittimità costituzionale sulla legge 7 gennaio 2026 n. 1, nota come riforma Foti, che introduce un doppio tetto ai risarcimenti per danno erariale e prevede effetti retroattivi sui procedimenti in corso. L’ordinanza, composta da ottanta pagine e firmata dalla presidente Rita Loreto (con i consiglieri Roberto Rizzi, Nicola Ruggiero, Cosmo Sciancalepore e Maria Cristina Razzano relatrice), contesta la norma che limita la responsabilità del funzionario infedele o incapace al 30% del danno e comunque non oltre il doppio della retribuzione o dell’indennità, sganciato dal pregiudizio effettivo.
Secondo i giudici contabili, la riforma presenta profili di "eccesso di potere" e "irragionevolezza", erode il principio di responsabilità della pubblica amministrazione e finisce per imporre "due volte alla collettività il costo di quelle condotte". L’intervento legislativo rischierebbe di "incoraggiare comportamenti contrari al buon andamento e alla buona amministrazione" e di spezzare "il patto sociale", in contrasto con diversi articoli della Costituzione.
Donato Centrone, presidente dell’Amcc (sindacato dei magistrati contabili), ha condiviso pienamente i rilievi: "Condividiamo tutto. Nel merito e nel metodo". Per il sindacato, particolarmente grave è l’effetto retroattivo che incide su procedimenti già in corso e su fatti risalenti nel tempo. "Efficacia dei controlli e tutela delle risorse non possono essere indebolite", ha sottolineato Centrone, richiamando anche precedenti pronunce, come quella in Puglia, che avevano già sollevato dubbi sulla nuova definizione di colpa grave, soprattutto in ambiti delicati come la sanità.
Sul fronte politico, le opposizioni hanno accolto con favore l’ordinanza. Marco Grimaldi di Avs l’ha definita "un atto d’accusa pesantissimo al governo", sostenendo che ridurre al 30% l’addebito per i funzionari infedeli significhi indebolire la responsabilità e concedere "un altro regalo a chi dovrebbe rispondere davanti alla legge".
Parallelamente, come riportato da Repubblica, Giuseppe Tango — giudice del lavoro a Palermo, 43 anni, palermitano, eletto il 28 marzo scorso presidente dell’Anm con il sostegno unanime della sua corrente — ha lanciato un forte appello per un intervento urgente sugli organici della giustizia. In vista dell’incontro di domani con il ministro Carlo Nordio, accompagnato dalla giunta dell’associazione che rappresenta circa 9mila magistrati, Tango ha indicato due priorità assolute: i rischi di paralisi legati all’introduzione del gip collegiale per le misure cautelari e la necessità di stabilizzare l’Ufficio per il processo.
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