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| Cronaca

Strage di Amendolara, Nicaso: “Caporalato e sfruttamento, dietro alla tragedia c’è la mano della mafia”

Individuati i due presunti responsabili. Il procuratore di Castrovillari: “In trent'anni mai vista una crudeltà simile”. Sabato la manifestazione della CGIL

AMDuemila

Dietro alla tragedia di Amendolara c'è la mano occulta della mafia”. Ne è certo Antonio Nicaso, tra i massimi esperti di ’ndrangheta. Il docente e storico della criminalità organizzata ha commentato a La Stampa la strage dei quattro braccianti uccisi all'interno di un minivan dato alle fiamme in Calabria nei giorni scorsi.
Ho letto i dettagli di questa terribile vicenda e ritengo che non si tratti soltanto di una guerra tra gli ultimi. È il fallimento di un sistema. Il caporale può anche essere migrante, ed è una novità degli ultimi tempi, ma in Calabria il caporalato ha origini antiche”, ha affermato Nicaso, ricordando come il fenomeno affondi le proprie radici nella Piana di Gioia Tauro degli anni Settanta. “Quasi cinquant'anni dopo la situazione è simile: la legalità costa troppo, i controlli sono pochi e la politica interviene soltanto dopo le tragedie e il sangue”. La svolta, secondo il docente che insegna in Canada, “deve essere culturale, economica e istituzionale”. Il territorio di Amendolara, nella parte nord della provincia di Cosenza, “dal punto di vista criminale è sempre stato un'area sottoposta all'influenza delle organizzazioni mafiose. Prima della camorra e poi dei gruppi nomadi, molto forti e inseriti nella stessa ’ndrangheta, che hanno dato vita a clan molto simili a quelli operanti nel Reggino”.

Negli ultimi tempi, segnala Nicaso, “si nota la presenza di caporali che non sono più locali o necessariamente legati alle famiglie mafiose. La ’ndrangheta non ha sempre bisogno di controllarli direttamente: vigila sul contesto, sulla terra e sulle convenienze economiche. È un manovratore occulto. Così il disonesto risparmia e la grande distribuzione può continuare a mantenere bassi i prezzi”. A essere vittime di questo sistema di sfruttamento, spiega, sono sia gli sfruttati sia gli sfruttatori. “Anche gli uomini arrestati sono vittime di un sistema. Chi trae realmente vantaggio da questa schiavitù sono le aziende che lucrano sullo sfruttamento e, di conseguenza, la grande distribuzione. Finché continueremo a chiamare convenienza ciò che è sfruttamento, non cambierà nulla. La vera domanda non è se possiamo pagare meno la manodopera, ma se vogliamo continuare a tollerare questa moderna forma di schiavitù”. “Non dobbiamo rimanere spettatori neutrali: bisogna tracciare questi lavoratori, capire da dove arrivano, in quali condizioni lavorano e dove vivono. Serve una svolta importante, altrimenti continueremo ad assistere ad altre tragedie”. Ancora più netto il suo giudizio sul modello economico che alimenta il fenomeno: “Dobbiamo metterci in testa che questa non è competitività: è un'economia drogata. Continuiamo a raccontarci una bugia, perché un'economia che si regge su persone pagate pochi euro l'ora e impossibilitate a denunciare per paura di perdere quel poco che hanno è soltanto fragile, ricattabile e ingiusta. La vera competitività è innovazione, è dare valore al prodotto e a chi contribuisce a realizzarlo. Diversamente, è soltanto una forma di debolezza”.

La soluzione, secondo lo scrittore, deve partire anche dall'accoglienza e dall'integrazione: “Superando le differenze culturali di chi lascia il proprio Paese in cerca di un futuro migliore. È questo il motivo che spinge tanti migranti ad arrivare in Italia e ad accettare qualsiasi condizione, inseguendo un riscatto che spesso non arriverà mai”. Le risposte, tuttavia, esistono. “In Calabria ci sono molte realtà virtuose, anche nel Cosentino. Sistemi cooperativi che hanno sfidato la ’ndrangheta e garantito la permanenza sul territorio di molti calabresi e immigrati. Le aziende sane fanno di tutto per pagare adeguatamente gli operai e tutelarli, ma vanno sostenute. La vera sconfitta è la mancanza di assistenza. Dopo, piangere i morti non cambia le cose”. In questo contesto, aggiunge, “manca la volontà politica di rendere sconveniente lo sfruttamento. Servono mediazione linguistica, trasporti pubblici verso i campi e programmi di protezione per chi trova il coraggio di denunciare. Il problema non è soltanto economico, è morale: se una parte della filiera vive puntando al costo più basso possibile, risparmia anche sulla dignità”. "Vivo all'estero dal 1990 e non ne faccio una questione di schieramenti. Parlo di istituzioni, senza distinguere tra destra e sinistra. La politica deve impedire che il caporalato continui a essere l'infrastruttura nascosta dell'agricoltura". Per combattere le mafie, conclude Nicaso, “bisogna liberare i territori dalla paura. La repressione, da sola, non può risolvere un problema secolare come quello mafioso”.

Le indagini

Intanto si è chiuso il cerchio sui presunti autori materiali della strage dei quattro braccianti bruciati vivi ad Amendolara. La Procura della Repubblica di Castrovillari, che coordina le indagini della Squadra Mobile di Cosenza, punta ora a chiarire il movente e il contesto nel quale è maturato il quadruplice omicidio. La consapevolezza degli inquirenti è che si sia trattato di “un episodio di gravità inaudita, sia per il numero delle vittime sia per le modalità", ha affermato il procuratore di Castrovillari, Alessandro D'Alessio. “In trent'anni di attività non ho mai visto una crudeltà simile”, ha aggiunto. Gli accertamenti mirano anche a chiarire il contesto lavorativo nel quale è maturato il delitto e il ruolo svolto dai due indagati, i pachistani trentunenni Safeer Ahmed e Ali Raza. In particolare, gli investigatori intendono verificare quali fossero i rapporti di lavoro tra vittime, indagati e aziende agricole di Scanzano Jonico, in provincia di Potenza, dove tutti avevano lavorato nelle ultime settimane nella raccolta delle fragole, e se le condizioni contrattuali fossero regolari. Più in generale, l'attenzione degli inquirenti è rivolta al fenomeno del caporalato, per accertare se i lavoratori venissero indirizzati alle imprese da soggetti che li gestivano oppure se i contatti fossero diretti. Si cerca inoltre di comprendere se i due indagati fossero veri e propri caporali, eventualmente al servizio di altri soggetti, oppure semplici braccianti che sfruttavano una maggiore permanenza sul territorio italiano e la disponibilità di un mezzo di trasporto per farsi pagare dagli altri lavoratori.

Secondo quanto emerso, il minivan nel quale sono stati uccisi il pachistano Waseem Khan, 29 anni, e gli afghani pashtun Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, e Safi Iayjad, 27 anni, sarebbe appartenuto a uno dei due fermati. A ricostruire la dinamica del quadruplice omicidio hanno contribuito sia i filmati della videosorveglianza del distributore di carburante sia la testimonianza dell'unico sopravvissuto, Taj Alamyar, afgano di 35 anni. Anche lui si trovava a bordo del minivan, ma è riuscito a salvarsi sfondando a testate il finestrino del veicolo. I suoi compagni di lavoro sono morti bruciati vivi. I due presunti assassini sono stati identificati grazie ai documenti rinvenuti nell'appartamento di Villapiana dove vivevano insieme ad altri migranti. Entrambi incensurati, risiedevano in Italia da anni con regolare permesso di soggiorno. Secondo il racconto dell'unico sopravvissuto, le vittime sarebbero state uccise perché chiedevano il pagamento del lavoro svolto e si rifiutavano di corrispondere denaro per il trasporto ai due fermati. Saranno ora gli investigatori della Squadra Mobile di Cosenza a verificare la fondatezza di questa ricostruzione. “Il caporalato è una delle piste investigative, ma non l'unica”, precisano dalla Procura.

Tra le ipotesi al vaglio vi è anche quella di uno scontro tra gruppi di diversa nazionalità per il controllo del lavoro agricolo nella Piana di Sibari e nel Metapontino. Gli inquirenti sono inoltre in possesso di un filmato delle telecamere di sicurezza della stazione di servizio nel quale si vede prima un uomo - poi identificato come un carabiniere forestale - avvicinarsi al minivan con a bordo sette persone. Una volta allontanatosi, sarebbe scattato il piano criminale: uno degli aggressori avrebbe cosparso il mezzo di benzina, mentre l'altro avrebbe bloccato le portiere per impedire alle vittime di uscire. Le immagini mostrerebbero poi il divampare improvviso delle fiamme e la fuga dei responsabili. Nel frattempo, Cgil, Cisl e Uil Basilicata hanno chiesto l'apertura di un tavolo permanente per il contrasto al lavoro nero e al caporalato. Da più parti è stato inoltre sottolineato il collegamento con la recente inchiesta della DDA di Potenza che ha portato all'esecuzione di dodici misure cautelari nei confronti di cittadini italiani e indiani accusati di sfruttamento dei lavoratori stranieri attraverso l'utilizzo fraudolento dei decreti flussi. Sabato si terrà una manifestazione promossa dalla CGIL che partirà dalla stazione di servizio teatro della strage e alla quale parteciperà il segretario generale Maurizio Landini.

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