Viterbo, oltre una settimana di sangue nel carcere ''Mammagialla''
Tre gli episodi che riaccendono il dibattito sull'emergenza penitenziaria italiana, il procuratore Palazzi: “Carceri priorità assoluta”
Sono trascorsi 11 giorni di sangue e tensioni all'interno della casa circondariale "Mammagialla" di Viterbo, istituto penitenziario che prende il nome dalla località in cui sorge e che, grazie ad una sequenza di drammatici eventi tra cui l'omicidio di un detenuto durante una rissa, una violenta protesta culminata in un incendio e il suicidio di un giovane, è diventato il simbolo delle profonde criticità che attraversano il sistema carcerario italiano. A richiamare l'attenzione su questi episodi è anche il procuratore della Repubblica di Viterbo, Mario Palazzi, che descrive un quadro estremamente delicato. Pur limitandosi agli elementi emersi dalle indagini in corso, il magistrato evidenzia come gli avvenimenti registrati nell'istituto dimostrino l'esistenza di un problema strutturale ormai evidente: “Esiste un serio e grosso problema, è sotto gli occhi di tutti. Mi auguro, non solo per i detenuti ma anche per il personale che opera in condizioni difficili e perfino inaccettabili, che la questione carceraria diventi una priorità assoluta”.
Le dichiarazioni del procuratore si inseriscono in un contesto di acceso dibattito dopo che il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha escluso l'esistenza di un'emergenza nelle carceri italiane, replicando alle segnalazioni espresse dal procuratore di Palermo, Maurizio De Lucia, sulla persistente influenza delle organizzazioni criminali all'interno delle carceri italiane. Nonostante le idee del ministro Nordio, i numeri fotografano una situazione di grave sovraffollamento nel penitenziario di Viterbo: a fronte di una capienza regolamentare di 440 posti, ridotta a 405 effettivamente disponibili, il carcere ospita attualmente 668 detenuti, con un indice di affollamento che raggiunge il 170 per cento. Dati ufficiali del Ministero della Giustizia confermano una pressione ben oltre i limiti previsti e sottolineano come nella struttura convivono detenuti comuni, soggetti sottoposti ai regimi di media e alta sicurezza e reclusi al 41-bis.
Il primo episodio risale al 17 luglio quando durante l'ora d'aria, nell'area destinata al passeggio, è scoppiata una violenta rissa tra due gruppi appartenenti a differenti etnie. Lo scontro è rapidamente degenerato e nel corso dell'aggressione, Mohammed Channoun, cittadino marocchino di 26 anni, è stato raggiunto da una coltellata mortale. Complessivamente risultano coinvolti nove detenuti, suddivisi in due gruppi contrapposti di sei e tre persone. L'inchiesta, coordinata dal procuratore Palazzi insieme al pubblico ministero Flavio Serracchiani, punta a ricostruire l'esatta dinamica di quello che viene considerato il “drammatico epilogo di una rissa tra gruppi contrapposti".
Nel descrivere il contesto operativo, Palazzi richiama l'attenzione sulle condizioni ambientali e organizzative dell'istituto: temperature che nelle celle raggiungono i 40 gradi, personale insufficiente a garantire un controllo efficace e sistemi di sicurezza giudicati inadeguati rispetto alle esigenze della struttura. Nove giorni più tardi, nella notte tra il 25 e il 26 luglio, circa cinquanta detenuti hanno dato vita a una protesta incendiando alcuni materassi, provocando un vasto intervento di soccorso. Il bilancio è stato di 23 detenuti e sei agenti della Polizia Penitenziaria trasportati in ospedale mediante quattro ambulanze per le conseguenze dell'intossicazione da fumo. La giornata è stata ulteriormente aggravata da un'altra tragedia perché poche ore dopo la rivolta, un detenuto di 29 anni, Thala Abdelkabir, è stato trovato privo di vita nella propria cella dopo essersi tolto la vita. Con questo decesso sale a 36 il numero dei suicidi registrati nelle carceri italiane dall'inizio del 2026, dato che si aggiunge ai 76 casi del 2025 e ai 90 rilevati nel 2024.
Secondo il procuratore Palazzi, l'attenzione verso il sistema penitenziario non può più essere rinviata. Forte dell'esperienza maturata prima come magistrato della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma e oggi alla guida della Procura di Viterbo, sottolinea come “il carcere rappresenti da tempo una priorità assoluta”. L'obiettivo finale non riguarda soltanto il percorso rieducativo dei detenuti ma anche la necessità di garantire “il più totale isolamento di chi, tra loro, continua a delinquere all’interno del carcere o in stretta collaborazione con l’esterno”.
Fonte: Il Fatto Quotidiano














