La Corte d’Appello riapre il caso del calciatore libico accusato di essere uno “scafista”
Dopo undici anni, trascorsi in carcere, Alaa Faraj torna libero. La Corte d’Appello di Messina ha disposto la scarcerazione del calciatore libico di 31 anni, condannato a trent’anni per la tragedia del 2015 in cui morirono 49 migranti soffocati nella stiva di un barcone diretto verso l’Europa. Faraj era stato ritenuto uno degli scafisti dell’imbarcazione, ma ha sempre sostenuto la propria innocenza. La decisione dei giudici arriva dopo l’accoglimento della richiesta di revisione del processo presentata dalla sua difesa e a pochi mesi dalla grazia parziale concessa dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che a dicembre aveva ridotto di undici anni la pena residua.
È questione di ore prima che lasci effettivamente l’Ucciardone, tempi burocratici per sistemare le ultime carte. Il nuovo processo inizierà il 9 ottobre e sarà decisivo per stabilire se la condanna potrà essere definitivamente cancellata.
"Sono felice — dice l’avvocata Cinzia Pecoraro che segue il caso dal 2019 e ieri si trovava a Messina con Faraj per presentare il suo libro “Perché ero un ragazzo” (Ed. Sellerio) quando è arrivata la notizia —. La nostra tenacia è stata premiata, ancora non ci credo. La giustizia trionfa. Abbiamo sempre detto che avremmo fatto di tutto per dimostrare la sua innocenza e così faremo. La Corte d’appello ha ritenuto valide le testimonianze che ho raccolto con minuzia nel corso di anni di lavoro, si tratta di testimoni che, in modo chiaro, dimostrano la sua innocenza e che quanto ricostruito in sentenza non risponde al vero. Casi simili si contano sul palmo di una mano. Se tutto andrà per il verso giusto la pena sarà cancellata ed è quello che speriamo".
La storia di Alaa comincia nel 2015, quando a soli vent’anni lascia la Libia con il sogno di costruirsi un futuro nel calcio europeo. Il viaggio però si trasforma in tragedia: il barcone su cui viaggiano circa 360 persone va alla deriva e decine di migranti muoiono nella stiva. Da quel momento prende avvio una lunga vicenda giudiziaria culminata nella pesante condanna per strage.
Negli ultimi mesi il caso ha attirato l’attenzione di giuristi e intellettuali, tra cui gli ex presidenti della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky e Gaetano Silvestri, che hanno espresso dubbi sulla sentenza e sostenuto la richiesta di revisione.
Accanto a Faraj in questi anni c’è stata anche Alessandra Sciurba, docente di Diritti umani all’Università di Palermo, che ha raccolto le lettere scritte dal giovane dal carcere trasformandole nel libro pubblicato da Sellerio. "C’è voluto tanto lavoro ma ce l’abbiamo fatta, è una cosa bellissima, adesso Alaa potrà assistere alle udienze da uomo libero — dice commossa Alessandra Sciurba —. Quello che sta accadendo a lui, dà speranza a tutti".
Sciurba guarda con fiducia al nuovo giudizio: "La stessa corte di Messina un anno fa aveva ritenuto la revisione inammissibile — dice — ma dopo l’uscita del libro che contiene le lettere scritte da lui a me c’è stata una mobilitazione enorme ed è emerso lo ‘scandalo giudiziario’ di un sistema che colpisce i capri espiatori, mentre i trafficanti di esseri umani stanno sulle coste libiche e quando li abbiamo tra le mani li rimandiamo a casa con i voli di Stato. Alaa ha sempre detto che crede nelle istituzioni italiane, in un’Italia che lo ha salvato, in un Paese che, ricco di arte rinascimentale, non può essere ingiusto".
Dopo la grazia concessa da Mattarella, Faraj aveva già ottenuto permessi mensili che gli hanno consentito di presentare il suo libro in diverse città italiane e di frequentare corsi per diventare tecnico delle giovanili del Palermo. Un momento importante del suo percorso è stato anche l’incontro nel carcere dell’Ucciardone con una delegazione della società rosanero guidata dal presidente Dario Mirri.
In tutti questi anni Faraj ha sempre ribadito di accettare la propria condizione di detenuto, ma non quella di criminale. "Non attaccherò mai le istituzioni e la giustizia italiana — ha detto più volte —. C’è chi lo farà per me, dimostrando la mia innocenza in un’aula di tribunale". Una possibilità che oggi appare più vicina.
Fonte: la Repubblica
Foto © Paolo Bassani
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