Strage di Amendolara, bruciati vivi per 45 euro al giorno. Avevano tra i 19 e i 29 anni
La procura indaga per omicidio plurimo aggravato. L’unico sopravvissuto: “Mafia pakistana e mafia italiana stanno insieme”

Quattro giovani migranti, arrivati in Italia per lavorare e costruirsi un futuro, sarebbero stati bruciati vivi dopo aver chiesto una cosa semplice: essere pagati per il proprio lavoro.
Sono morti insieme, intrappolati in un minivan trasformato in una trappola mortale lungo la statale jonica, tra Amendolara e Roseto Capo Spulico. Il più giovane aveva appena diciannove anni, il più grande ventinove.
Le vittime si chiamavano Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, Safi Amjad, 19 anni, Amin Fazal Khogjani, 28 anni, e Waseem Khan, 29 anni. Tre afghani e un pakistano.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, lunedì scorso i due “caporali” pakistani Safeer Ahmed e Ali Raza li stavano riportando a casa dopo una mattinata trascorsa nei campi di raccolta delle fragole tra Calabria e Basilicata. Da settimane i lavoratori lamentavano il mancato pagamento dei salari. Avevano accettato turni massacranti convinti di ricevere una retribuzione di circa 45 euro al giorno, ma quel denaro non arrivava mai.
“Non volevano pagarci. Avremmo dovuto accontentarci di un alloggio e del cibo”, racconterà più tardi il sopravvissuto Mohammad Taj Alamyar agli investigatori.
Secondo il suo racconto, per i caporali vitto e alloggio erano sufficienti a compensare settimane di lavoro nei campi. Non solo. I lavoratori erano costretti a pagare anche il trasporto verso i terreni agricoli, con cinque euro al giorno per percorrere il tragitto tra Villapiana e le campagne dove raccoglievano la frutta. Quando i braccianti hanno deciso di pretendere il pagamento del lavoro svolto, la situazione è precipitata.
Il tragico epilogo si consuma in pochi secondi in una stazione di servizio lungo la statale 106. Le immagini delle telecamere di sorveglianza mostrano una sequenza che gli investigatori hanno definito agghiacciante. I due uomini si fermano al distributore, acquistano carburante e cospargono di benzina il minivan, sia all'interno sia sulla carrozzeria. Le portiere vengono bloccate dall'esterno per impedire qualsiasi tentativo di fuga. Poi arriva il fuoco. “È stato un attimo, l'inferno”, ha raccontato Taj Alamyar.
Le fiamme avvolgono il minivan mentre i cinque uomini tentano disperatamente di uscire. Solo Taj riesce a salvarsi. Si accorge che il portellone posteriore è aperto, raggiunge il retro del mezzo e si lancia sull'asfalto con mani e braccia già ustionate. Gli altri quattro restano intrappolati e muoiono carbonizzati. Per la Procura si tratta di un omicidio plurimo aggravato. Ahmed e Raza sono stati arrestati poche ore dopo dalla Squadra Mobile di Cosenza e ora si trovano in carcere.
La mafia italiana e quella pakistana "stanno insieme"
I cinque lavoratori vivevano a Villapiana, in un'abitazione condivisa con altri migranti. Dieci persone occupavano pochi ambienti, con materassi sistemati nelle stanze e una cucina utilizzata anche come dormitorio.
Lavoravano nei campi tra Calabria e Basilicata, dove raccoglievano fragole, ortaggi e agrumi. Molti di loro erano passati prima dalla Sardegna, dove avevano ottenuto documenti e contratti di lavoro. Successivamente si erano trasferiti sulla costa ionica per lavorare nell'agricoltura stagionale.
Taj Alamyar ha parlato agli investigatori di quella che ha definito una “mafia pakistana”.
“Quei due prendono ordini da Kassan”, ha dichiarato. “Stanno insieme, mafia pakistana e mafia italiana”.
Si tratta di affermazioni che dovranno essere verificate dagli inquirenti, ma che si inseriscono in un contesto già emerso in diverse indagini sul caporalato nel Mezzogiorno. Inchieste che negli anni hanno documentato sistemi di reclutamento della manodopera straniera basati sul controllo degli alloggi, dei trasporti e dell'accesso al lavoro.















