Il comunicato diffuso il 26 maggio dall’Ufficio europeo antifrode (OLAF) sull’operazione “Coal of the Alps – Carbone delle Alpi” dovrebbe scuotere profondamente il dibattito pubblico locale e nazionale. Non soltanto per la gravità delle contestazioni oggetto dell’indagine coordinata dalla Procura di Trento e dalla Direzione distrettuale antimafia, ma soprattutto perché l’operazione mostra con chiarezza un dato ormai difficilmente contestabile: le moderne organizzazioni economico-criminali dispongono oggi di relazioni, competenze e capacità operative tali da consentire attività illecite su scala transnazionale, penetrando i mercati e aggirando con sofisticati artifici le normative ambientali europee. Secondo quanto riportato da OLAF, l’indagine ha portato alla luce un articolato sistema transfrontaliero operante tra Italia, Austria, Germania, Croazia, Serbia e Svizzera, basato sulla riclassificazione ingannevole di ceneri da pirogassificazione contaminate da idrocarburi policiclici aromatici (PAH) e diossine. Sostanze altamente pericolose che, attraverso artifici amministrativi e commerciali, sarebbero finite nella produzione di bricchette per barbecue, ammendanti agricoli e additivi per l’edilizia, con potenziali conseguenze gravissime per la salute pubblica e per l’ambiente.
Al netto di quelli che saranno gli sviluppi giudiziari e dell’accertamento delle responsabilità individuali, emerge con forza un elemento politico e sistemico: il settore dei rifiuti continua a rappresentare uno degli ambiti maggiormente esposti alla corruzione, alle infiltrazioni criminali e all’alterazione delle regole del mercato.
Non si tratta di una scoperta improvvisa. In Trentino, già nella scorsa legislatura, una lunga serie di inchieste aveva già evidenziato criticità profonde nel settore ambientale e nella gestione dei rifiuti. Dai sequestri relativi alla discarica abusiva di Mezzocorona fino alle indagini sulla discarica di Villa Agnedo e all’operazione “Perfido” sulle cave di porfido, diversi procedimenti hanno mostrato come criminalità economica, corruzione amministrativa e interessi imprenditoriali possano intrecciarsi anche in territori spesso raccontati come “isole felici”.
Proprio alla luce di questi episodi, nel 2022 era stata presentata un’interrogazione al Consiglio provinciale di Trento per chiedere che il settore delle autorizzazioni ambientali e della gestione dei rifiuti venisse formalmente inserito tra gli ambiti a maggior rischio corruttivo all’interno del Piano triennale per la prevenzione della corruzione e della trasparenza. La richiesta nasceva da una constatazione elementare: se le principali operazioni di polizia e le inchieste giudiziarie riguardano sempre gli stessi settori, allora quegli ambiti devono essere oggetto di controlli più stringenti e specifiche misure di prevenzione.
La risposta della Giunta provinciale guidata da Maurizio Fugatti fu però emblematica di una sottovalutazione politica del problema. Pur riconoscendo implicitamente l’esistenza dei rischi, l’amministrazione preferì rinviare ogni decisione concreta a un futuro indefinito, senza introdurre alcun rafforzamento immediato delle misure preventive. Un ulteriore episodio che collega soggetti residenti o originari del Trentino-Alto Adige a traffici internazionali di rifiuti emerse con l’operazione “Black Steel”, oggetto di un’interrogazione parlamentare della deputata Stefania Ascari nel dicembre 2024. L’inchiesta aveva portato alla luce un presunto traffico internazionale di oltre 165 mila tonnellate di rottami e rifiuti ferrosi speciali, anche pericolosi, accompagnato da un sistema di false fatturazioni superiori ai 90 milioni di euro. Nell’atto parlamentare venivano richiamati anche alcuni collegamenti societari con soggetti originari o residenti in Trentino, tra cui figure legate al distretto del porfido trentino. Si sottolineava inoltre come il traffico transnazionale di rifiuti rappresenti uno dei settori più redditizi per la criminalità ambientale, soprattutto grazie alla possibilità di abbattere i costi di smaltimento ed eludere più facilmente i controlli sulla filiera del riciclo. Ancora più significativa fu la vicenda regionale relativa alla proposta di istituire un Osservatorio sulla criminalità organizzata e la corruzione. Un organismo che avrebbe dovuto raccogliere dati, monitorare i settori più vulnerabili, elaborare analisi territoriali e supportare le amministrazioni nella prevenzione delle infiltrazioni mafiose e dei fenomeni corruttivi.
La proposta trovò il sostegno di figure autorevoli delle istituzioni e dell’antimafia italiana: dal presidente dell’ANAC alla Direzione Investigativa Antimafia, passando per magistrati, criminologi, studiosi di Transcrime, rappresentanti di Libera e della Commissione parlamentare antimafia. Tutti concordavano sulla necessità di creare forme permanenti di osservazione e analisi preventiva. Eppure, nonostante i pareri favorevoli raccolti nel corso delle audizioni, la maggioranza regionale composta da Lega, SVP e altre formazioni di destra riuscì a bloccare politicamente il percorso legislativo, impedendo persino che la proposta arrivasse a un voto finale nel merito. Né la situazione appare cambiata nell’attuale legislatura: anche la nuova proposta ha già raccolto il parere negativo della commissione competente e le prospettive di approvazione in aula appaiono, allo stato, estremamente ridotte. “Coal of the Alps” dimostra così ciò che molti studiosi, investigatori e amministratori avevano cercato di evidenziare negli ultimi anni: le organizzazioni economico-criminali contemporanee non operano più soltanto attraverso intimidazioni tradizionali, ma mediante reti societarie complesse, capacità tecniche avanzate, relazioni internazionali e sofisticati meccanismi di manipolazione normativa e amministrativa.
La corruzione, in questo quadro, non rappresenta più un fenomeno collaterale ma uno strumento strutturale di penetrazione nell’economia legale. Le reti economico-criminali cercano autorizzazioni, interpretazioni favorevoli delle norme, alleggerimenti burocratici, deregolamentazioni e contatti nei gangli amministrativi e politici. Non hanno bisogno di usare la violenza quando possono operare “al limite della legalità” o, come sembrano indicare le notizie emerse attorno all’operazione OLAF, persino oltre quel limite grazie a reti relazionali estremamente evolute. Il problema, allora, non riguarda soltanto la repressione giudiziaria. Riguarda soprattutto la fragilità degli strumenti politici e amministrativi di prevenzione. Mentre le reti criminali si internazionalizzano e si specializzano, la politica appare sempre più incapace — o in alcuni casi non intenzionata — a costruire sistemi efficaci di trasparenza, monitoraggio e analisi del rischio. Al contrario, troppo spesso le istituzioni sembrano piegarsi alle esigenze dei grandi gruppi economici e di interesse, intervenendo per semplificare controlli, rendere più flessibili le interpretazioni normative o accelerare procedure amministrative senza rafforzare parallelamente i meccanismi di vigilanza. L’operazione “Coal of the Alps” dovrebbe quindi aprire una riflessione molto più ampia sul rapporto tra criminalità economica, gestione dei rifiuti, deregolamentazione e debolezza delle istituzioni democratiche. Continuare a raccontare determinati territori come immuni dalle infiltrazioni mafiose o rifiutare forme permanenti di monitoraggio significa soltanto aumentare la vulnerabilità del tessuto economico e sociale. La lotta alle ecomafie e alla criminalità economica non può essere affidata esclusivamente alla magistratura e alle forze di polizia. Servono strutture permanenti di osservazione, analisi dei dati, cooperazione interistituzionale, trasparenza amministrativa e partecipazione civica. Senza questi presìdi, le operazioni giudiziarie rischiano di intervenire soltanto quando i danni ambientali, economici e democratici sono già stati prodotti.
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