Bellini 'straparla' dal carcere: tre video di revisionismo, pista palestinese e attacchi
Quattro video, di cui due identici.
La prima parte e la seconda parte - quest'utlima girata il 29 maggio - sono state caricate il 12 luglio 2026, mentre la terza è stata caricata il 30 luglio, ma è stato girato venerdì 24 luglio alle 8.23 ed è nominato “CR Padova colloqui”.
Paolo Bellini, condannato in via definitiva per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, è l’uomo che ha parlato; si è rivolto a diverse personalità, tra cui i suoi avvocati, “eccoci qua cari avvocati e cari tutti” (terzo video), per poi essere partito all’attacco del figlio, dei giornalisti che hanno scritto libri su di lui e, soprattutto, dell’ex moglie Maurizia Bonini.
Ha esordito dicendo di aver voluto ricevere l’eutanasia farmacologica alla Regione Sardegna, invocando il principio del silenzio-assenso dopo il suo trasferimento a Padova, cosa assurda, in quanto Bellini sa perfettamente che il "silenzio-assenso" è applicato esclusivamente a specifici procedimenti autorizzatori e burocratici (es. concessioni edilizie, attività commerciali) e che, quindi, i diritti indisponibili, la tutela della vita e le decisioni di fine vita non hanno potuto in alcun modo essere regolati dal silenzio-assenso.
Preambolo per dire che le cose importanti sono altre.
Bellini ha citato alcune intercettazioni del 2019 in cui l’ex moglie Maurizia Bonini parlava con parenti (la cognata Marina e la nipote Daniela). In quelle conversazioni private, registrate quando circolavano le immagini del filmato Polzer, Maurizia diceva: “Io sono stata vaga […] perché se per caso vengo a dire la verità mi arrestano. Se dico 'lui' per me va bene”.
Bellini presenta queste frasi come prova di un “complotto” per farlo condannare. In realtà dimostrano il contrario. Maurizia, in realtà, stava ammettendo di aver mentito per anni per coprirlo (aveva dato un falso alibi sull’orario di arrivo a Rimini). Aveva paura di finire indagata o arrestata proprio perché stava cambiando versione. In aula, a partire dall’udienza del 21 luglio 2021, ha invece riconosciuto apertamente che l’uomo nel video era lui e ha ammesso di aver dichiarato il falso in passato. “Sembra mio marito. È Paolo. È Paolo”.
Bellini ha lamentato l'impossibilità di portare testimoni ormai deceduti davanti alla Corte (come Gelli o D'Amato), definendoli "morti che non si sono mai potuti difendere", ma questo è un vuoto espediente retorico: in ogni processo storico sui mandanti delle stragi sono stati esaminati atti riguardanti persone decedute, e questo non ha reso il processo "massonico" o "fantascientifico".
La cosa curiosa è stata che, invece di rispondere con prove oggettive alle accuse sulla strage, Bellini ha spostato il dibattito sul piano del pettegolezzo privato e dei rancori familiari risalenti al passato. Ha negato di aver fatto una folle corsa in auto a fari spenti nel 1987.
Ha negato di essere stato la controfigura di Bud Spencer.
Ha negato di aver regalato un computer o videogiochi al figlio nel luglio 1992.
Ha definito una "favola" il possesso di un binocolo notturno all'avanguardia negli anni '80.
Tutte situzioni descritte nel libro 'Il Figlio del Male', scritto dal figlio Guido Bonini.
È stato curioso che non abbia invece detto nulla riguardo ai suoi rapporti con Antonino Gioé, con la ‘Ndrangheta, con l’eversione nera. 
E poi ancora: Bellini ha attaccato il "dogma dei mandanti", sostenendo che la Procura non abbia portato riscontri oggettivi del passaggio di denaro da Licio Gelli a lui.
I giudici di Appello scrivono testualmente che "alcuni degli esecutori materiali (come Sergio Picciafuoco e Paolo Bellini) potrebbero aver agito anche perseguendo soltanto propri specifici ed ulteriori obiettivi, vale a dire un rilevante compenso economico nonché continuare ad avere “coperture” e “protezione” ad opera di apparati deviati dello Stato".
Se Bellini nega di aver ricevuto del denaro allora le motivazioni potrebbero essere altre.
Un riscontro oggettivo è stato scolpito, com’è noto, nel "Documento Bologna", sequestrato a Licio Gelli al momento del suo arresto a Ginevra nel 1982. Il foglio ha recato in epigrafe l'intestazione "Bologna", associata al conto svizzero di Gelli 525779 XS. Le indagini finanziarie hanno provato che Gelli ha distratto 15 milioni di dollari dal Banco Ambrosiano, facendone confluire una parte sul conto "Bologna" per rimborsarsi di ingenti anticipazioni in contanti erogate proprio nell'imminenza della strage. Tra queste sono figurate il pagamento di 850.000 dollari a "Zaff" (Federico Umberto D'Amato) e la consegna di 1.000.000 di dollari in contanti eseguita a favore del cassiere Marco Ceruti tra il 20 e il 30 luglio 1980, esattamente nei giorni in cui gli esecutori materiali si sono preparati a colpire Bologna. Per specificare non risulta che a Paolo Bellini sia arrivato direttamente del denaro dai flussi ricostruiti nel “Documento Bologna” o dalle indagini collegate.
Alla fine nel video non poteva mancare anche la narrazione riguardante i missili di Ortona e il presunto strappo del "Lodo Moro", tesi completamente demolita dagli atti del processo.
Inoltre il Lodo Moro scritto non è esistito e non è mai stato trovato alcun accordo in tal senso.
La sentenza ha rilevato come le indagini parlamentari sulla pista palestinese siano del tutto fallite e il persistente ritorno di questa tesi alternativa è stato descritto come una precisa manovra politica e mediatica, volta a intossicare l'opinione pubblica e a creare dubbi strumentali al fine di ottenere la revisione delle condanne dei neofascisti accertate in sede giudiziaria. Come ricostruito dagli atti, il primo a lanciare l'ipotesi di una pista palestinese è stato proprio Licio Gelli. Il capo della P2 ha tentato di accreditare la tesi di un "incidente", sostenendo che un carico di esplosivo palestinese in transito alla stazione sia saltato in aria accidentalmente. Questa versione è stata smentita fin dal primo processo dalle perizie balistiche, le quali hanno accertato che il materiale non è stato instabile e non avrebbe mai potuto detonare senza un innesco e un detonatore attivo.
Le interrogazioni parlamentari
"Noi avvocati non abbiamo a che fare con la diffusione di video dal carcere, è una sua iniziativa. Da quello che posso capire mi sembrano videochiamate, credo fatte con i familiari", ha dichiarato all’Ansa l’avvocato Antonio Capitella, uno dei difensori. Le videochiamate con i detenuti sono consentite, ma non automatiche, e possono avvenire sia con i legali sia con i familiari. Il detenuto reggiano, 73enne, ha da tempo una nuova compagna, madre di un ragazzo con cui avrebbe instaurato un rapporto stretto e che sarebbe probabilmente l’autore delle riprese.
La vicenda ha provocato immediate reazioni.
Il Partito Democratico ha depositato un’interrogazione parlamentare rivolta al ministro della Giustizia Carlo Nordio. "Occorre fare immediata luce sulle modalità con cui il pluricondannato Bellini abbia potuto far uscire dal carcere una serie di videomessaggi. Siamo di fronte a fatti di eccezionale gravità e dal forte impatto sull’opinione pubblica. L’ordinamento penitenziario disciplina in modo rigido le comunicazioni dei detenuti proprio per tutelare la sicurezza e l’ordine e prevenire forme di pressione indiretta", ha spiegato la deputata reggiana Ilenia Malavasi, prima firmataria, insieme ai colleghi Serracchiani, De Maria, Vaccari, Bakkali, Guerra e Rossi. I parlamentari chiedono se il ministro sia a conoscenza dei fatti e se le registrazioni all’interno della struttura di Padova siano state autorizzate.
Anche l’Associazione dei familiari delle vittime della strage ha espresso preoccupazione. Il presidente Paolo Lambertini si è detto "stupito da come Bellini abbia potuto trovare un canale aperto, oltre alla solita sponda divulgativa di “Reggio Report”" e si è chiesto: "Forse sono messaggi perché si sta ancora indagando a Caltanissetta o a Firenze su eventuali sue responsabilità e collegamenti con le stragi del ’92 e ’93?". "Speriamo che la risposta del ministro Nordio sia chiara, esaustiva, concreta", ha aggiunto. Bellini non è nuovo a queste uscite e forse è lecito pensare che ce ne saranno anche altre.
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