VIDEO - Nero su Bianco, de Magistris ricostruisce la Trattativa Stato-mafia
Dalle stragi del 1992-1993 ai nuovi assetti di potere: sentenze, depistaggi e collusioni
La Trattativa Stato-mafia, le stragi che insanguinarono l’Italia tra il 1992 e il 1993, i depistaggi sulla morte di Paolo Borsellino e la nascita della Seconda Repubblica sono al centro della nuova puntata di “Nero su Bianco”, il programma condotto da Luigi de Magistris per Tv Loft de Il Fatto Quotidiano.
Attraverso sentenze, atti giudiziari e passaggi della storia politica italiana, l’ex magistrato - già sindaco di Napoli - ricostruisce quello che definisce un accordo tra pezzi delle istituzioni e Cosa Nostra, avviato durante la stagione delle bombe per fermare la strategia stragista e individuare nuovi referenti politici. Un capitolo oscuro della storia repubblicana, segnato da collusioni, negoziazioni, omissioni e verità ancora incomplete.
"La presunta trattativa tra pezzi di Stato e Cosa Nostra, '92-'93, tra la strage di Capaci, 23 maggio 1992, la strage di Via D'Amelio, 19 luglio 1992, e le bombe da nord a sud del paese, in particolare Milano, Firenze-Roma", esordisce de Magistris, partendo dalla sentenza numero 23 del 1999, pronunciata dalla Corte d’Assise di Caltanissetta nel processo Borsellino Ter.
Il conduttore legge un passaggio della motivazione: "Risulta quantomeno provato che la morte di Paolo Borsellino non era stata voluta solo per finalità di vendetta e di cautela preventiva, bensì anche per esercitare, cumulando i suoi effetti con quelli degli altri delitti eccellenti, una forte pressione sulla compagine governativa che aveva attuato una linea politica di contrasto alla mafia più intensa che in passato, ed indurre coloro che si fossero mostrati disponibili tra i possibili referenti a farsi avanti per trattare un mutamento di quella linea politica. E proprio per agevolare la creazione di nuovi contatti politici occorreva eliminare chi, come Borsellino, avrebbe scoraggiato qualsiasi tentativo di approccio con Cosa Nostra".
Un altro passaggio richiama la convinzione maturata dal magistrato palermitano "che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò potesse accadere", insieme alla percezione dell’esistenza di un dialogo tra la criminalità organizzata e parti infedeli dello Stato.
"È stata dimostrata una trattativa tra pezzi di Stato e Cosa Nostra. Dalla strage di Via D'Amelio, 19 luglio 1992, alle bombe del '93, la prova della trattativa tra pezzi di Stato e Cosa Nostra. Tutto questo nero su bianco", afferma de Magistris. Una ricostruzione che parte da Capaci e Via D’Amelio e attraversa gli attentati di Milano, Firenze e Roma, il fallito attacco allo stadio Olimpico e l’attentato contro Maurizio Costanzo.
"La cosiddetta Seconda Repubblica nasce con il sangue", aggiunge de Magistris. Il 23 maggio 1992 furono assassinati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti Vito Schifani, Rocco Di Cillo e Antonio Montinaro. Cinquantasette giorni dopo, in Via D’Amelio, morirono Paolo Borsellino e gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
La strage di Capaci viene definita una strage mafiosa dagli effetti politici. Dopo l’attentato cambiarono gli equilibri istituzionali, mentre pochi mesi prima la Cassazione aveva reso definitive le condanne del maxiprocesso istruito grazie al lavoro di Falcone, Borsellino e del pool antimafia. In quella stessa fase furono assassinati il magistrato Antonino Scopelliti e Salvo Lima, esponente siciliano della corrente andreottiana della Democrazia Cristiana.
De Magistris si concentra quindi sui cinquantasette giorni tra Capaci e Via D’Amelio. Borsellino sapeva di essere in pericolo e aveva chiesto pubblicamente di essere ascoltato dai magistrati di Caltanissetta, senza essere mai convocato. Aveva inoltre fatto il nome di Silvio Berlusconi durante un’intervista con alcuni giornalisti francesi e aveva denunciato le responsabilità interne alla magistratura nella morte dell’amico.
"Borsellino disse: probabilmente i principali responsabili della morte di Giovanni Falcone vanno individuati anche all'interno della magistratura, i Giuda", ricorda de Magistris, che definisce Via D’Amelio "una strage di Stato commessa da mafiosi ma voluta da pezzi importanti dello Stato".
Nonostante fosse noto il pericolo corso dal magistrato, non vennero rimosse le automobili parcheggiate davanti all’abitazione della madre, dove Borsellino si recava abitualmente. In quelle settimane, mentre cercava di comprendere le ragioni della morte di Falcone, negli uffici della Procura di Palermo circolavano dossier come quello su mafia e appalti.
"Borsellino aveva capito che mentre lui indagava insieme ad altri servitori onesti della Repubblica, vi erano pezzi di Stato che stavano trattando con Cosa Nostra per arrivare a referenti politici affidabili", continua de Magistris. La ricerca di nuovi interlocutori sarebbe maturata mentre Tangentopoli travolgeva i partiti della Prima Repubblica e rendeva inaffidabili i precedenti referenti politici di Cosa Nostra.
"Poi abbiamo le bombe, e come in tutte le guerre, perché questa è una guerra, si trattava sotto le bombe", prosegue, ricordando la mancata perquisizione del covo di Totò Riina e la mancata cattura di Bernardo Provenzano.
Dopo le stragi nacque Forza Italia, fondata da Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. De Magistris richiama la condanna definitiva di Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa e quanto riportato nelle sentenze sui rapporti tra Berlusconi, Vittorio Mangano e Cosa Nostra.
"È dimostrato nelle sentenze che vi è stata una trattativa", afferma, ricordando le condanne pronunciate in primo grado contro alcuni vertici dell’Arma dei carabinieri, successivamente assolti. L’ex magistrato critica anche la tesi della trattativa avviata per impedire altre bombe: "Credo che questo ragionamento non fa molto onore ai tanti magistrati morti, pensare che si può trattare con la mafia a fin di bene per evitare che possano essere messe delle bombe, perché quelle trattative poi portano ovviamente a ricatti, condizionamenti, benefici".
La puntata affronta poi il depistaggio di Via D’Amelio: atti gestiti senza verbali, testimonianze contraddittorie, il ruolo dell’allora questore Arnaldo La Barbera e l’arresto di persone innocenti. Al centro resta la scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, nella quale avrebbero potuto essere annotate informazioni decisive.
"L'agenda rossa, il simbolo, l'agenda rossa che Paolo Borsellino portava sempre con sé non è stata mai trovata, perché probabilmente là c'è la verità di tante cose che Borsellino aveva scoperto e aveva capito", sottolinea de Magistris.
Nella ricostruzione compare anche Paolo Bellini, condannato in secondo grado all’ergastolo per la strage di Bologna e indicato negli atti relativi a un incontro tra esponenti mafiosi precedente alla strage di Via D’Amelio. Vengono richiamati anche gli allora procuratori Pietro Giammanco e Giovanni Tinebra, figure discusse e ritenute vicine ad ambienti massonici e poteri occulti.
Per de Magistris, la Trattativa avrebbe accompagnato il passaggio alla Seconda Repubblica, determinando la sostituzione dei vecchi referenti politici con nuovi interlocutori. Le mafie, soprattutto la ’Ndrangheta, avrebbero poi abbandonato progressivamente la strategia delle bombe per inserirsi nella politica, nell’economia, nella finanza, nella magistratura e negli apparati dello Stato.
"Non c'è più necessità di bombe e di tritolo, ma si entra sempre di più all'interno dello Stato", osserva. In questa evoluzione, l’ex magistrato individua la progressiva attuazione del programma della loggia P2 di Licio Gelli: verticalizzazione dello Stato, rafforzamento dell’esecutivo, controllo dell’informazione, subordinazione del pubblico ministero e criminalizzazione del dissenso.
"Quello che era un programma eversivo che si voleva consumare anche con le bombe e con tentativi di golpe oggi si sta realizzando con le leggi, i provvedimenti governativi, amministrativi con le giuste, certe volte, coperture, quindi con la carta da bollo, con la legalità formale", afferma de Magistris. Chi prova a opporsi non viene più necessariamente colpito con il tritolo, ma attraverso quelli che definisce "proiettili istituzionali".
Richiamando la propria esperienza di magistrato in Calabria, de Magistris racconta di aver incontrato un sistema formato da massonerie deviate, politica, istituzioni, magistratura, servizi segreti, forze di polizia, imprenditori e colletti bianchi. Quando le indagini raggiunsero il cuore di quel potere, sostiene, si scatenò "un vero e proprio tsunami istituzionale".
Il risultato sarebbe una criminalità ormai integrata nelle istituzioni, capace di servirsi all’occorrenza anche della manovalanza mafiosa: le "massomafie" e la borghesia mafiosa, indicate come la naturale evoluzione della P2. "Quindi probabilmente dal '48 ad oggi anche i fascisti non se ne sono mai andati - conclude -. E quindi quella trama, quel filo nero che abbiamo dimostrato nero su bianco, che conduce da apparati dello Stato, servizi, destra neofascista, poteri occulti, criminalità organizzata e mafia".
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