Caso Contrada, Carbone: fin dove gli apparati dello Stato sono collusi con Cosa Nostra?

L’analisi del criminologo forense pubblica su Dark Side
Fino a dove arrivavano le collusioni tra apparati dello Stato e Cosa Nostra negli anni delle stragi? Quanti altri Bruno Contrada ci sono stati, che non hanno mai finito sotto processo? Quando il concorso esterno è uno strumento di giustizia e quando è una supplenza comoda per mascherare l’incapacità del legislatore? Cosa sapeva dell’incontro tra il ROS e Ciancimino, il numero tre del Sisde che dice di non aver saputo niente? E cosa dicevano quelle pagine dell’agenda di Borsellino – quella che è sparita – nei giorni in cui il giudice ascoltava Mutolo parlare di lui? Sono queste le domande che Federico Carbone su Dark Side pone al termine del suo editoriale sulla morte di Bruno Contrada, l’uomo che “ha spaccato lo Stato”.
Carbone ripercorre la carriera dell’ex funzionario: nel 1976 lascia la Mobile e passa alla Criminalpol, dove dirige il Centro interprovinciale per la Sicilia Occidentale. Nel 1982 approda al Sisde, prima come coordinatore dei centri siciliano e sardo, poi come capo di gabinetto. Negli anni più duri, quelli in cui Giovanni Falcone e Paolo Borsellino portano avanti il maxiprocesso contro Cosa Nostra, Bruno Contrada è il numero tre del servizio segreto civile italiano. "Un uomo nei gangli dello Stato. Di tutto lo Stato", ha scritto il criminologo. Fare il poliziotto a Palermo in quegli anni non era come farlo altrove, sottolinea Carbone. "Non ci sono confini netti tra chi sta da una parte e chi dall’altra. I boss di Cosa Nostra frequentano i salotti bene della borghesia palermitana, siedono a cena con professionisti, imprenditori, politici. La mafia non è solo una questione di vicoli e omicidi. È un sistema di relazioni che permea tutto".
Contrada si muove in questo mondo per vent’anni. Raccoglie informatori, coltiva contatti. "Fa il suo lavoro, dice lui. Oppure, dicono altri, a un certo punto smette di lavorare per lo Stato e comincia a lavorare per qualcun altro. O, peggio, per entrambi contemporaneamente", ha ricordato l’autore. Nel 1981 Palermo esplode: i Corleonesi ammazzano Stefano Bontade, poi Salvatore Inzerillo, quindi sterminano le famiglie avversarie. Cosa Nostra diventa una dittatura corleonese. In quelle stesse ore Contrada è al Sisde. "Sa tutto quello che c’è da sapere su Cosa Nostra. O almeno così si dice", scrive Carbone. Nel 1988 la città torna a essere un mattatoio. Omicidi eccellenti, boss eliminati, regolamenti di conti. È il clima descritto nel “Corvo”, la serie di lettere anonime che accusano Falcone di insabbiare le indagini sui mandanti dei delitti eccellenti. Lettere che contribuiranno a isolare il giudice. Contrada è nel pieno della sua attività istituzionale: osserva, gestisce informatori, tiene contatti con magistratura e vertici della polizia. "Una posizione di privilegio assoluto. E di assoluta esposizione".
Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia arrivano nel 1992 e sono devastanti. Gaspare Mutolo, Tommaso Buscetta, Giuseppe Marchese, Rosario Spatola, e poi Salvatore Cancemi, Antonino Galliano, Giovanni Brusca, Baldassare Di Maggio. Buscetta riferisce le confidenze del defunto Rosario Riccobono: Contrada avrebbe garantito protezione a esponenti mafiosi in cambio di informazioni. Marchese parla di incontri con “protettori” dentro le istituzioni. Spatola evoca contatti per il rilascio di documenti falsi. Pochi mesi dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio, Contrada viene arrestato. "È il Natale dello Stato che volta le spalle a se stesso, o dello Stato che finalmente smette di coprire i propri traditori. Dipende da chi racconta la storia", ha scritto Carbone. L’Italia è in piena crisi: Falcone e Borsellino sono morti, Mani Pulite travolge la Prima Repubblica, le stragi del 1993 colpiscono Firenze, Milano e Roma. "In questo scenario, la caccia ai traditori interni diventa quasi un riflesso: qualcuno ha venduto Falcone. Qualcuno ha venduto Borsellino. Bisogna trovarlo", sottolinea Cabone. Contrada appare il candidato perfetto. Lui replica che la sua lunga carriera – vent’anni, tre presidenti della Repubblica, quattro capi della polizia – rende improbabile che nessuno si fosse accorto di nulla.
Il percorso processuale è tortuoso e senza eguali: nel 1996 prima condanna a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa (fatti tra 1979 e 1988). Nel 2001 l’appello lo assolve, rivalutando l’attendibilità dei pentiti e prendendo atto di incongruenze, tra cui un incontro a Roma contestato da Mutolo che Contrada dimostra di non aver potuto fare perché era in ferie in Sicilia. La Cassazione annulla l’assoluzione. Nel 2006 nuova condanna a dieci anni, confermata in via definitiva nel 2007. Contrada rientra in carcere, poi passa ai domiciliari per motivi di salute e sconta la pena fino al 2012. Nel luglio 2017 la Cassazione recepisce la sentenza europea e dichiara la condanna "ineseguibile e improduttiva di effetti penali". Tuttavia, come ricorda Federico Carbone, "la sentenza europea non assolve nel merito. La revoca della Cassazione non cancella le dichiarazioni dei pentiti. L’assoluzione tecnica non risponde alla domanda sostanziale: cosa sapeva davvero Bruno Contrada? Cosa faceva davvero, negli anni in cui la mafia uccideva i migliori uomini dello Stato? Non si sa. Non si saprà mai, probabilmente".
Fonte: Dark Side
ARTICOLI CORRELATI
Mutolo: Contrada passava notizie al boss Riccobono, non il contrario. Puddu riscrive la storia
Duemila Secondi: muore Bruno Contrada, Trump vuole controllare Hormuz
Nino Morana Agostino: ''Con la morte di Contrada rischiamo di conoscere solo mezze verità''
Ingroia: ''Contrada porta con sé segreti su stragi e depistaggi''
Contrada sepolto con i suoi segreti. Sonia Alfano: ''Sconfitta per la giustizia italiana''
È morto Bruno Contrada: lo 007 indicato da Falcone come una delle 'menti raffinatissime'
















