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| Cronaca

Processo Baiardo, Cairo in aula: chiusura di 'Non è l’Arena'? Costava troppo e pochi ascolti

Luca Grossi

La chiusura di Non è l’Arena?
Per l'editore Urbano Cairo era tutta una questione di soldi e pochi ascolti.
"Economicamente le cose andavano così così, ma era un programma all’inizio", ha detto l’editore, aggiungendo che "c’era tutto il tempo per migliorare". Con la pandemia ci fu "un pochino di calo di ascolti", ma la situazione "era sotto controllo" fino a raggiungere il 5,9 di share.
Così ha detto l’editore del programma La 7  sentito come testimone al processo in cui è imputato Salvatore Baiardo per favoreggiamento personale aggravato dall’agevolazione mafiosa e per calunnia aggravata nei confronti di Massimo Giletti e dell’ex sindaco di Cerasa Giancarlo Ricca. Assistito dagli avvocati Roberto Ventrella e Luca Bellezza, l’imputato è al centro di un processo nella fase delle testimonianze. La presidente del collegio è Anna Fani.
Secondo Cairo, Giletti "aveva sempre voluto farsi corteggiare" per il rinnovo del contratto. Il giornalista chiese di spostare la trasmissione dal mercoledì alla domenica, ma gli ascolti scesero: "Dal 5,9 scendono al 4,94, questo nell’autunno". Giletti accettò di tornare la domenica a febbraio 2022, ma "in autunno rimane la domenica, e anche in questo caso non è andata bene". L’arrivo di Salvatore Baiardo diede "un sussulto all’insù", ma poi gli ascolti calarono di nuovo: in marzo scesero al 5,2-5,03 e "la puntata di aprile chiude al 4,91". Cairo ha ricordato che "Di Martedì faceva 6,2". La presidente Anna Fani ha chiesto: "Le valutazioni che voi facevate erano in relazione alla singola puntata?". Cairo ha risposto: "Sì ma è arrivato al sei con due puntate particolari". L’editore ha poi sottolineato i problemi economici: il costo di una puntata superava i 200 mila euro a fronte di ricavi di poco più di 70 mila. "In sei anni abbiamo perso ventuno milioni"; ha poi aggiunto: "Abbiamo pensato fosse giusto chiuderlo". Interrogato sul perché chiudere dopo puntate positive, Cairo ha replicato: "Ma lui ha avuto la possibilità di fare molte cose, era libero di fare tutto quello che voleva" e "i picchi non li hai sempre". Ha riferito che Ghigliani gli disse: "Giletti non era disponibile a modificare di un centesimo".
Per questo dunque si sarebbe deciso la chiusura del programma: una questione spinosa, di cui Cairo non si è occupato lasciando la patata bollente a Gianmarco Mazzi. "Un rapporto personale è una cosa ma le cose aziendali sono un’altra cosa". Alla domanda del pm se fosse prevista una comunicazione da dare al pubblico in vista della chiusura del programma, Cairo ha risposto che forse si sarebbe potuto fare "un comunicato congiunto" ma "magari dopo". "Ma perché Giletti avrebbe dovuto assumersi la responsabilità della chiusura del programma? Anche "se era un danno di immagine per Giletti", ha detto il pm. "Noi abbiamo semplicemente esercitato quello che era il contratto" ha riposto l'editore di La 7.


Il messaggio di Paolo Berlusconi: dopo le puntate con Baiardo mi scrisse ‘vergognati’

Sul rapporto con i Berlusconi, Cairo ha dichiarato: "Mi ha chiamato per telefono" Paolo Berlusconi "ma non ho risposto e mi ha scritto 'vergognati' (questo il 7 febbraio 2023) lamentandosi, secondo l'interpretazione di Cairo, della trasmissione di Giletti con Baiardo. Interpellato sul motivo, ha detto: "Non lo so" il motivo per cui mi ha scritto 'vergognati', ma era "evidentemente per la puntata”. Poi gli disse: “Tu Paolo non ti devi permettere perché io non intervengo su chi fa le trasmissioni". 
Cairo ha anche confermato di aver proposto un incontro con Silvio Berlusconi allo stesso Giletti: "Il 25 gennaio io incontro Giletti e gli dico ‘se sei interessato potremmo organizzare un incontro con Berlusconi per portarlo in trasmissione”". Giletti avrebbe risposto "ci penso". Una dichiarazione che cozza contro quanto dichiarato dallo stesso Giletti il quale disse che era stato lo stesso Cairo a proporgli un incontro con Silvio Berlusconi ad Arcore. Incontro a cui il giornalista non andò. L’editore ha precisato che dal “15 febbraio Giletti non l’ho mai più rivisto" e di non aver mai organizzato l’incontro. "Io sono un imprenditore autonomo e libero". Sulla puntata mai andata in onda su Marcello Dell’Utri e Antonino D’Alì, Cairo ha tagliato corto: "Non sapevo nulla". La presidente del collegio ha sottolineato "l’inusualità: la chiusura a tre giorni è la particolarità. E stiamo cercando di capire cosa potesse giustificare tale decisione". Cairo ha ribadito: "La decisione è che dovevamo chiudere il programma".


Cairo smentisce Giletti sull'incontro romano

Al centro dell’udienza di ieri nel processo è emerso uno scontro di ricostruzioni tra l’editore Urbano Cairo e il giornalista Massimo Giletti riguardo a un colloquio avvenuto a Roma nel 2023.
Giletti ha riferito sia nelle indagini del 2023 sia nell’udienza del 20 maggio scorso che Urbano Cairo lo contattò per un appuntamento a Piazza del Popolo a marzo 2023. In quell’occasione l’editore gli avrebbe chiesto di lasciare il telefono lontano e di recarsi ad Arcore per rassicurare Silvio Berlusconi sul fatto che non ce l’aveva con lui. Il conduttore ha collocato l’incontro dopo il 17 marzo 2023, in prossimità della cancellazione della sua trasmissione, comunicata informalmente da Cairo al suo ex agente Gianmarco Mazzi (attuale ministro del Turismo) il 10 aprile 2023.
In aula, tuttavia, Urbano Cairo ha fornito una ricostruzione differente. "Io ho incontrato Giletti il 25 gennaio 2023 a Piazza del Popolo e voi lo potete verificare".
Secondo la sua deposizione, l’incontro del 25 gennaio a Piazza del Popolo aveva il solo scopo di invitare Giletti a richiedere un’intervista proprio a Silvio Berlusconi e di discutere anche degli altri argomenti di cui si occupava il giornalista. Cairo ha aggiunto di aver rivisto Giletti soltanto il 15 febbraio alla cena al ristorante Pierluigi, insieme all’amministratore delegato de La7 Marco Ghigliani e a Gianmarco Mazzi. “Assolutamente no. Io lo ho visto il 25 gennaio e poi il 15 febbraio poi non ho avuto più contatti. Io non sono più andato a Roma dal 18 di marzo al 6 di aprile", ha ribadito. E ancora: "Io ho giurato qua. Nella maniera più assoluta io non l’ho mai più visto". Di fronte alle insistenze della presidente del Tribunale Anna Favi, l’editore ha tagliato corto: "Questa cosa è totalmente falsa".
Il pubblico ministero Lorenzo Gestri ha quindi contestato a Cairo un messaggio del 16 marzo 2023 inviato dalla segretaria dell’editore, Erika, che informava Giletti di averlo cercato per passargli Cairo. Nonostante ciò, l’editore ha mantenuto ferma la propria posizione.


Imparato in aula: "Programma chiuso con un’Ansa, sembrava il Titanic"

L’ex capoprogetto di "Non è l’Arena" Emanuela Imparato ha descritto in Tribunale la repentina chiusura del programma di Massimo Giletti, annunciata il 13 aprile 2023 tramite un’Ansa mentre la redazione stava preparando la puntata della domenica. Il testimone ha ricostruito lo shock della redazione e ha confermato che si stava lavorando a nuovi approfondimenti su Marcello Dell’Utri e Silvio BerlusconiEmanuela Imparato ha fornito una ricostruzione dettagliata di quel giovedì 13 aprile 2023: "Era esattamente il 13 aprile del 2023. Stavamo preparando la puntata in onda per quella domenica. Era un giovedì all’ora di pranzo circa, è entrato nella nostra stanza" e "ci ha dato la notizia che era uscita un’ansa dalla quale si apprendeva che il rapporto di lavoro di Giletti con la SERP era risolto, diciamo, chiuso, e quindi il programma da quella domenica non sarebbe più andato in onda". Il pm ha chiesto conferma sulla fonte: "Quindi la prima fonte è una fonte ANSA". Imparato ha risposto: "Esattamente, per me sì". Ha aggiunto che Giletti "ha aperto la mail e ha trovato una mail, appunto, ha aperto il computer, ha trovato una mail nella quale appunto lo si sollevava dalle sue mansioni e il programma non sarebbe andato in onda". Il contratto di Giletti sarebbe scaduto a fine luglio, mentre quello della redazione con Fremantle "scadeva in quel momento stesso". "Diciamo che noi dal 13 di aprile eravamo automaticamente fuori e i nostri stipendi erano sospesi". Il testimone ha descritto la reazione della redazione: "Mi ricordo questa scena un po’ da Titanic, perché ognuno si è alzato dalla scrivania e è venuto da noi diciamo: “Ma cosa sta succedendo? È uscita un’Ansa, dice che il programma è chiuso e adesso che cosa si fa?”". Dopo il trambusto "ce ne siamo andati a casa, credo verso le 4 del pomeriggio eravamo tutti a casa. Non aveva senso restare là perché stavamo lavorando alla puntata". Il pm ha ricordato la precedente deposizione di Imparato del 26 luglio 2023, in cui aveva riferito che Giletti il giorno prima, mercoledì 12, aveva accennato a possibili problemi. Il testimone ha chiarito: "Lui mi disse: mi sono— sì, può darsi succeda qualcosa [...] con l’aria di dirmi magari poi succederà che l’anno prossimo". Imparato aveva interpretato il tono come un’allusione al possibile mancato rinnovo: "Ma certamente se me lo dice così, dobbiamo cominciare a pensare che l’anno prossimo dovremo approdare da qualche altra parte". Ha escluso che Giletti avesse preannunciato una chiusura immediata: "Non l’interruzione così improvvisa, sorprendente e violenta". Riguardo ai costi della trasmissione, il testimone ha spiegato: "I costi erano quelli che avevamo ormai da 2-3 anni, non da poco, che erano stati già ridotti".


Miccichè: “Berlusconi chiese dieci volte a Renzi un Presidente per graziare Dell’Utri"

L’ex ministro Gianfranco Miccichè ha raccontato in Tribunale di un incontro con Matteo Renzi del 15 ottobre 2021 nel quale l’ex premier avrebbe espresso la richiesta di un candidato al Quirinale disponibile a concedere la grazia a Marcello Dell’Utri, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo Miccichè, Berlusconi avrebbe insistito ripetutamente su questo punto con Renzi. Il pm ha chiesto se l’auspicio di una grazia fosse un tema noto: "Tutti quelli che erano amici di Marcello Dell’Utri, convinti della non sua colpevolezza, auspicavamo che ci potesse essere un presidente della Repubblica in essere disponibile a concedere la grazia, ma era un’assoluta speranza che sapevamo essere abbastanza vana", ha risposto Miccichè. Sul contenuto dell’incontro con Renzi all’enoteca Pinchiorri, Miccichè ha dichiarato: "Con Renzi ci parlavamo spesso perché entrambi andavamo alla ricerca di una situazione politica italiana che in qualche maniera rafforzasse i partiti del centro e per eliminare per quanto possibile le ali destra e sinistra". Interrogato se si fosse parlato anche della grazia, ha aggiunto: "Sì, sicuramente, sicuramente si sarà affrontato l’argomento". Nelle intercettazioni citate dal pm, Miccichè riferiva a Dell’Utri le parole di Renzi: "Ti posso garantire che Berlusconi, 10 volte che mi ha incontrato, 10 volte mi ha chiesto solo questa cosa qui per Marcello. Voglio veramente un ministro che faccia questo". Miccichè ha commentato: "Immagino che Dell’Utri e Berlusconi in quel momento, avendo in mente questa cosa, avendo il piacere che si potesse realizzare questa iniziativa di Dell’Utri, abbiano parlato con tanti possibili candidati. E probabilmente, come sempre avviene, tanti di questi possibili candidati, pur di essere candidati, quindi poi eletti, gli avevano garantito un eventuale grazie a Dell’Utri". Miccichè ha ricostruito il contesto: "Era lui, appunto Renzi, che mi disse che Berlusconi gli aveva detto che voleva un Presidente in grado di dare la grazia a Dell’Utri. Berlusconi è sempre stato convinto dell’innocenza di Dell’Utri, si sentiva in colpa per le accuse di mafia che lo avevano raggiunto. Per questo era interessato a riabilitare Dell’Utri, e in questo contesto nasceva il suo interesse a trovare un Presidente della Repubblica in grado di valutare, e con la forza, di concedere un provvedimento di grazia per Dell’Utri". Nel corso della deposizione il politico siciliano ha anche ricordato la nascita di Forza Italia nel 1994: "Ci sono stati tanti episodi belli, divertenti, ma anche di grande responsabilità, parliamoci chiaro. Perché se noi avessimo voluto bastava che dicessimo a Berlusconi: presidente, non c’è manco un candidato, e chiudevamo la partita. Ce li siamo inventati, Marcello, ci siamo presi fotografie finte, finti documenti. Dall’elenco del telefono li abbiamo presi". Ha proseguito: "Fotografie finte, cognomi finti, nomi finti, curriculum finti. Cioè, noi abbiamo preparato 400 candidati inesistenti che abbiamo consegnato a Berlusconi. È stata la più grande fiction di questo mondo". Il pm ha chiesto se l’operazione fosse voluta da Dell’Utri: "Partecipata”, ha detto Micciché, “lui lo voleva come lo volevo io, come lo voleva qui a Firenze, e così via".

Prossima udienza sarà il 17 giugno alle 10.00.

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